FATTO 1: l'incontro
Un lieve rumore costante, seguito da un sensazione lontana di freddo, buio.
Apro gli occhi e vedo un immenso campo coperto di vegetazione incolta, piove ed è notte fonda; alberi in lontananza scuri e maestosi si ergono nella pioggia del temporale quasi non la sentissero neppure, ma le loro foglie ondeggiano per il vento, resta quella sensazione di freddo a cui se ne aggiunge una nuova, come di qualcosa che striscia sul mio corpo e silenziosa si allontana, la pioggia mi stava inzuppando completamente.
Cerco di alzarmi, i muscoli paiono metterci un'eternità a reagire e mi sollevo sulle braccia, sento il freddo e la pioggia sul mio corpo e scopro di non possedere vestiti. Dove sono finiti? O meglio ne avevo prima? E poi, prima quando?
Brutta situazione non sapere nulla, e io odio le brutte situazioni.
Un lampo improvviso rischiara i cielo e mi ferisce la vista, poi un tuono.
Ricado a terra ma i muscoli non possono rifiutarsi di rispondere ai miei comandi e mi impongo di alzarmi.
Lentamente mi rialzo e cerco di muovermi col corpo intorpidito, probabilmente causa del freddo anche se non è questo che mi preoccupa di più cerco di restare in equilibrio sulle gambe e intanto il vento e la pioggia non cessano di intensità e mi provocano fitte di dolore.
Vado verso l'albero più vicino con passo insicuro, inciampo in un arbusto e mi rialzo, riprendo la mia sofferente camminata verso l'albero, così vicino prima, così lontano ora...
Vicino all'albero il vento pare più debole e la pioggia non mi colpisce, ma il fulmine potrebbe essere una cosa pericolosa.
I muscoli paiono ora riprendersi e penso di poter correre, si ce la posso fare, e lo farò.
Inizio a correre nudo per i campi sotto il temporale e i piedi non sembrano sentir dolore, anzi pare non esistano neppure, forse non è poi così bene...
Di lontano una rudimentale palizzata pare avvolgere un campo e sicuramente la mano dell'uomo ha posto i pali per essa, ci deve quindi essere un'abitazione nelle vicinanze: sono salvo!
Ma qualcosa non quadra all'interno del campo ci sono altri pali, paiono regolari ma la furia della tempesta non mi permette di vederli bene e mi avvicino superando la palizzata.
Croci, un cimitero. Un nome tra tutti: Joshua.
Non ricordo il mio nome.
Questo sarà il mio nuovo nome fino a che non ritroverò il mio...
Un lampo in lontananza e molto dopo il rombo del tuono.
Un altro lampo nella mia testa.
Dolore.
Tutto e' colorato di rosso.
Sento la morte.
Corpi intorno a me, inermi.
Il cimitero, sta piovendo, recupero ciò che resta della mia mente dopo questa immagine e mi incammino verso una casetta di lontano da cui si innalza una debole colonna di fumo di un camino che combatte il freddo intorno a me.
La casetta in legno pare non molto solida, ma dopo le ultime sensazione i miei occhi la vedono accogliente e calda e piena di cibo, mi sento così affamato e infreddolito.
Faccio per entrare ma le buone maniere mi ricordano nonostante tutto che sono nudo e viste le brutte condizioni meteorologiche forse farei meglio a dare prima un'occhiata all'interno.
La finestrella mi rivela una casetta accogliente abitata da alcune persone, ne posso scorgere circa cinque di cui due ancora bambini.
Il vento e la pioggia continuano a infierire sul mio corpo e i muscoli stanno nuovamente per abbandonarmi e sento la fame in me crescere tanto da sentirmi nuovamente svenire.
Non ho scelta, busso alla porta.
Forse non avevo davvero un bell'aspetto ma sfiderei chiunque al mio posto ad essere più presentabile.
Di certo la faccia del padrone di casa non fu felice quando mi vide, ma infondo che potevo farci?
Speravo solo nella loro bontà d'animo poi li avrei certamente ripagati in futuro, forse ero ricco, certo non lo sapevo, invero non sapevo nulla e presi coscienza che ancora non ricordavo.
L'interno della casa era accogliente e come fui dentro il tepore parve per un attimo scaldarmi le membra, ma fu passeggera come sensazione, il freddo c'era ancora. Ne rimasi deluso.
La casa era come avevo visto dalla finestra una piccola capanna in legno; di queste persone, forse contadini, i vestiti che indossavano erano poco costosi, anzi molto semplici, così come l'arredo interno molto essenziale, la stanza d'ingresso era riscaldata da un piccolo camino in cui ardeva un fuocherello che era molto luminoso, mi ferì gli occhi e distolsi lo sguardo soffrendo come se mi avesse punto un'ago sulla pupilla.
Il resto della casa proponeva un tavolo con alcune sedie tutto rigorosamente in legno su cui erano poste delle tazze e dei piatti ricolmi di cibo dal profumo invitante, il resto della mobilia erano cassepanche e credenze di vario genere, ma preferii non dedicarmi alla contemplazione cercando invece di indossare gli abiti asciutti che mi stavano porgendo così gentilmente.
Chiesero chi ero e dissi loro quel poco che sapevo condendolo con alcune menzogne necessarie per rendere ai loro occhi credibile il mio racconto e accettai di buon grado le pietanze offertemi, sedetti alla tavola con loro e avidamente strappai bocconi di carne da un cosciotto di pollo molto succulento.
Sentivo però che più mangiavo e più la fame cresceva in me.
Dopo poco girai la testa di colpo assalito da un'improvviso conato di vomito e il cosciotto si riversò sul pavimento masticato insieme a del sangue.
Una bruttissima sensazione, e ripeto: io odio le brutte situazioni.
Le loro facce non erano felici, infondo chi lo sarebbe al loro posto? Ma nonostante questo mi offrirono un giaciglio su cui mi gettai finalmente.
Era certo più comodo della dura terra e avevo un tetto per la notte, recuperai un po' di speranza e forse l'indomani avrei ricordato qualcosa di più.
Un lampo nella mia mente.
Dolore.
Tutto intorno rosso, rosso sangue.
Corpi inermi, privi di vita da cui sgorgava il sangue.
Io ero solo al centro della scena.
Un gruppo di uomini esultava in lontananza, ma non erano veramente felici, avevano vinto.
Il prezzo che avevano pagato per la vittoria stava ai miei piedi. I loro cari caduti in battaglia.
Donne che piangono sui corpi martoriati da ferite profonde.
Figli che non avrebbero più rivisto i padri.
Caldo e un dolore profondo quasi ancestrale parevano minare le mie membra.
Ero stufo di questa sofferenza che non smettevo di portarmi dietro.
Aprii gli occhi e la luce mi ferì come un coltello tanto che li richiusi subito, ma non potevo star lì il calore mi stava letteralmente ustionando, corsi più velocemente possibile verso un'ombra e poi quando capii che ero da solo cercai un rifugio oscuro in cui restare.
Non osai muovermi di lì fino al calar del sole e nessuno venne a cercarmi.
Quando pensai di poter uscire oramai era buio e ritornai in casa dove tutti mi guardarono con curiosità mista a paura.
Ora la fame era insopportabile e non dissi una parola avvicinandomi alla tavola, ma ciò che vidi non mi riempì di entusiasmo, anzi.
Un animale morto, un grosso porco, giaceva su un vassoio circondato di verdure, sembrerebbe normale, solo che i miei occhi videro un enorme cadavere di maiale in decomposizione avanzata coperto di vermi e dal quale sgorgava del pus e fuoriusciva un tremendo fetore, le verdure di contorno erano ridotte a un ammasso putrescente che ricordava solo vagamente il loro aspetto iniziale.
Qualcosa non quadrava.
Loro si sedettero e contenti si ingozzarono di quell' enorme cadavere discutendo della giornata come se fosse naturalissimo, io rimasi in piedi. Non sapevo che dire, che fare.
Il freddo mi stava invadendo di nuovo e la fame non saziata esigeva del cibo e in quel preciso momento vidi il calore che emanavano quelle persone.
Desideravo essere caldo come loro, pulsavano di calore e riuscivo persino a sentire il rumore di questa pulsazione, il battito dei loro cuori.
Quella ragazza circa ventenne che prima non avevo neppure degnato di uno sguardo ora mi appariva così bella, quasi divina, una dea scesa sulla terra solo per appagare il mio sguardo.
I miei occhi erano fissi su di lei, ne ero estasiato e passo dopo passo le andai a fianco, senza che nessuno ci facesse caso.
La guardai dall'alto come se fossi il suo angelo custode e il suo profumo inebriò i miei sensi.
Annusai i suoi morbidi capelli, scendendo lentamente giù fino al collo, morivo dal desiderio di baciarla, e lo feci senza pensare neppure alla mia situazione così assurda.
Quando le mie labbra sfiorarono la sua morbida pelle non pensai ad altro che a possederla carnalmente, oh com'era caldo il suo collo, bruciavo di passione per lei, sentivo il battito del suo cuore che andava di pari passo col mio. Una sensazione stupenda, l'estasi dei sensi.
Qualcosa non quadrava.
Aprii gli occhi e mi resi conto di quello che stavo facendo.
Orrore, profondo e colpevole orrore.
La sua testa pendeva di lato, il suo cuore pulsava debole e un rivolo di sangue le colava sulla spalla bagnando il suo leggero vestito.
Non era morta, no, non lo avevo permesso, però non era giusto ciò che le avevo fatto, caddi in ginocchio urlando per la mia sofferenza, urlai con tutto il fiato che avevo in corpo, i vetri andarono in frantumi e di nuovo il vento gelido e la pioggia cominciarono a cadere sul mio corpo.
Mi alzai, stavo piangendo, asciugai le lacrime con la mano, rossa, piangevo sangue.
Le persone intorno alla tavola erano ferme immobili mi guardavano ma la loro mente non era lì, sopraffatte dagli eventi erano rimaste come inebetite.
Corsi verso la porta e la sfondai fuggendo lungo la strada il più lontano possibile.
Mi fermai solo dopo che ebbi coperto una distanza tale da non poter essere più trovato e mi gettai nel bosco cercando di nascondere le tracce del mio passaggio e finalmente solo mi accasciai a terra e piansi.
Non restai molto fermo anche se non so quantificare il tempo che passò, ma non potevo restare a piangere lacrime di sangue sulla sorte che mi era toccata.
Il mio corpo ora sembrava non sentire più il freddo come la notte precedente, era riscaldato dal sangue sottratto alla fanciulla.
Quando finalmente la mia mente accettò la situazione capii cosa ero e mi chiesi come avrei potuto vivere ancora.
Sono Joshua e odio il cibo, soffro la luce intensa e con essa il sole e per di più mi nutro di sangue.
Questo è ciò che sapevo e per il giorno che stava per sorgere mi serviva un riparo.
O forse attendere la morte era la cosa più giusta da fare, ma l'idea di soffrire ancora mi fece cambiare subito idea.
Guardai in una pozza d'acqua e vidi il mio volto, era pallido nonostante un lieve rossore delle guance, probabilmente dovuto al sangue rubato, i capelli erano biondi.
Mi diressi così verso la cittadina che avevo scorto di lontano e quando arrivai il sole stava facendo capolino dalle montagne, rimasi incantato dalla sua vista circondata di nubi gialline che riscaldavano l'anima, dopotutto avevo ancora un'anima.
Nei sobborghi notai subito una stalla verso cui mi diressi, e nella quale mi celai sulle travi del soffitto che raggiunsi con balzo in cui concentrai le mie ultime energie e lì riposai per il giorno, se proprio possiamo parlare di riposo, visto che persi i sensi che riacquistai solo al tramonto successivo.
Nuovamente il cielo scuro si stagliava fino all'orizzonte e il cielo era sovrastato dalla luna, una luna piena del colore dell'argento.
Ora le cose principali erano saziare il dolore al petto e trovare degli abiti decenti, successivamente mi sarei dedicato alla ricerca della mia vita.
Ma come placare una sete del genere? Non potevo certo entrare in una locanda e ordinare del sangue caldo. Non vi era soluzione se non fare ciò che avevo già fatto e ripeterlo ancora e poi ancora...
Un cavallo nitrì.
Ma certo! Gli animali forse potevano nutrirmi allo stesso modo e non avrei macchiato la mia anima di atroci delitti.
Non mi restava che farlo. A parole era così semplice. Fu una tortura ugualmente. Lasciai il corpo riverso sul terreno, ma ora la fame era diminuita e mi sentivo rinato, certo nulla in paragone alla bella fanciulla della sera prima.
Chiusi gli occhi e dissi una preghiera in memoria della povera bestia, anche se in realtà era più per me stesso se stavo pregando.
Le strade arano ancora affollate nonostante l'ora tarda e i neon fornivano la luce e i veicoli non trainati da cavalli stavano scorrazzando per le strade come demoni impazziti, migliaia di persone giravano per le strade in cerca di oggetti da acquistare o in cerca di un lavoro e io mi sentii sopraffare da questa moltitudine di persone persi quasi i sensi e ringraziai ancora l'anima di quella povera bestia morta tra le mie fauci che mi aveva risparmiato una tortura ancor più grande.
Camminai forse alcune ora circondato dalla folla e quasi inebetito dall'impressionante quantità di persone.
Forse potevo scoprire chi ero, certamente qualcuno avrebbe potuto aiutarmi.
Fermai un passante e poi ancora un altro fino a che una donna non mi diede retta e mi disse di andare nella centrale della polizia locale per saperne di più.
Per la strada vidi una vetrina che esponeva uno stupendo abito in pelle lungo, nero e con un colletto ricoperto di morbida lana, lo volevo ma non possedevo alcun soldo per pagarlo e non potevo certo mettermi a rubare per poi fuggire di nuovo!
Toc!
Uno spintone, mi voltai di scatto e un brutto muso mi stava fissando con aria di sfida e mi sentii dire:" Che vuoi? Cerchi rogne?".
Sorrisi, forse avrei posseduto qualche soldo.
Risposi: " Può darsi, ma tu sei sicuro di non rischiare un po' troppo?"
L'altro guardò l'amico e disse: " Possiamo discuterne nel vicolo qui a fianco."
"Non chiedo di meglio".
Ci dirigemmo in tre verso il vicolo.
Gli altri due tirarono fuori dei coltelli, ohhh non aspettavo che questo.
Uno crollò al suolo tirando un rantolo sommesso, si accartocciò per terra e non si mosse più colpito da un pugno in pieno stomaco, uno solo!
E poi non mi aveva neppure visto arrivare... forse era sotto effetto di droga, molto probabile.
L'altro invece mutò improvvisamente espressione dal colorito spavaldo al pallido spaventato, implorò pietà e fuggì.
Cadde a terra due passi dopo, prima di uscire dal vicolo con due coltelli piantati nella schiena uno per polmone avevano trapassato il costato.
Mi cibai della loro vita che sentivo fluire in me.
Che sensazione superba mi avvolse.
Quasi scordavo di prendere i soldi per il vestito, tornai al negozio e feci acquisti, poi nel mio nuovo look mi diressi felice alla polizia.
Laggiù fui subito accoltola un agente che non avrebbe saputo dire neppure quanto faceva due più due, che mi indirizzò a vari altri agenti fino a che non ne trovai uno che si mise di buon grado a cercare nell'archivio, poi dopo circa mezz'ora tornò indietro e mi chiese: " Ma lei non ha un numero di identificazione?"
Dissi di no, o almeno non lo sapevo, guardò sul mio polso e quasi stupefatto mi chiese com'era possibile che non avessi tatuato il mio numero, pratica ormai di rigore da circa un secolo, istituita dal governo rivoluzionario all'epoca del colpo di stato dall'ormai più che centenario ministro degli affari interni ora vice presidente in carica.
Non riuscii a ottenere nessuna altra informazione e ne rimasi così deluso che con gli ultimi soldi mi cercai un albergo nel quale mi barricai.
L'indomani avrei visitato la biblioteca immensa della cittadina.
Dolore.
Profondo e rosso come il sangue.
Al centro di uno sterminio alcuni soldati gioivano.
Avevano delle croci rosse dipinte sui vestiti bianchi.
Avevano vinto la battaglia.
Mi sentivo triste e infelice. Caddi in ginocchio e piansi.
Io al centro di tutto e le figure vorticavano intorno a me, felici mi deridevano quasi grottesche.
Sveglio.
Buio totale.
La stanza di albergo che avevo barricato per avere un luogo sicuro, finalmente ricordai, ma solo questo e nulla invece del mio passato.
Feci una doccia per lavare via le brutte sensazioni e mi diressi verso la biblioteca che non avrebbe tardato a chiudere, dovevo fare in fretta. Non per la chiusura, ma per non fare altre vittime.
Come purtroppo temetti non scoprii nulla di nuovo e decisi di allontanarmi dalla città per alcune ore per "cacciare" in campagna.
Ricevetti un passaggio da un carro in uscita e quando fui fuori mi diressi nella foresta dopo aver ringraziato il conducente.
Una volta lì attesi un verso di animale nel silenzio più assoluto, solo con la natura e la mia anima.
Foglie calpestate.
Nessun verso.
Strano.
Guardai in quella direzione e un enorme lupo mi stava saltando addosso.
Schivai con una semplicità tale che mi sorpresi, infatti quando il pericolo mi fu chiaro fu come se il lupo durante il suo balzo si rallentasse improvvisamente, come se la scena andasse al rallentatore ma io mi muovevo alla solita velocità. Questo lupo era grosso più del normale, anzi era più grosso di me e si alzò su entrambe le gambe come se fosse una persona.
Restai un attimo incapace di reagire a tutto ciò e me lo trovai quasi di fronte con i suoi lunghi artigli pronti a strapparmi le braccia per procurarsi un pasto.
Ero forse diverso da lui?
Non era il momento per queste paranoie e mi spostai di lato e d'improvviso fu come se fosse cieco, non mi vedeva più ma sapeva che c'ero, odorava la mia presenza e io potevo celarmi lo stesso alla sua vista! Potevo farcela. Sorrisi.
Gli piazzai un pugno sulla schiena di sorpresa e quando si girò passai sul suo mento col mio ginocchio, e poi ancora e ancora ogni colpo che davo mi sembrava di placare la mia sofferenza e così non mi fermai fino a quando mi resi conto che era solo una ammasso di carne che con le mie mani avevo deformato a forza di pugni.
Lo lasciai cadere a terra, placando la mia foga.Un brivido lungo la schiena. Era un umano quello che avevo lasciato cadere e non più il mostro di prima. Avevo nuovamente ucciso quindi.
Caddi e chiesi perdono per il mio gesto nonostante servisse a nulla, potevo almeno placare la coscienza che urlava dentro di me.
Oramai era morto, scavai una fossa con le mani fino a quando non fu sufficiente e poi lo gettai dentro ricoprendo il tutto cercai di dargli una degna sepoltura.
Sporco e avvilito tornai in città, mi ero macchiato di nuovo del crimine peggiore e il peggio era che non me ne rendevo più conto.
La biblioteca non era distante la raggiunsi in fretta e spaccai un vetro entrando noncurante di ogni possibile allarme.
Sfogliai libri e libri fino a che trovai una spiegazione per ciò che avevo appena spento. Un "licantropo", umano il cui corpo gravava di una maledizione, che ogni plenilunio si trasformava in una orrenda bestia assassina. Pursempre un umano.
Girai pagina.
Vampiri.
Fu come uno shock.
Lessi e rilessi quel testo fino a che le sue parole non furono impresse nella mia mente.
Ero un non-morto, la mia anima era dannata ed ero immortale.
Sapevo ciò che ero adesso, ma cos'ero io prima?
Passai alla pagina successiva, intitolata "La Grande Caccia".
Narrava delle gesta che circa cento anni prima avevano portato all'estinzione della mia razza da parte di un gruppo di uomini detti "I Nuovi Crociati" che si erano radunati da tutto il mondo per prendere parte allo sterminio del popolo notturno di non-morti che minacciava gli umani e si nutriva del loro sangue perpetrando i più terribili delitti.
Terminava dicendo: "...nessun membro della razza vampira pare sopravvissuto alla vendetta divina".
Io esistevo però e testimoniavo il contrario.
Quel libro sbagliava, almeno su questo, certo è che qualcuno doveva pur avermi fatto diventare ciò che ero.
Il tramonto, mi desto, nuovamente colto dalla fame giro come uno zombie per le vie della città fino a che qualche umano non attira il mio odio e allora lo uccido e me ne nutro.
Ogni giorno così per giorni.
Forse mesi o anni o secoli.
Giunsi infine nella città di Triuma, attirato da ricorrenti voci sulla malavita locale tanto che sperai di poter estirpare il male che infestava le genti del luogo per potermi cibare e fare del bene nel male, che stava tormentando la mia esistenza.
Non incontrai altri miei simili nel mio viaggio e ciò mi portò a credere di essere l'unico sopravvissuto che non so come era sfuggito a quel periodo di orrore della Grande Caccia.
Vagai per le strade alla ricerca di malavitosi, quando finalmente trovai il mio contatto, un umano che per vivere smerciava droga lucrando sulla vita altrui, forse no nero poi così diverso da lui infondo. Decisi di non ucciderlo, anzi provai addirittura una strana simpatia per ciò che avevamo in comune e lo presi a forza e lo portai in una casa che coi proventi delle mie cacce mi ero potuto comprare, lo tenni rinchiuso per giorni, facendogli soffrire la fame e torturandolo in ogni possibile modo fino a che non mi implorò di ucciderlo.
Aspettavo solo questo.
Era ridotto a uno spettro di ciò che era prima, affamato e sofferente provava ciò che io provai all'inizio e decisi che era pronto per il grande salto nella tenebra.
Aprii la porta delle cantine e scesi nella sua "cella", lo trovai rannicchiato in un angolo tremante, alzò lo sguardo e mi vide in faccia, riabbassò lo sguardo e attese in silenzio, mi avvicinai, lo presi e affondai i denti nel collo.
Stavo comunque continuando a uccidere, oramai non era più un problema per la mia coscienza, forse mi aveva abbandonato anch'essa, ero solo, come ero sempre stato fin dall'inizio di ciò che ricordavo.
Il suo sangue rifluì in me ma in esso riuscii a scorgere il pentimento, lui era pentito! Che sensazione strana essere pentiti per le proprie colpe, la mia coscienza riapparve improvvisamente rabbiosa chiedendomi il perché di tutto e io non avevo risposte, rimasi immobile.
Il corpo che avevo tra le mie mani era ormai quasi privo di vita, avevo tolto il suo sangue, stava morendo per colpa mia e io ero pentito, forse se gli avessi restituito ciò che avevo preso sarebbe tornato quello di prima e io non sarei più stato un assassino.
Non potevo ignorare questa possibilità anche se sapevo era solo un rimedio a colpe più grosse.
Strappai un brandello di carne dal mio polso, che tanto si sarebbe rigenerato presto, e gli diedi da bere il mio sangue.
Bevette, e poi ancora e ancora, pareva peggio di me nella sua fame e ne fui spaventato.
Lo strappai a forza dal mio braccio e lasciai rimarginare la ferita, ma ora sentivo in me crescere la fame come se mi avesse cercato di strappare un pezzo di anima.
Lo lasciai a terra che urlava di dolore e corsi fuori in cerca di nuove prede, non era questo il modo migliore.
Dopo un frugale pasto a base di due rapinatori, tornai a casa, scesi in cantina e quello che vidi non mi piacque per nulla. Non era più l'umano di prima, anzi non era più umano. Era come me, lo avevo trasformato, ecco come ero diventato ciò che ero, ma per mano di chi? E chi ero prima? Forse uno come lui? Spero proprio di no.
Ora eravamo in due e non sapevo se esserne felice per aver trovato un compagno o se piangere per la doppia dannazione di cui mi ero appena macchiato.
"Qual è il tuo nome?" chiese.
Io dissi semplicemente: "Joshua"
Lui rispose: "Ronji"
Questo fu tutto ciò che ci dicemmo nelle prime settimane, lui fu come la mia ombra e mi seguiva ovunque, anche nella caccia e si cibava dei miei avanzi e non sapevo fino a che punto potevo fidarmi di lui visto che lo avevo ucciso e poi gli avevo anche negato la morte sostituendola con al sofferenza eterna.
Il suo aspetto era diverso dal mio, i suoi capelli erano corti e neri, come i suoi occhi, di quel nero che solo la notte più profonda mostra agli umani, il suo corpo era magro e slanciato come il mio.
Aveva dimostrato da subito capacità diverse dalle mie, io ero in grado di muovermi più veloce degli umani ed ero più forte di chiunque avessi potuto vedere nella mia breve esistenza, per di più mi potevo celare agli occhi degli umani e potevo vedere oltre gli occhi, con la mia anima superare la facciata di superficialità delle cose.
Lui invece era in grado di modellare le ombre a proprio piacimento, le usava per intrappolare gli umani e poi stritolarli se cercavano di reagire, oppure per nascondersi nella tenebra più assoluta dove pure io faticavo a trovarlo e ciò iniziò a preoccuparmi dopo non molto visto che avevo il dovere di tenerlo d'occhio e impedire che rivelasse agli umani che non eravamo estinti.
Per di più lui era in grado di far fare agli umani ciò che voleva e temo potesse influenzare pure le mie scelte anche se penso di essere sempre rimasto cosciente di ciò che facevo, oltretutto lui poteva far tacere ogni tipo di rumore e possedeva una specie di tocco acido che scioglieva ogni cosa a contatto il che mi fece rabbrividire al pensiero di come poteva impiegarlo senza la mia guida.
Più passava il tempo e più affinavamo le nostre tecniche e incrementavano di potere, ma alcontempo pareva lui fosse sempre meno dipendente da me e decisi che fosse il momento per una lezione di storia.
Lo portai con me al cimitero della città e gli narrai il passato, che lui però già conosceva, il che mi sorprese. Lui ricordava il suo passato, io no. Perché questo? Come mai io ero destinato all'oblio sulla mia vita precedente mentre lui poteva conoscerla, ne fui quasi geloso.
Ma infondo era l'unico compagno che avevo mai avuto e non potevo lasciar spazio a sentimenti del genere; naturalmente mi fece domande su come potevo esistere ed altro, ma io non seppi che dirgli e come un lampo lui fu per me un libro aperto, entrai nella sua mente quasi senza volerlo e ci lessi tutto, fu quasi istintivo e durò circa un secondo.
Lui non mi detestava per quello che era diventato, ne era quasi felice e se da un lato capii che potevo quindi fidarmi di lui ne fui terrorizzato all'idea che si lasciasse andare nella opera distruttiva insita nella nostra natura.
Lo portai di fronte alla tomba dei suoi genitori. Pianse, per la prima volta da quando lo avevo trasformato, pianse.
Quando si fu rialzato lo portai a una tomba coperta da poco su cui giacevano ancora dei fiori freschi, era una sua vittima, e sulla lapide c'era la scritta: " Con profondo dolore piangiamo la sua scomparsa" firmata dalla dicitura:"il figlio". Lui capì subito cosa intendevo e per questo pose un freno alla sua fame, tanto che nei giorni successivi non era più l'assassino di prima, anzi era mutato, forse era tornato ad essere un po' umano.
Riprendemmo così a parlare e mi raccontò un po' della sua vita precedente, della sua infanzia e io pendevo quasi dalle sua labbra assaporando le sue parole come se fossero sensazioni di cui mi potevo appropriare per colmare il mio vuoto.
Da quel giorno fummo come due vecchi amici che vanno insieme a bere qualcosa al bar, ogni volta che uscivamo.
Poi decidemmo di dare scacco matto alla malavita locale, sia perché avevamo necessità di soldi, sia perché io volevo non essere il male ( e come si può definire qualcosa che distrugge il male se non il bene stesso? ), sia perché lui voleva vendicarsi degli anni di sfruttamento che aveva patito in vita.
Una notte ci appostammo presso la strada che di solito intraprendevano i camion carichi di armi e droga e attendemmo il loro arrivo, che puntualmente rispettarono.
Mi misi al centro della strada, il camion frenò ma oramai era tardi e mi travolse in pieno, il muso si accartocciò all'indietro e il motore rientrò nella cabina di guida uccidendo i suoi occupanti, io venni sbalzato di qualche metro e caddi a terra fingendomi morto.
Gli altri camion sopraggiunsero subito e si fermarono a controllare l'accaduto, quando furono fuori furono avvolti dall'oscurità e morirono soffocati nel potere dell'oblio di Ronji, altri furono solo trattenuti al semplice fine di poter guidare il resto dei camion sotto il controllo mentale di Ronji, quei pochi che mi vennero attorno per vedere che mi era successo invece li tramortii tutti quanti prima che si rendessero conto che da terra avevo aperto gli occhi e avevo sorriso.
Il convoglio arrivò a destinazione nel quartiere più malfamato pieno di tagliagole e trafficanti vari, le porte di una grossa fabbrica dimessa furono aperte e entrammo tutti nel maggior silenzio possibile evitando di dare nell'occhio.
Una volta dentro gli umani si comportarono come gli era stato ordinato, scesero ordinatamente dai mezzi e come se non fosse successo nulla iniziarono a discutere coi tizi che avevano di fronte mentre io celai alla loro vista me stesso e Ronji che liberamente salimmo le scale per raggiungere il locale posto più in alto nel quale dovevano esserci i capi.
Il luogo era ovviamente decadente e le travi erano tutte arrugginite, topi correvano liberamente per l'edificio a dimostrare che era un rifugio temporaneo fino a che la polizia non avesse iniziato ad indagare e si sarebbero trasferiti altrove.
Arrivammo di fronte alla stanzetta e solo allora la nostra presenza fu chiara visto che la porta fu sradicata dai suoi cardini e gettata al piano di sotto e i presenti furono avvolti dalla tenebra e da essa trattenuti.
Non feci quello che dovevo fare, anzi feci di peggio. Mi innamorai.
Una ragazza camminava nella notte, seguita da due energumeni che avevano lo scopo di proteggerla da scippatori e stupratori, si stava dirigendo verso una fabbrica abbandonata.
Era stata costretta a prendere parte a una riunione segreta tra grossi capi malavitosi della zona perché suo padre era il più potente ed era colui che vendeva armi, droga e qualsiasi altra cosa fosse illegale vendere, ma lei lo detestava.
Sin da piccola la aveva viziata facendola crescere al riparo dalla società violenta che la circondava, ma non le aveva mai dato ciò che lei voleva, il semplice amore paterno. E persino quello materno. Aveva ucciso sua madre e di questo lei ne aveva le prove. Era diventata scomoda, sapeva troppo e lo tradiva in ogni modo possibile, infondo anche lei trasgrediva le regole per lucro, come faceva lui.
Ma lei lo odiava.
Ma l'odio da solo non permette di eliminare i due energumeni dietro che controvoglia l'avevano presa da casa e la stavano portando lì. Alla fine aveva accettato però aveva preferito andarci a piedi più che altro perché sperava qualche disperato fosse saltato fuori lungo la strada e li avesse uccisi per poterla lasciare libera e fuggire, da suo padre, dalla casa, da se stessa.
Guardò una vetrina con aria sconsolata, si diede una sistemata alla frangia, ravvivando i suoi splendidi capelli colorati di verde smeraldo, che si intonavano coi suoi occhi color viola-ghiaccio; poi passò al suo fisico snello da top model su cui aveva messo un vestitino nero talmente piccolo da farla tremare per il freddo.
Forse suo padre sperava di darla in sposa a qualche dissidente dell'organizzazione perché si legasse a lui così da continuare a raggruppare in sé il centro del potere che gestivano.
Ma lei già stava meditando di sostituirsi a lui, prendere il potere e levare di mezzo il vecchio, solo non ne aveva il coraggio...
Parlare era semplice, sognare ancor di più ma da qui a realizzare i sogni ci passa di mezzo il mare, ma avrebbe comunque ottenuto presto la sua giustizia, nonostante non potesse salvare il potere e il patrimonio di famiglia. Avrebbe ricominciato una nuova vita altrove. In verità la nuova vita venne prima del previsto e non nella forma che aveva pensato.
Arrivarono nella ex-fabbrica , salutò tutti gli uomini di suo padre anche se non ne conosceva neppure la metà e tutti si giravano a guardarla facendoci su pensieri di ogni tipo.
Nella saletta satura di fumo dal dolciastro e oleoso odore tipico del sigaro sedevano intorno ad un tavolo molti personaggi che aveva visto già altre volte di sfuggita o che aveva solo sentito nominare per la loro pessima fama.
Prese posto su una sedia a fianco del padre in silenzio senza neppure salutarlo e attese i soliti complimenti di rito sul suo bel faccino anche se non era quello che tutti stavano guardando.
Dopo alcuni minuti di noioso colloquio finalmente alzò gli occhi sorpresa per qualcosa che destava il suo interesse: era forse già iniziata la festa che aveva programmato?
La porta del locale volò letteralmente via come se fosse fatta di carta e il vento si fosse divertito a farla volare via attendendo che qualcuno andasse a riprenderla per rimetterla dov'era.
E subito si fece buio, non andò via la luce, ma semplicemente fu come se di colpo fossero diventati tutti ciechi, riusciva solo a sentire suoni distorti di ordini a scagnozzi che non sapevano più neppure che fare, poi iniziò a mancare quasi l'aria, non riusciva a respirare e fu come presa dal panico.
Si sentì sollevare con forza e poi il vento che le sfiorava il corpo come su una spider in piena estate per le strade della città.
Quando l'oscurità si diradò le sembrò anche di poter tornare a respirare, ma scoprì anche di essere bendata e imbavagliata.
Era stata rapita.
Poveri stupidi, avrebbero avuto una bella sorpresa e poi suo padre li avrebbe ricoperti di buchi a forza di proiettili.
Sentì delle parole, no anzi un dialogo di persone mai sentite prima:
"Sei stato uno stupido. Per quale assurdo motivo hai preso questa troietta?"
"Senti Ronji, qui sono io che do gli ordini e questa ragazza non potevo lasciarla morire, lo sai bene è la regola. Non possiamo lasciar morire persone innocenti e io so che lei non era lì di sua volontà."
"Stronzate! Ora che ce ne facciamo? Chiediamo un riscatto al padre defunto? Tanto vale ucciderla subito e placare la fame."
"Calmati, anche io sento la fame, ma questa donna non morirà, perché io non voglio che muoia. Se anche tu potessi leggerle nell'anima faresti lo stesso."
"Sei solo un fottuto idealista Joshua!"
Poi una porta si chiude, il discorso continua ma non si distingue più nulla di ciò che si dicono i due.
Ma forse lo avevano ucciso davvero, suo padre. Bene una parte della vendetta era stata compiuta e forse era andata persino meglio di quello che aveva programmato.
Passò il giorno senza che qualcuno si facesse vivo fino a che sopraffatta dalla noia e dalla stanchezza si accasciò a terra, ma il giorno successivo si risvegliò su un materasso buttato lì per l'occasione, pareva pulito ma l'ambiente circostante non lo era poi così tanto.
Una debole luce proveniva dalla lampadina che pendeva dal soffitto e rischiarava una piccola porzione della stanzetta dandole la possibilità di vedere dove si trovava.
Per la verità stava morendo dalla voglia di andare in bagno e lo stomaco reclamava una colazione.
L'odore della pizza calda che era posata su una vecchia credenza la convinse ad alzarsi ed era parecchio infreddolita e un po' dolorante per la notte passata no proprio nel modo comodo a cui era abituata.
Aprì il cartone della pizza e decise che se vi erano delle droghe o sonniferi all'interno non importava, perché aveva fame, forse aveva davvero molta fame o quel pizzaiolo era straordinariamente esperto perché non aveva mai mangiato nulla del genere, la divorò quasi provandone un piacere, poi bevette il succo al suo fianco nella bottiglietta, ma al contrario di quanto si era proposta lo finì in un sol colpo tanto era squisito. Eppure non era solo colpa della fame. Fortunatamente non vi era traccia di topi quindi la casa doveva essere abitata, probabilmente era di uno dei due tizi di prima, quindi non l'avrebbero dimenticata lì a morire e poi denotavano un interesse per lei, infondo le fornivano cibo e non la volevano uccidere e avevano cercato di darle un giaciglio più comodo, controllò i suoi vestiti e parevano intatti e sapeva di non essere stata stuprata.
Si guardò intorno non appena ebbe finito di mangiare, era una cantina ed era fredda, però non vi era muffa e neppure animali schifosi; le finestre erano piccolissime e non ci poteva di certo passare e dall'esterno pareva fosse di nuovo notte, probabilmente era passato un giorno intero o almeno ne era convinta.
L'unica via d'uscita era la porta che dava all'interno della casa probabilmente, se si fossero dimenticati la porta aperta sarebbe uscita e magari poteva fuggire.
Salì le scale lentamente tendendo l'orecchio, passo dopo passo, gradino dopo gradino si convinceva sempre di più che l'avessero lasciata sola e forse poteva farcela, arrivò all'ultimo gradino e lentamente tese la mano verso la porta. O aperta, o chiusa. Una probabilità su cento di farcela.
Posò delicatamente la mano sulla maniglia che sentì fredda e poi si fece coraggio e si disse "ora proviamo..."
Come in risposta: " Ti prego non farlo."
La voce era una delle due di prima e proveniva dall'altra parte della porta, ma come faceva a saperlo? Come sapeva che era li dietro? Forse una telecamera nascosta, ma certo! I tipi erano organizzati per benino e scappare sarebbe stato difficile.
Optò per il "piano B" ma le serviva il radiocomando che era nella borsetta e dannazione era sul mobile dalla parte opposta della camera.
Finse indifferenza e riscese le scale come se si fosse rassegnata e quando fece per avvicinarsi alla borsetta la luce si oscurò e divenne molto debole e la borsetta parve perdersi nell'oscurità, tanto che quando la luce tornò a essere forte come prima era sparita. Eppure era lì e all'interno non c'era nessuno, si guardò intorno spaventata, forse c'era una altro modo per entrare li dentro da una botola segreta e avevano capito le sue intenzioni.
Dannazione! Corse su per le scale in preda a una paura folle e si mise ad origliare alla porta sentendo solo:
" Mi spieghi per quale cazzo di motivo stiamo qui a farle da balia e non usciamo come al solito? Se vuole fuggire lasciala andare oppure facciamola finita e uccidiamola subito! E comunque eccoti la borsetta!" poi un rumore di qualcosa che cade sul pavimento e nessuna risposta dalla voce di prima.
Per il resto della giornata si annoiò parecchio da sola e il tipo dietro la porta pareva non volersi schiodare e neppure fare un dialogo, magari per capire che volevano o comunque almeno per fare qualcosa.
Il giorno successivo o meglio la notte successiva, trovò nuovamente il cibo come la volta prima e sbranò subito il suo pasto, a fianco del quale trovò un libro di quelli per cui lei andava matta, un diario bianco con una penna e un videogioco portatile col quale far passare il tempo anche se sapeva che era costantemente sorvegliata.
Oramai aveva predisposto un angolo a "bagno" privato e non poteva fare diversamente ma pareva che magicamente questo angolo si pulisse da solo ogni giorno, almeno non moriva asfissiata dai propri escrementi e per il freddo aveva anche trovato una calda coperta.
Quando Joshua seppe che si era assopita nuovamente chiuse la porta a chiave e uscì per le strade nel suo solito pasto fugace di persone che lui riteneva meritassero di morire. Oramai non aveva più bisogno di cercare tanto, gli bastava uno sguardo e sapeva già le loro colpe e così si nutriva senza tanti scrupoli in modo veloce e pulito poi cercava di simulare una vendetta privata o uno scontro tra bande o una rapina o tutto ciò che gli veniva in mente per giustificare un omicidio.
Ronji usciva da solo e il dialogo tra loro si era di nuovo interrotto dopo la comparsa della ragazza, non erano più uniti come prima e a lui dispiaceva ma avrebbe avuto molto tempo in futuro per recuperare le relazioni con lui, ora quello che gli importava era lei.
Non sapeva cosa fosse di preciso, forse era amore, forse non sapeva cos'era l'amore, forse la sua anima era talmente dannata da non poter conoscere l'amore o anche solo di sperare di raggiungerlo però sapeva quello che andava fatto. Era il destino a muoverli e lui sapeva di far parte del destino.
Un disegno così grosso che neppure lui poteva ancora capire nonostante potesse vedere meglio di chiunque altro.
Mancava poco all'alba ed era una fortuna che quella ragazza si fosse istintivamente abituata a i loro ritmi quotidiani sennò la sorveglianza sarebbe stata più difficile, ma lui voleva averla con sé cercando di non renderla come lui, di lasciarla umana, per questo faceva un nuovo esperimento che consisteva nel riempire il cibo di lei col suo sangue per vedere che reazione avrebbe avuto e almeno non pareva così traumatico come con Ronji.
Tornò a casa che il sole stava per sorgere, oramai erano giorni che la tenevano chiusa lì e lui quotidianamente le forniva del sangue, sperando che prima o poi sarebbe cambiata, solo continuava a chiedere sempre più cibo o forse sempre più sangue. Lui sperò fosse solo una semplice e innocente fame umana.
Si sorprese di certo quando vide casa sua circondata di mezzi colorati con lampeggianti sul tetto. La polizia! E non era certo un semplice controllo di routine quello che aveva di fronte. Probabilmente Ronji era già caduto nel sonno giornaliero della sua specie e lei era riuscita a uscire e dare l'allarme, ma allora perché non era fuggita?
Si celò alla loro vista e lentamente passò sul retro della casa guardando dalla piccola finestrella che aerava la cantina e sentì dei colpi contro la porta e voci che le dicevano di tranquillizzarsi che era salva e lei intanto era sulle scale e chiedeva aiuto.
Quegli uomini stavano cercando di portarla via! Non potevano fargli questo, togliergli la sua ultima speranza di poter riavere un briciolo di umanità nel conoscere l'amore!
I suoi occhi iniziarono ad arrossarsi quasi piangesse nuovamente sangue, ma erano lacrime di rabbia, le sue mani divennero artigli affilati e la furia omicida lo prese. Tornò in velocità sul fronte della casa, entrò in essa scagliando via tutti coloro che si mettevano in mezzo con la sua semplice forza i quali scapparono urlando, una volta nell'ingresso tagliò la testa ad uno ad uno a tutti coloro che aveva di fronte oppure semplicemente infilò la mano nei loro corpi e ne estrasse il cuore che poi ingoiava. Il panico.
Urla. Caos. Gente che fuggiva. Uno di loro con gli ultimi brandelli di coraggio estrasse l'arma e sparò uno, due, colpi ma non riusciva neppure a fermare la mia camminata furiosa verso la porta. L'ariete che stavano usando per sfondare la porta fu lasciato cadere per terrae gli ultimi sopravvisuti fuggirono terrorizzati. Sfondai la porta, lei era lì.
Il suo semplice sguardo pieno di speranza mi fece crollare addosso il peso delle mie colpe, tornai ad esse quello di prima, le andai incontro ancora imbrattato di sangue e lei svenne. Il sole incominciò a filtrare dalla piccola finestrella e dalla porta e i raggi riflessi quasi mi accecarono e mi provocarono un dolore immenso. Stavo sbagliando. Ero tornato ad essere un assassino e lei non poteva amarmi per questo.
Iniziai a scavare il pavimento continuando a piangere fino a che non raggiunsi la terra nuda e in essa trovai rifugio come in un ventre materno mi calai in essa, quasi sciogliendomi tanto da legarmi con lei e diventare io stesso di terra.
Libera.
Quando aprii gli occhi vedevo i raggi di sole dalla finestra ed ero libera.
Non doveva essere passato molto tempo, forse solo alcuni minuti dagli ultimi eventi ma ancora mi era difficile ricordare cosa fosse successo. Solo forse era stato un incubo, comunque sia la porta che fino ad allora non avevo potuto varcare era ora spalancata e da essa filtrava il sole del giorno che non avevo più rivisto.
Mi alzai a stento e mi parve quasi assurdo il piacere della libertà. Forse era meglio aspettare in questa gabbia che qualcuno mi tirasse fuori, oramai era abitudine.
Scrollai la testa, presi le mie cose e mi catapultai su per le scale oltre quel limite fino ad allora invalicabile. Un conato di vomito salì dallo stomaco fino alla bocca.
Per terra scomposti giacevano i corpi di molte persone trucidate in modo orribile come solo una bestia mitologica poteva fare o un esercito di persone armate di motosega.
Tutta la stanza era imbrattata di sangue che lasciava un leggero strato sul pavimento e bagnava ogni resto organico che su di esso giaceva.
Alcuni corpi erano ancora riconoscibili, altri tremendamente mutilati dai quali uscivano le interiora, una goccia mi cadde sul viso, acqua? Sangue!
Alzai lo sguardo, e corsi via urlando lungo la strada all'esterno della casa. Il corpo era appeso al soffitto e pendeva dal lampadario, ma la sua faccia era stata interamente asportata tanto che si vedeva completamente il teschio dalla cui bocca stava uscendo il cervello.
Respirare aria pura e avere la libertà era tutto ciò che ora possedevo e riacquistai lucidità.
Ero libera ma dove andare? Potevo tornare a casa, ma sarei tornata ad essere ciò che ero prima e io non lo volevo, avevo lottato per questo, avevo persino tradito mio padre accettando di indossare una microspia della polizia addosso per la retata, ma non avevo premuto il pulsante del comando nella borsetta e loro non erano intervenuti e forse non avendo mie notizie mi avevano cercata e alla fine trovata.
Ora dovevo fuggire e soprattutto nascondermi per un po' principalmente per capire cosa fare in futuro.
Che ne era stato dei miei sequestratori? Forse erano morti anche loro o forse erano stati loro a fare la strage ma questo importava relativamente.
Jessy! Si, la mia migliore amica, anzi l'unica, ci volevamo così bene che certamente si era preoccupata per me e ora si stava chiedendo dov'ero, dovevo chiedere rifugio a lei.
Presi il telefonino e la chiamai e subito disse che sarebbe venuta a prendermi per portarmi a casa sua al sicuro.
Venne con la sua vecchia macchina scassata a prendermi nel punto convenuto e io giurai a me stessa che le avrei regalato una macchina nuova. Bellissima. Tutta per lei. Jessy indossava un cappottone spesso visto che il riscaldamento della macchina era rotto così come il finestrino del guidatore, aveva dei lunghi capelli marroni tenuti insieme da un elastico a formare una coda.
Arrivammo a casa sua e mi offrì da bere e parlammo per ore di quello che mi era successo e disse che potevo stare da lei quanto volevo. Non telefonai a casa, anzi non avvisai nessun altro che ero viva e scampata alla prigionia, infondo volevo restare da sola con lei che era l'unica persona di cui mi fidassi e infondo mi dispiaque per quel tipo che nonostante mi avesse sequestrata aveva avuto per me tutte le attenzioni possibili, un vero gentiluomo.
Ora avevo di fronte la mia vita e tutta la libertà possibile che potevo immaginare fornitami dai soldi della mia famiglia e da nessun vincolo particolare.
Passarono alcuni giorni di felicità in cui però non riuscivo a mangiare quasi più nulla e Jessy si stava preoccupando a tal punto che si ingegnava nel farmi i manicaretti più complicati possibili pur di non vedermi rifiutare il cibo dando la colpa allo shock subito, volle fare anche un test di gravidanza per essere sicura non mi avessero addormentata coi sonniferi per poi abusare del mio corpo anche se io le dicevo che non era successo.
Spesso vomitavo e avevo la nausea tanto da pensare di dover andare da un dottore, continuavo ad avere una fame indicibile però dopo pochi bocconi mi assaliva la nausea e mi sentivo come se mi mancasse qualcosa e cominciai a ordinare pizza a domicilio e a bere solo più succhi ma non cambiava molto.
Stavo facendo la doccia e il calore aveva oramai appannato i vetri e lo specchio, lasciavo l'acqua scorrere sulla mia pelle provando la piacevole sensazione di relax quando ebbi finito uscendo dalla vasca notai il mio corpo oramai ridotto allo scheletro di quello che ero prima e le forze mi stavano mancando e da giorni mi sentivo sempre più stanca e non facevo altro che stare a letto e dormire e Jessy continuava a prendersi cura di me, naturalmente per i soldi attingevamo al mio immenso conto, unica cosa che mio padre aveva fatto di buono nella vita, e visto che nessuno mi aveva ancora chiamata probabilmente nessuno era interessato al fatto che stavo bene e provai una profonda tristezza e un calore nel cuore pensando a Jessy.
Poi notai una scritta sul vetro della finestra come se qualcuno avesse scritto con le dita sul vetro appannato, controllai la porta. Chiusa.
"Jessy sei entrata in bagno mentre facevo la doccia?"
"Noo" fu la risposta.
Richiusi la porta e indossai l'accappatoio. Aprii la finestra, nulla. Eravamo al quinto piano e non c'era cornicione. Nessuno poteva essere arrivato da lì.
Mi guardai intorno tutto normale. Lessi la scritta: "Chiamami ti prego" seguito da un numero.
Era certamente per me. Ma chi era che lo aveva scritto e come aveva fatto?
Mi tornò alla mente il sequestratore galante e fui certa fosse lui. Mi aveva trovata ma non aveva tentato di rapirmi. Ma forse lui sapeva come farmi guarire da questo male che mi stava lentamente uccidendo, visto che tutto era iniziato dal rapimento.
Cercai il mio telefonino, ma non lo trovai e neppure quello di Jessy fu possibile trovare. Uscii di corsa, dicendo a Jessy che se c'erano problemi l'avrei chiamata e mi diressi a una cabina. Composi il numero.
Uno squillo.
Due squilli.
Tre squilli.
Mi rispose un messaggio registrato di uno studio legale non molto distante che diceva di richiamare l'indomani in orario lavorativo o lasciare un messaggio.
Riagganciai il ricevitore.
Uno scherzo?
Gli avvocati non si facevano pubblicità in questo modo pensai ridendo.
Mi voltai oramai certa che avevo corso troppo con la fantasia, ridendo ma girandomi incrociai lo sguardo con una persona che poco distante stava fissando la cabina in cui ero io, e avevo già visto quello sguardo, anche se distorto e quasi folle alcuni giorni prima di svenire.
Sapevo che era uno dei due che mi avevano rapita e sapevo anche che lui era quello buono.
Restai ferma e lui si avvicinò lentamente con passo indeciso.
Sapevo quello che pensava e che in fondo aveva sofferto però oramai quello che avevo iniziato dovevo portarlo a termine e non avrei potuto rinunciare a lei poi così facilmente.
Almeno non fuggiva terrorizzata e questo era già un bene così avanzai lentamente verso quella cabina, aprii la porta e lei uscì ancora indecisa su come reagire.
Nei miei occhi leggeva la tristezza, l'amarezza per ciò che le avevo fatto patire, ma anche l'amore che mi aveva portato a farlo. Se lei avesse potuto conoscermi così profondamente come io già la conoscevo. Com'era umana, capace di amare, io potevo almeno capire e cercare di fare lo stesso per sentirmi io stesso più umano...Un colpo alla testa caddi in ginocchio, un dolore profondo. Una, dieci, mille voci parlavano nella mia testa e urlavano chiedendo vendetta.
Non erano coloro che avevo ucciso, ma altre persone già morte ma che urlavano nella mia mente dicendomi di fare ciò che dovevo.
L'amore umano era solo un ostacolo.
Io non dovevo amare.
"Fate silenzio!"
Non dovevo imparare.
"FATE SILENZIOOO!"
Il dolore cessò di colpo e riaprii gli occhi.
Non c'era più.
Lo vidi improvvisamente cadere in ginocchio come se avesse ricevuto un colpo in testa e mi avvicinai per vedere se stava bene, disse alcune parole sconnesse e poi non vidi più nulla.
Ma fu la stessa sensazione di quando fui rapita, non vedevo nulla ma sapevo che mi stavano portando via. Questa volta però poteva essere peggio, anche perché se non riuscivo a mangiare sarei morta di fame di lì a poco.
Per di più stava tornando quella sensazione di soffocamento che avevo già sperimentato e iniziai a dibattermi cercando di liberarmi per respirare. Finalmente il buio si dissolse così com'era apparso e ripresi a respirare a pieni polmoni, e di fronte a me vidi una persona pallidissima, con capelli neri corti e occhi neri come la notte più tetra.
Sembrava infelice e disse solo: " Mi spiace che tu debba morire così giovane e senza colpa, ma sei finita in un gioco più grosso di te e non puoi restare in vita."
Sentivo il suo odore, era stato lui. Il mio unico amico Ronji ora me la stava portando via, ma riuscivo a fiutarlo come un segugio, quando lo pensai mi accorsi che il mio corpo mutava e divenni molto simile a un lupo. Per fortuna nessuno si era accorto di nulla.
Mi mossi veloce come un lampo fiutando la pista che aveva lasciato inconfondibile, lui non era così veloce anche se riusciva a passare attraverso le ombre riuscivo ugualmente a trovare la pista giusta.
Il tempo stava cambiando e il vento si alzò impetuoso mentre le nubi oscuravano la luna.
"Sta cominciando a piovere" dissi solo, "non lasciarmi morire qui sotto la pioggia".
Rispose: "Questo cambia di poco le cose, forse riesco a capire perché voleva lasciarti viva, ma io faccio ciò che và fatto, e questa è solo una tessera del mosaico più grosso, non so il perché ma se tu vivi tutto il futuro sarà cambiato e Loro non vogliono questo".
"Loro chi?"
"Non ne ho idea...addio".
La pioggia cadeva incessante e l'odore stava perdendo di intensità diradato dal vento, dovevo far presto, sapevo che sarebbe morta se non fossi arrivato in tempo.
Poi li vidi, nel parco, sotto un maestoso albero, tornai ad essere me stesso con le mie solite sembianze.
Un lampo rischiarò il cielo.
Poi seguito da un tuono.
Ero bagnato e il vento sferzava.
Tutto come all'inizio della mia attuale vita.
Ronji si voltò e io intravidi il corpo di lei contro l'albero.
Si alzò in piedi e disse: "Sta morendo, e sai che è la cosa più giusta. Non dolerti per lei e non odiarmi per questo, sai perché lo sto facendo."
"Ho promesso che non sarebbe morta e non morirà. Spostati!"
" Non essere impulsivo, oramai puoi fare ben poco. Vieni diamole una degna sepoltura."
Un pugno in pieno stomaco lo fece volare contro un albero li vicino che cadde spaccato in due per il colpo.
"Fermati!" disse, e le sue parole suonavano come un ordine così imperioso che mi fece esitare un secondo, ma poi ripresi il controllo di me e dissi solo: "Taci!"
Feci per andare da lei, ma fu la mia stessa ombra a trattenere i miei passi.
" Non posso permettertelo, non costringermi a combattere con te, non è ciò che voglio!"
" Non desisterò fino a che avrò la forza per andare da lei e salvarla!"
" Mi costringi dunque a questo!"
Lo vidi entrare nell'ombra a fianco a sé prodotta dall'albero e me lo trovai a fianco, la sua mano mi prese con fermezza sul collo e sentii il suo potere acido corrodermi le membra.
Fu allora che nel silenzio più assoluto in cui solo la natura e il temporale stesso osavano proferir parola che io urlai.
Non fu un semplice urlo. Ma fu una vera esplosione che portava in sé rabbia, dolore e giustizia.
Le finestre dei palazzi di fronte andarono in frantumi, le lampadine esplosero, gli animali fecero versi in lontananza e Ronji cadde a sedere con le mani alle orecchie che colavano sangue.
Sembrava incapace di alzarsi e io corsi da lei.
Il suo cuore si era fermato.
Da poco, certo, ma non avrei potuto salvarla in altro modo.
Bevetti il suo sangue e fu come se il temporale mi passasse attraverso, il suo cuore si era fermato e invece di assaporare la vita, come era ogni volta che mi cibavo, invece sentii la morte invadermi coprire i miei sensi e tentare di spegnermi. Quando il suo corpo fu prosciugato della sua essenza vitale mi resi conto che ero sollevato alcuni centimetri da terra e la stavo tenendo stretta a me.
Ronji non aveva più detto nulla e fissava la scena stupito.
La posai dolcemente al suolo, mi lacerai un labbro e la baciai.
Il suo corpo riprese a muoversi come invaso da una scossa latente e mi aggrappò a me. Si era ripresa, ora non era morta, avevo quindi vinto? Ma non era neppure viva, era solo come me. Forse avevo fatto l'unica cosa che era in mio potere, anzi ne ero certo.
Le detti tutto il sangue che desiderava e poi quando fui certo che non rischiasse più di incontrare la morte mi separai controvoglia da lei, lasciandola distesa al suolo.
L'erba attorno cominciò a crescere e i rampicanti la circondarono creando una specie di rifugio che la nascose alla mia vista. Le piante sembravano volerla proteggere e alleviare le sue sofferenze.
Mi sentivo debole, Ronji si avvicinò mi prese con sé e mi portò via e io fui incapace di contraddirlo, tanto oramai sapevo che eravamo entrambi immortali e presto la avrei riabbracciata.
Le voci nella mia testa gridavano per l'indignazione e migliaia di volti mi accusavano di essere uno stupido. Persi i sensi.
Quando tornai in me era probabilmente passato un altro giorno e stavo avidamente bevendo, probabilmente guidato dal mio istinto dal polso di Ronji che mi aveva tratto in salvo e mantenuto in "vita", il suo sangue era così dolce da inebriarmi e quando ebbi finito di cibarmi tanto da tornare ad essere il vecchio Joshua di prima, lui era caduto a terra molto debole.
Eravamo in un vecchio deposito del molo, colmo di casse da stipare in chissà quale nave che probabilmente non esisteva neppure più.
Lo presi tra le braccia e lo portai fuori, scelsi per lui una preda e la tramortii così che anche lui potesse riprendersi.
Quando si riprese evitammo di parlare fino a che non fummo di nuovo in un luogo tranquillo e sicuro.
Era avvolta dal verde completamente al sicuro all'interno della terra che mi celava dal sole e mi proteggeva dall'esterno, mi sentivo come non mai, legata agli elementi che componevano la nostra esistenza.
Quando fu di nuovo notte poco dopo al centro del parco nonostante fosse primavera molte foglie incominciarono a cadere dagli alberi fino a ricoprire un lembo di terra, caddero a centinaia lentamente.
Poi d'improvviso da esse sorse una figura di donna, se qualcuno l'avesse vista avrebbe giurato fosse una fata.
Kymi il suo nome.
Così pallida da illuminare la notte al pari della luna si diresse con passo sicuro verso un branco di cani feroci.
Non ebbe paura perché al suo cospetto i mastini parvero tranquillizzarsi, lei gli poneva domande e loro davano risposte che nessun altro avrebbe potuto comprendere.
Era poco più che una ragazzetta viziata alcuni giorni prima, ora era una donna, anche se non propriamente una classica donna come intendiamo noi.
I mastini si dispersero per le strade e sparsero la voce alla ricerca di due uomini diversi dal solito, uno biondo e uno coi capelli neri come la notte più tetra.
"Chi sono Loro?"
"Non ne ho idea, ma so cosa volevano e sentivo di doverlo fare."
"Sono milioni di facce e voci nella mia testa che parlano e giudicano e accusano."
"Capisco ciò che intendi Joshua."
"Perché i libri dicono che la mia razza è estinta e invece io esisto? E non ho mai incontrato un nostro simile, neppure ne avverto la presenza nonostante la mia mente possa viaggiare per tutte le città circostanti."
"Io conosco solo te Joshua."
"Cosa centra lei in tutta la storia e perché poi sarebbe stata di intralcio, e poi a cosa?"
"Non abbiamo risposte, ne io, ne te."
"Chi le può avere?"
"Forse solo questi spiriti che ci parlano."
"Puoi sentirli? Parlarci?"
"Da quando la morte ha quasi raggiunto te e poi dopo me, io riesco a vederli, aleggiano nel cielo, alcuni gioiscono, altri soffrono, altri non vogliono lasciare questo mondo. Se questi nostri persecutori sono ancora in questo mondo vuol dire che non hanno trovato la pace. Forse da noi vogliono questo. Che noi gli diamo la pace che tanto bramano."
Detto questo chiuse gli occhi e si concentrò, poi li riaprì ma erano bianchi come se non avesse più le pupille e incominciò a chiamare, nulla di preciso, solo nomi a caso per vedere se qualcuno accorreva. Anche gli animali parevano sentire quest'energia visto che da lontano parevano giungere i latrati dei cani.
Ronji cadde all'indietro e restò immobile, era tornato normale ma il suo volto era sfigurato dall'orrore. Provai a toccarlo.
Un lampo.
Luce fortissima.
Una battaglia.
Avevo già visto la scena tanto tempo prima.
Solo che ora l'avrei vista completamente.
Quello che vedevo era accaduto circa cento anni prima, la battaglia era pronta.
Da un lato vi erano numerose tende nelle quali sapevo che c'erano moltissimi umani, sentivo il loro odio per la nostra razza e ciò che li spaventava di noi.
La sete.
Infondo loro erano le prede ovvio che odiassero i loro cacciatori.
Un immenso campo.
Tutti erano muniti di grosse tute tipiche dei soldati ed erano bianche.
Loro a differenza della popolazione comune non erano rimasti nelle città barricate protette contro i vampiri da ogni possibile congegno che l'uomo aveva creato per eliminare quelli della nostra razza. Avevano creato collegamenti sotterranei protetti ma non possedevano più la maggior parte della superficie terrestre. Volevano riavere la libertà.
Le città si erano evolute fino a diventare dei centri tecnologici indipendenti e le campagne erano popolate da quelli della mia razza.
Sentivo la loro fame, si cibavano oramai delle poca cacciagione rimasta che avevano quasi estinto in poco tempo a forza di crescere in soprannumero e la natura non poteva reggere il confronto.
Erano deboli e quelle prede erano per loro l'unica salvezza per placare il dolore che ogni giorno si portavano dentro dovuto alla fame insaziabile.
I più deboli erano stati uccisi e prosciugati della loro linfa vitale dai più forti, era una società che era tornata al livello primitivo, provai una immensa pena per loro.
I soldati, detti "I Nuovi Crociati", uccisero un numero imprecisato di vacche che avevano portato con sé e ognuno disegnò sul suo petto una croce rossa col sangue.
I vampiri erano tutti intorno a loro e non potevano resistere a lungo al richiamo del sangue sarebbero arrivati tutti e una delle due forze in campo sarebbe stata annientata.
La battaglia infuriò subito dal calar del sole e quando fu di nuovo l'alba la mia razza era estinta.
Sul terreno giacevano migliaia di corpi di umani mutilati e dilaniati, morti nei modi peggiori e poi prosciugati completamente. Però avevano vinto loro.
I Nuovi Crociati furono acclamati nelle città come i liberatori e colui che li aveva creati, il giovane Lonmir, all'epoca primo ministro degli affari interni, forte del governo del popolo despodestò il sovrano in carica e ne assunse il ruolo come capo di uno stato indipendente. Da allora egli gestisce lo stato, attualmente con la funzione di vice presidente, nonostante la veneranda età di centotrenta anni che non pare affatto dimostrare.
"Ronjiii" dissi dolorante rialzandomi lentamente, e lo vidi ancora a terra ma ora pareva stare meglio, e vicino a lui sedeva la dolce umana che avevo tanto desiderato, Kymi.
"Finalmente ti sei ripreso" disse lei sorridendo.
Mi alzai le corsi incontro e l'abbracciai come non avevo mai fatto prima. Era così splendida che avrei dato tutto per lei.
Ronji si ridestò e si mise a sedere ancora incapace di capire bene dov'era e quando fu pienamente cosciente parlammo del sogno.
Quelle facce e quelle voci che ci avevano tanto perseguitati erano gli spiriti dei vampiri defunti che reclamavano vendetta per trovare la pace. Solo che ancora non capivo che cosa volessero di preciso. Intendevano forse che avrei dovuto sterminare l'umanità? Non ne sarei stato in grado e ben lo fossi stato non lo volevo e sapevo che infondo non era questo che mi chiedevano. Anche perché ora sapevo il loro odio per Kymi, lei mi aveva insegnato la pietà e l'amore.
Sentimenti che mi erano ancora difficili da comprendere ma che ora avevano minato il mio cuore di assassino perfetto che loro cercavano.
Restava il fatto che se erano morti tutti allora io come potevo esistere? Chi mi aveva reso ciò che ero?
Non avevo ancora abbastanza risposte anche se sarebbero giunte presto.
"Come sei arrivata fin qua?"
"Mi hanno guidata gli animali, io li capisco, ci posso parlare."
"Anche tu ricordi il tuo passato vero?"
"Si"
Io no.
Non potevamo restare in quel magazzino sul molo e poi non mancava molto all'alba e nonostante non lo avessero mai sperimentato loro sapevano già che il sole era un pericolo, era come se lo percepissero.
Avevamo bisogno di un rifugio sicuro per il giorno e soprattutto eravamo impresentabili nei nostri abiti logori e sporchi.
Lei propose di tornare alla sua vecchia casa. Restammo in quel luogo alcuni giorni.
FATTO 2: la notte
Lettera indirizzata all'illustrissimo Sig.Epek T. Gibsey.
Resoconto di viaggio, ultimi eventi.
Deserto di Gykoa, al confine con le terre conosciute. Come Voi ben saprete ha una particolarità, contro ogni legge geofisica si staglia come una penisola circondata dal mare per miglia e miglia come se l'acqua stessa non potesse raggiungere questa landa desolata.
Io sono un ricercatore, mi chiamo Akif, forse avrete sentito parlare di me, oramai sono anni che cerco la famosa stele di cui si ha notizia non ufficiale solo in alcuni documenti e che narra di un passato diverso da quello che ci fu raccontato.
E' una questione che per me ha raggiunto un'importanza fondamentale, trovare questo tesoro culturale equivale a una affermazione nel campo archeologico.
Tutto l'ambiente scientifico, Voi escluso, mi è stato ostile da quando ho preannunciato la mia partenza per questo viaggio e persino i miei collaboratori mi hanno oramai abbandonato.
Solo una donna mi è rimasta vicino e il suo nome è Eruho. In questo momento siamo alle prese con gli animali che non resistono più questo clima caldo e pare ci vogliano abbandonare pure loro.
Ho incollato su questa pagina il telegramma che mi è stato recapitato circa due giorni or sono da un messaggero e viste le poche speranze di riuscita mi sento di affermare che la missione si è rivelata un totale fallimento come temevo. Mi dirigo al punto di ritrovo convenuto dal telegramma dove le milizie locali ci riporteranno a Kimlia.
Porgo l'occasione per farLe i miei più vivi auguri perché ho saputo della Vostra scoperta riguardo le catacombe in cui, si dice, si nascondessero gli ultimi superstiti della temuta razza vampira e spero ci si possa incontrare successivamente nella grande città al nostro arrivo.
Invio a Voi solo questo testo perché ultimamente strani incidenti hanno precluso ogni possibilità di riuscita in questa impresa e temo che qualcuno stia cercando di nascondere qualcosa, ma oramai mi è impossibile continuare oltre nelle ricerche e affido alla Vostra discrezione queste parole qualora incappassi in incidente mortale e non potessi far ritorno. Temo per la mia vita e per quella di Eruho quindi vi prego di non far parola di questa lettera soprattutto per il Vostro bene, vogliate perdonarmi se vi sto caricando di questo fardello, ma è necessario che qualcuno sappia e porti avanti il mio progetto qualora non potessi farlo io personalmente.
Vostro affezionatissimo, Akif.
Telegramma urgente per Signorina Vijola Tomida.
Pregasi signoria Vostra di recarsi immediatamente nel più vicino centro di polizia per questione di massima urgenza che richiede Vostra esperienza nel campo tecnologico.
Richiesta di Rilascio per Concessione del Primo Ministro dopo verifica eseguita dagli specialisti.
Il Sign. Kino Yoheda, superato l'esame per la verifica della avvenuta guarigione del paziente, deve essere rilasciato e consegnato all'autorità competente in quanto non più necessario internamento nel Vostro Ospedale Psichiatrico.
Le patologie riscontrate nel soggetto dovute alla cattiva educazione materna ed alla assenza di una figura paterna paiono oggi superate; la madre tuttoggi anziana, figlia di un combattente Crociato morto sul campo, riconosciuta insana di mente ed internata è oggi deceduta nella camera di rianimazione in cui da tempo giaceva. Il soggetto è quindi ritenuto non più a rischio e necessita di rilascio immediato.
Segue parere contrastante del medico curante a cui era affidato il paziente il quale non influisce sulla valutazione finale della Commissione di Specialisti.
Grazie per la collaborazione, Ufficio Rilasci.
Comunicazione interna per Dipartimento Archeologico.
Il Sig.Epek T. Gibsey è pregato di recarsi al più presto al Dipartimento Centrale Presidenziale per aggiornamenti sulla sua ultima scoperta riguardo le "catacombe" e primo test ufficiale eseguito da esperto patologo sui cadaveri in essa rinvenuti. Invieremo successivamente l'analisi compiuta dal taumaturgo locale sui segni rinvenuti all'interno delle "catacombe".
Grazie per la collaborazione.
Ritaglio di giornale
...il furto negli archivi pare di modesta entità e il materiale non ancora ritrovato è oramai presumibilmente finito in mano a collezionisti senza scrupoli che dopo la notizia delle "catacombe" hanno cercato in ogni modo di appropriarsi di oggetti dall'inestimabile valore storico legati a questa scoperta, le autorità si sono dette indignate per ciò che è stato sottratto, perlopiù materiale cartaceo e relazioni di esperti su ciò che è stato rinvenuto all'interno delle "catacombe"...
FATTO 3: le maschere
Una telefonata.
Nonostante quello che era successo il giorno che avevamo incontrato Kymi pareva che nessuno avesse toccato nulla del patrimonio che le era rimasto in eredità dal padre, anche se io penso Ronji avesse avuto parte in tutto ciò con le sue doti di convinzione così efficaci sui semplici umani.
In quei pochi giorni che rimanemmo in quella casa loro due raccontarono molto della loro vita umana tanto che avemmo l'illusione di essere tornati tali, anche se io stesso non so bene come sia essere un umano visto che ancora non ricordo il mio passato. Furono giorni sereni, in cui raggiungemmo un legame molto forte conoscendoci l'un l'altro fin nel profondo, fino a che non arrivò quella maledetta telefonata.
Una ragazza, conosco quel viso.
Non so chi sia.
Non c'è più un prima e un dopo.
La ragazza è in pericolo.
Devo impedirlo.
Un qualcosa di nero si stende su di lei e la avvolge.
Il freddo della morte, nella notte, sulla ragazza.
Ricomincio a mettere a distinguere la realtà dalla visione, Ronji e Kymi mi guardano.
Io dico: "Ronji rispondi al telefono ti prego, quel suono costante mi sta facendo impazzire."
Ronji fa per obbiettare.
Il telefono comincia a squillare.
Lui si allontana per rispondere, attraverso il corridoio. Il corridoio! E' coperto di serpi che si rivoltano sul terreno e sibilano coprendo ogni altro suono.
Urlo: "Nooo!"
Corro verso di lui e lo raggiungo nel medesimo istante che lui si gira verso di me in modo così lento che sembra colto di sorpresa, cadiamo a terra insieme e una mano colpisce il muro sfondandolo dove prima vi era il suo cuore.
Una lingua biforcuta si avvolge al mio collo e cerca di stritolarlo, Ronji si alza e contemporaneamente dalle ombre tentacoli cercano di avvolgere il nemico, ma il suo sguardo è così deciso, così sicuro, ci si può vedere il mondo intero in quegli occhi. Ronji sembra catatonico, non si muove più si limita a fissare gli occhi. Occhi vuoti che non rispecchiano più la vita ma solo la consapevolezza di essa.
Poi come dal nulla era apparso svanì.
Io ero libero ancora steso a terra e Ronji si guarda intorno cercando di capire cosa era successo.
Un pensiero comune, gelido si insinua. Kymi?
Sveglia.
Una caverna, molte iscrizioni, generiche raffigurazioni di serpi.
Serpi, sul mio corpo si stanno movendo a decine. Paura. Come può un immortale temere ancora la morte? Paura.
I vestiti sono leggeri, per la verità paiono non esistere neppure, candidi come un giglio.
Legata, sono legata, non riesco a muovermi, un tavolo di legno morto mi trattiene e non riesco a spezzare le catene. Sento la sofferenza di quella pianta. La sua anima mi parla, la vedo verde e rigogliosa nella foresta, abbattuta e lavorata soffre per le sue mutilazioni. Ora è ridotta a uno scheletro piatto e morto e io non posso scappare da questa sofferenza, forse anche le piante hanno un'anima e se così fosse abbatterle non sarebbe un omicidio? La natura mi parlava e io capivo quello che diceva anche se non volevo saperlo. Chiusi gli occhi cercando di non vedere, di non sentire.
Non poteva essere stato lui, non aveva agito contro di lei e perdipiù non lo aveva neppure pensato e di questo ne ero certo.
C'era qualcun altro che agiva con lui ed era sicuramente un vampiro, come lo era lui.
Un altro di noi. Quindi era vero: non eravamo estinti.
Forse loro avevano le risposte che ci servivano, ma dovevamo trovarli anche per sapere come mai ci avevano attaccati di sorpresa ed avevano rapito Kymi.
Jessy! Era in pericolo, avrebbero rapito anche lei e la avrebbero usata come ricatto. Ne ero certo, già lo vedevo nella mia mente come un presagio.
Ronji mi sollevò da terra e partimmo verso casa di Jessy.
Stavo cucinando una bistecca, sfrigolava nella padella riempiendo la cucina del suo aroma. Una lacrima cadde dal mio viso sfrigolando sulla padella. Erano oramai giorni che Kymi non si faceva sentire e oramai non potevo pensare ad altro che al peggio, forse era morta e non l'avrei più rivista. Lacrime sul viso, dolore dentro. Vado verso lo stereo, metto una musica di quelle forti che tirano su il morale a volume alto, la vicina si lamentava spesso ma ora non mi fregava nulla di lei.
Guardavo la bistecca cambiare colore dal "rosso sangue" al "pallido cottura", intanto piangevo.
Il campanello suona. Non ho voglia di rispondere. E se fosse lei che torna da me? Mi giro di scatto e pianto un urlo. Davanti a me vedo una persona scura che mi prende tra le sue braccia e mette una mano sul mio viso per tapparmi la bocca e poi mi alza a forza sulle spalle.
Scalcio, mi dimeno, cerco di urlare. Panico.
La porta si sfonda vedo due persone che entrano di corsa e poi vedo la mia casa che si allontana. Siamo usciti dalla finestra. Dove mi sta portando? Mi fa paura. Sento il male in questa persona, la sua presenza è così lugubre. Continuo a piangere in silenzio, forse mi porterà da lei.
Io e Ronji arrivammo davanti alla porta di ingresso e diamine non possiamo dimenticare le buone maniere, suono il campanello.
Attesa.
Urla. Si! Erano proprio delle urla.
Sfondiamo la porta ed entriamo, un uomo scuro la sta tenendo sulle spalle come un sacco di patate e lei si dimena, un salto e spacca la finestra, allontanandosi nella notte.
Sorrido. Mi piacciono le sfide.
Ci avrebbe portato direttamente dove volevamo.
Una pantera nella notte correva velocissima e lo seguiva fiutando le sue tracce, Ronji invece si era dissolto nell'oscurità ma sapevo che era vicino a me e mi seguiva.
Arrivammo così nella città di Kimlia, le luci colorate ci sovrastavano e nel cielo scintillavano colorate rendendo la notte simile al giorno. Festeggiamenti per le nozze appena annunciate del presidente Forqua. La gente per strada, i veicoli che rombavano, le luci sfavillanti. Presi il contatto con il rapitore e dannazione riuscivo a malapena a fiutare la sua pista. Si muoveva veloce saltando da un palazzo all'altro e il suo odore si disperdeva nell'aria, quando ritrovammo la scia eravamo di fronte ad una immensa cattedrale. Le sue vetrate colorate la facevano apparire un immenso mosaico colorato e la sua struttura immensa ed imponente mi fece fermare.
Tornai ad essere me stesso nel vicolo lì a fianco e Ronji ricomparve dal nulla uscendo dall'ombra vicino a me, restando in silenzio sapeva che eravamo arrivati, ma ora non sapeva bene che fare.
La scia era così forte, ma io non mi sentivo in grado di entrare in quel luogo sacro, ero pur sempre un essere malvagio e profanare quel luogo era immorale. Avevo ancora una moralità dunque.
Qualcosa in tutto ciò non mi convinceva, mi appoggiai stancamente al muro. Spalancai gli occhi per lo stupore. Non era una cattedrale! Voltai lo sguardo nonostante già sapessi ma non volevo crederci.
L'intera cattedrale non era ciò che gli occhi vedevano. La costruzione in realtà era molto più simile a una sfinge. Sorrisi. Il topo era in trappola e il gatto pregustava la cena.
Mi scostai dal muro e la costruzione tornò ad essere quello che era prima e che i miei occhi avevano visto sin dall'inizio, Ronji mi seguiva in silenzio anche se pareva non capire.
La cattedrale era vuota e nella sua immensità il silenzio regnava sovrano, un singolo rumore pareva poter turbare l'equilibrio che aleggiava all'interno, toccai il muro e vidi una immensa statua di serpe al centro dell'altare, su di esso sdraiata e nuda c'era una donna che pareva svenuta.
Scostai la mano dal muro e tutto questo scomparve, io e Ronji eravamo soli nella completa pace della cattedrale.
Improvvisamente le tenebre invasero il luogo oscurando le luci al neon, solo alcuni candelieri ancora risplendevano, il resto era avvolto nel buio più fitto. Chiusi gli occhi.
Concentrati Joshua, concentrati! E vidi nuovamente la realtà come se l'illusione fosse caduta e rividi l'altare e ora pareva vedere tutto pure Ronji.
Fui subito vicino all'altare...Jessy! La presi tra le braccia alzandola di peso la quale rispose con un lamento restando incosciente. Qualcuno voleva farle del male, probabilmente eravamo arrivati in tempo per salvarla, dovevamo portarla al sicuro, lontano di qui. Non riuscivo a sentire la presenza di Kymi, forse quel vampiro ci aveva condotti di proposito fin lì per allontanarci da Triuma. Imprecai.
Mi voltai e vidi Ronji assalito da centinaia di piccoli ragni che non riusciva a staccarsi dal corpo i quali lo stavano ricoprendo di tele fino ad immobilizzarlo e poi Ronji fu coperto e il bozzolo di ragni si sgonfiò fino a sparire. Cosa era successo?
"Credevate forse di cavarvela?"
"Chi sei e perché hai rapito questa donna?" chiesi al nulla.
"Il mio nome può forse fare differenza?"
"Voglio sapere chi ti ha reso ciò che sei" dissi.
"Il dolore".
"Ti capisco" dissi e inclinai la testa.
"Il tuo amico è scomparso e ora anche tu farai questa fine".
"Lei che centra?" continuai a chiedere.
"Lei è già una di noi, non lo senti?"
Lasciai cadere il suo corpo nudo e delicato dalle mie braccia, era vero, non pulsava più vita nel suo cuore, era morta nonostante fosse ancora viva. Perché lo aveva fatto? Forse per lo stesso motivo che aveva spinto me.
Caddi in ginocchio di fronte al suo corpo inerme che giaceva nudo sul marmo freddo che pavimentava la cattedrale. Lei oramai aveva lo stesso freddo nel suo cuore. Kymi non lo avrebbe sopportato questo e io con lei pativo quasi Kymi fosse vicino a me e sentissi le sue emozioni.
Le lacrime di sangue sgorgavano dai miei occhi chiusi e feci l'unica cosa che mi venisse in mente di fare, pregare per la sua anima dannata che anche a causa mia era persa.
Passi, di fronte a me.
Alzai lo sguardo distorto dal rosso del sangue vidi una figura che avanzava, vestiva di nero ed era un tizio robusto. Tirò fuori una lunga spada che tirò all'indietro come per caricare un colpo diretto alla mia testa. Disse: "Ne resterà soltanto uno!". Battuta scontata.
Un battito di ciglia e gli ero alle spalle, nell'orecchio gli sussurrai: " Tu guardi troppi film."
Gli cadde la spada dalla sorpresa.
Con la forza della mente lo lanciai contro il soffitto. Contro il quale si schiantò, ma subito si riprese e sputò una tela rimanendo attaccato ad esso. Presi la spada e con tutta la forza in corpo la lanciai contro di lui. Trafitto. Lo impalai al soffitto.
Presi di nuovo Jessy tra le mie braccia e mi incamminai noncurante verso l'uscita della cattedrale.
Il vampiro ricadde con forza a terra visibilmente ferito e corse verso di me con la spada in pugno, io gli davo le spalle, Ronji ricomparve a quel punto da un'ombra proprio al suo fianco e con la mano aperta in piena faccia fermò la sua corsa, poi lo fece cadere all'indietro.
Mi fermai, anche se non vedevo direttamente, sapevo cosa stava succedendo, la mano di Ronji rimaneva sulla faccia del tizio che a terra stava urlando e cercava di liberarsi intanto che il fluido acido gli corrodeva la testa quasi che la mano di Ronji potesse secernerlo come sudore. Dopo poco cessò di agitarsi e rimase a terra un corpo senza testa con le braccia spalancate. Il rumore di un fuoco d'artificio, una esplosione di colori, la cenere nel vento del vampiro distrutto. Ronji raccolse lo spadone e venne dietro di me alla ricerca di un rifugio per il giorno che stava per sorgere.
Lì fuori una ragazza vendeva dei fiori, ne comprai uno e lo deposi sulle scale della ex-cattedrale, in memoria di chi aveva solo sofferto per colpa di altri.
Un fiore. Per terra. Soffriva la sua agonia in silenzio reciso dalla radice che gli dava la vita ora sentiva la morte giungere lenta. Pativo per lui, non era distante. Ero ancora legata al tavolo di legno morto e nulla era mutato, ma era passato un giorno, lo sapevo.
Un tizio si avvicina. Non lo avevo mai visto prima d'ora, era pelato e pareva un essere senza più motivo per vivere costretto all'eterno supplizio di fare cose che non voleva ma alle quali non poteva sottrarsi.
Diceva frasi senza senso, era una lingua che non conoscevo, probabilmente una lingua morta da tempo immemore.
I disegni sulle pareti sembravano illuminarsi. Pose una teca vicino a me con su inciso il mio nome: "Kymi", poi con la noncuranza con cui si prende una mela dal vassoio della frutta immerse la mano e buona parte dell'avambraccio nel mio corpo, bruciava dentro di me come se cercasse di tirar fuori da me le mie interiora e con esse la mia anima.
Persi i sensi.
Trovare una camera libera in una locanda era impossibile vista l'enorme folla che dalle strade si stava riversando ora nei propri giacigli in cerca di quel riposo che gli umani potevano ancora gustare.
Kimlia, la capitale, era vastissima e copriva da sola quasi dieci volte la superficie che occupava Triuma, la città in cui avevo conosciuto i miei compagni di avventure (o sventure?).
I sotterranei di un magazzino abbandonato ci fornirono un riparo adeguato dal sole, anche se non era molto confortevole trovammo la cosa sufficiente per quella occasione.
Jessy ancora non si era ripresa e sia io che Ronji eravamo molto assetati, ma era tardi per uscire a "caccia" e il torpore del sonno iniziava a lambirci la mente.
Quando ripresi i sensi al tramonto successivo Jessy era accovacciata vicino a me e stava piangendo in silenzio. La sua gamba presentava un'ustione orribile che un umano non avrebbe mai potuto sopportare in quel silenzio
Aveva la testa tra le ginocchia e le braccia le coprivano il volto, ripeteva fra sé: "il sole brucia. il sole brucia. il sole brucia."
Le parlai di Kymi. Ascoltò in silenzio tutta la storia che vomitai fuori senza omettere nulla. Sapevo di essere io il colpevole di tutto quello che era capitato a loro finora e non riuscivo più a tollerarlo, dovevo sfogarmi e quando ebbi finito Ronji ci venne vicino e gettò a terra due umani apparentemente storditi. Non disse nulla, come sempre. Lui si limitava a osservare.
Di questo gliene fui grato.
A quel punto fu lei che disse: "So dove sono andati, parlavano di un luogo fuori città in cui avrebbero portato una giovane vampira presa da Triuma." Era certamente Kymi, non vi era dubbio.
"Padron Zaghael, uno degli infanti è stato annientato, la missione è comunque riuscita su entrambi i fronti."
Un diabolico sorriso mostrò un canino acuminato come un rasoio.
Prendemmo in prestito un autoveicolo di grandi dimensioni, il padrone aveva fatto qualche obbiezione, ma Ronji aveva risolto il problema con qualche semplice ordine a cui il camionista non aveva ribattuto. Io gli avevo gettato a terra una quantità di soldi pari al valore del veicolo, infondo odiavo rubare, Ronji come al solito aveva sputato a terra.
Ci dirigemmo verso il luogo che ci aveva indicato Jessy mentre lei stava rannicchiata e silenziosa sul fondo del veicolo, aveva gli occhi vitrei e pareva non avesse ancora accettato la realtà. Cercai di consolarla ma pareva non sentirmi, così vi rinunciai.
Quando fummo abbastanza vicini alla costruzione la classificammo come un mulino a giudicare dalle pale che lentamente ruotavano sotto la debole spinta del vento.
Nascondemmo il furgone in poco fuori la strada principale e poi ci avvicinammo in silenzio mentre io facevo in modo di non farci scorgere usando il mio potere di oscurare la nostra presenza agli eventuali esseri di guardia.
Cautamente giungemmo fino all'ingresso, vi era silenzio assoluto, i rumori della notte come il canto delle cicale o dei gufi rompevano a tratti quella quiete totale, ma sentivo il pericolo incombere.
Il mulino era composto in parte di pietre e in parte di legno, la porticina di ingresso era in solida quercia e tutto intorno vi era una piccola palizzata di recinzione.
La palizzata.
Un lampo.
Paura.
Tempo prima, un cimitero. Una croce in legno con su scritto "Joshua".
Di nuovo la notte di fronte al mulino.
Non mi sentivo affatto tranquillo e Ronji capiva quello che provavo infatti propose di lasciare lei fuori per non farle correre inutili rischi, avrebbe atteso al sicuro sul furgoncino.
Parve d'accordo e lentamente si incamminò in silenzio sulla strada appena percorsa.
Quando fummo soli Ronji mi prese di sorpresa per la giacca e si gettò a terra sulla sua ombra, e quello che mi colpì fu il fatto che sprofondammo in essa come se li la terra non fosse mai esistita e ci trovammo proprio all'interno del mulino, dall'ultimo piano potevamo vedere ciò che ci attendeva dalla porta e non fu un gran spettacolo. Vi erano degli enormi ammassi di carne che si muovevano lentamente ma restavano in silenzio e pareva ci stessero aspettando dietro la porta.
Era una trappola, come lo avevano scoperto? Forse era solo una normale precauzione. Non riuscivo a sentire Kymi neppure qua, però da una botola al piano terra subito dietro ai due ammassi di carne sbucò all'improvviso una persona che non pareva un vampiro e sembrò dare ordini ai due "cosi".
Forse era un'accesso per una zona nascosta in cui poteva trovarsi la mia Kymi.
Ronji mi fece cenno di stare fermo e affondò le sue braccia nel muro nell'ombra di una trave e le ritrasse subito dopo sorridendo. I due mostri intanto improvvisamente sembrarono impazzire, stavano sciogliendosi in una pozza di sangue, anzi per dirla più chiaramente sudavano sangue da ogni poro del loro corpo deforme ed immenso che sembrava creato dall'unione di tanti esseri umani in modo quasi grottesco.
Persero probabilmente la ragione, dal loro corpo degli artigli composti dalle loro stesse ossa stavano colpendo il vuoto e a volte le travi stesse che reggevano la struttura del mulino, Ronji si girò mi fece cenno di andare con lui attraverso l'ombra e così ritornammo fuori dove delle urla strazianti fendevano l'aria rompendo il silenzio della notte. Sentivo il loro dolore, la morte che li divorava e loro impotenti che cercavano un nemico invisibile da distruggere per far cessare la sofferenza. Quelle urla mi tornano in mente molto spesso e popolano i miei incubi durante il mio riposo diurno tuttora.
La struttura tremava ad ogni colpo che le bestie impazzite davano e alla fine cedette e crollò su se stessa seppellendoli, guardai Ronji e gli dissi che dovevamo entrare in quella dannata botola che ora stava sotto le macerie.
Mi prese di nuovo e ci gettammo nuovamente nell'ombra per sbucare esattamente sotto la botola nel buio più totale, i miei occhi però si abituarono subito mentre adesso era Ronji ad avere qualche problema visto che non vedeva più nulla. Lo trascinai con me il più veloce possibile lungo il cunicolo che pareva eterno. Questo era scavato nel terreno e pareva stare su per miracolo, poi arrivammo ad una nuova botola. Ronji non mi poteva aiutare così lentamente la aprii e un rivolo di sangue colò giù dall'apertura della botola, tutto il mio orrore e il mio disgusto mi pervasero come non mai, quello che vedevo era una distesa di corpi tutti amalgamati insieme che parevano gemere in unico lamento, le pareti, il soffitto, tutto era ricoperto da un essere vivente unico che gemeva e si muoveva spasmodicamente come volesse fuggire da lì ma non poteva. Kymi.
Come una luce nella tenebra riuscii a vederla e il mio cuore penso riprese a battere per qualche istante nonostante fosse già freddo da molto tempo.
Lei era attaccata a una parete, era trattenuta da un'altra persona che la teneva le gambe contro il muro mentre le braccia erano trattenute da alcune mani che spuntavano dal muro, era vestita da un piccolo abito di seta bianca quasi trasparente che lasciava intravedere lo splendore del corpo e pareva incosciente.
Quest'essere che la tratteneva mi dava le spalle e pareva intento nel suo impegnativo lavoro che non appurai tutto subito, era vestito con un camice da dottore di cui non si vedeva più il bianco originale ricoperto da chiazze di sangue coagulato.
Spalancai la botola forte dell'effetto sorpresa nonostante Ronji non potesse essermi di grande aiuto e corsi a una velocità folle contro l'essere per colpirlo alle spalle e stordirlo per salvarla.
Quando gli fui dietro cercai di colpirlo ma i caddi rovinosamente mentre alcune mani dal pavimento trattenevano i miei piedi.
Questo si girò di scatto e si avvicinò a me sorpreso. Con tutta la forza che avevo mi liberai dalla presa del pavimento e mi alzai per fronteggiarlo ma questo parve non avere intenzione di combattere.
"Siete infine giunti nella mia camera dei trofei dunque" disse, la sua voce era qualcosa di curiosamente diverso da una voce umana, pareva fosse deformata o distorta.
"Camera dei trofei?" chiesi.
"Si, questa stanza la adibisco a ... collezione privata. Guardati intorno non sono forse delle splendide donne quelle che vedi?"
Diedi un'occhiata in giro e in effetti la stanza aveva le pareti tappezzate da corpi di donne seminude dall'aspetto sublime e Kymi era tra loro!
"Questo grottesco ammasso di corpi che pulsa e soffre tu lo chiami forse una "collezione"?"
"Io mi limito a fondere i loro corpi in un unico essere che rappresenta la perfezione estetica della donna e qui vedi le migliori ragazze che in poco tempo sono riuscito a trovare per le terre conosciute, un surrogato della perfezione. In questa stanza regna la bellezza più pura che durerà nei secoli dei secoli. Il sangue che fornisco a loro le rende immortali, statue viventi della purezza femminile."
"Tutto questo è semplicemente folle!"
"Siete venuti per lei?" chiese indicando Kymi.
"Certamente e non la lascerò qua a marcire tra i tuoi squallidi trofei alla sofferenza imolati per il tuo perverso gusto estetico."
"Quella ragazza è uno dei miei migliori elementi e non la cederò, quindi puoi anche ritornare sui tuoi passi mio piccolo patetico innamorato."
Si voltò nuovamente riprendendo la sua opera come se considerasse chiusa la questione.
Il sangue mi ribolliva nelle vene per il disgusto e con velocità gli fui addosso sferrandogli un calcio con tutta la forza che possedevo, ma questi parve neppure soffrire per il colpo, si alzò nuovamente voltandosi e questa volta con aria minacciosa disse: "Folle vuoi forse perdere anche tu la vita? Lei ora mi appartiene quindi vattene e considerati fortunato per averti risparmiato nonostante la tua insolenza!"
Le mani dal pavimento cercavano nuovamente di afferrarmi così reagii sollevandomi dal terreno di pochi centimetri librando in aria e gli sferrai nuovamente un colpo in pieno viso.
Questa volta il pugno sembrò aver avuto effetto visto che l'essere si stava tenendo il volto tra le mani, ma qualcosa non quadrava, stava aumentando di dimensioni.
Il suo corpo si stava espandendo in maniera orribile.
La sua pelle si stava squarciando come se fosse solo una copertura e ora mi sovrastava, qualcosa a metà tra un pipistrello e un gorilla ma di dimensioni enormi.
I suoi occhi erano iniettati di sangue e dalla sua bocca enorme colavano sudice bave, le sue mani avevano lunghi artigli e le sue ali erano composte di una sottile membrana, pareva uscire dall'inferno.
Non avevo mai visto nulla di così orribile, rimasi un attimo sorpreso e lui colse l'occasione per afferrarmi, la sua stretta era tremenda e sentivo il mio corpo cedere sotto la pressione, urlai.
Ronji corse verso di me anche se non sapeva bene dove fossimo perché per quanto potesse usare le ombre a suo piacimento non poteva vedere nel buio totale che riempiva la stanza che doveva rimanere celata agli occhi dei mortali.
Il risultato fu che con un movimento del braccio tirò un manrovescio che stese al suolo Ronji che lì rimase sofferente, non lo avevo mai visto in difficoltà prima d'ora.
Stringeva, sentivo le mie ossa scricchiolare, il dolore per la pressione era atroce e quel "coso" rideva con la sua bocca enorme e i suoi denti bavosi, mi avrebbe divorato.
Pensai intensamente alla spada di Ronji che giaceva a terra sottratta nello scontro precedente e questa si sollevò in volo, poi diedi col pensiero tutta la forza che potevo e la scagliai contro il braccio che mi stritolava. Caddi a terra e il braccio cadde vicino a me ormai privo di vita.
L'essere parve un attimo disorientato e sofferente, ma poi cadde su un lato con ciò che restava del suo braccio contro il pavimento sanguinolento. Le mani, gli occhi, le bocche che componevano le pareti e l'arredamento della stanza erano tutte scosse da un fremito e parevano muoversi all'impazzata come se condividessero il dolore del loro signore, la stessa Kymi si contorceva nelle mosse più grottesche per via del dolore che sentivo in lei. Le corsi vicino e notai con orrore che le sue gambe erano prive di piedi e terminavano nell'immensa carne che ricopriva la stanza, era diventata un tutt'uno con essa, come potevo liberarla senza farla patire ancora? Solo lui poteva.
Mi girai e comandai: "Liberala immediatamente se non vuoi che la prossima parte amputata sia la tua testa!"
Di tutta risposta l'essere sembrò rialzarsi lentamente, ma il suo braccio mozzato era anch'esso fuso con la carne che ricopriva il pavimento. Mentre si rialzava sembrava tirare con esso i tessuti quasi fossero elastici e quando il tiraggio raggiunse il limite sopportabile la stanza intera parve piangere dal dolore e la carne si lacerò, il braccio era di nuovo attaccato al mostro. Si poteva rigenerare! Che tremenda blasfemia, anche facendolo a pezzi si sarebbe ricomposto.
Corse verso di me come un toro impazzito che riuscii a schivare solo grazie alla mia prontezza di spirito, ma subito la mia mente corse a Kymi che giaceva appesa dietro di me incapace di scansarlo.
Un rumore sordo, tipico di quando getti una pietra nello stagno o sfondi la cassa toracica di un essere umano.
L'avevo dunque persa per sempre.
Rimasi immobile, con gli occhi rivolti al terreno piangendo lacrime amare, il mostro infuriato mi guardò con odio profondo e infine capì il mio dolore, sembrò calmarsi, ritornò ad essere l'umano di prima e se ne andò.
Rimasi immobile qualche attimo, poi col peso di tutta la solitudine mi avvicinai ai resti sanguinolenti di quella che fino a poco prima era la persona che amavo.
Le sfiorai le guance ed ebbi come la visione di tuta la sua vita precedente alla morte, era una vita di felicità e spensieratezza, una vita normale, non la vita di Kymi!
Quella non era lei!
Quella ragazza era stata modellata ad immagine di Kymi, ma era un' umana.
Dunque avevo versato lacrime prima del tempo e potevo ancora salvarla, ma mi sentivo stanco e affamato e il mostro, ovunque fosse, ora non era più nei paraggi.
Ronji si alzò in piedi a fatica e mi venne vicino, disse solo: "Andiamocene da qui, oramai non possiamo far altro."
Un lampo.
Jessy.
Stava soffrendo, qualcuno la stava torturando.
Era in pericolo.
Sarebbe morta.
Urlai: "Noooo!" verso il cielo e corsi indietro nel cunicolo di prima seguito da Ronji.
Dovevamo salvarla e diamine questa volta ce l'avrei fatta.
Corsi più veloce che potevo sentendo la mia carne dolere per lo sforzo e sfondai la botola dalla parte opposta.
Il furgone.
Pensavo solo: "Non morire, ti prego, non morire!"
La porta del furgone.
"Resisti!"
Jessy era lì tranquilla all'interno del furgone intenta nel suo cibarsi di resti di qualcosa che poco prima si muoveva, e mi guardò con aria interrogativa vista la mia fretta e la mia preoccupazione.
Tirai un sospiro di sollievo. Ma non mi sentivo tranquillo, qualcosa non andava.
Le chiesi se qualcuno si era avvicinato o se l'avessero notata in qualche modo e mi rassicurò sul fatto che nessuno l'aveva scorta, riacquistai un po' di tranquillità.
Disse che una ambulanza era passata in tutta fretta superando il nostro furgone nascosto e si era diretta verso città.
Non vi era dubbio! Il dottore (o quel che ne rimaneva umanamente di lui) era fuggito verso al città e non potevamo lasciarci scappare l'occasione di scoprire il suo covo...
Avremmo ritrovato Kymi.
Ritornammo a Kimlia premendo l'acceleratore fino quasi a sfondare il pedale, non potevo più attendere, girammo per le strade cercando un segno dell'ambulanza, non poteva essere sparito ma non penso fosse così stupido da andare all'ospedale. Passammo di nuovo di fronte alla cattedrale di prima, l'alba stava incalzando e saremmo dovuti andare a nasconderci per passare il giorno, ma in quel momento la vidi, era parcheggiata nel vicolo a fianco ma ..si non c'erano dubbi era l'ambulanza del dottore.
Parcheggiai a fianco, ne scrutai l'interno con la mente e parve vuota. Cercai cosi' all'interno dei documenti o qualcosa che potesse darci maggiori informazioni ma l'unica cosa che trovai era il nome del conducente o almeno il presunto tale... Dott. Kigra Dotres, esperto patologo, colui che aveva curato parte delle indagini alle catacombe. Una nuova tessera per il mio mosaico.
Entrammo nella "finta" cattedrale spalancando le porte, se ci attendevano tanto valeva entrare in grande stile! Quando fummo dentro ciò che meno ci stupì erano i corpi dei bambini a terra senza vita, il resto era follia pura. Kimy era lì, crocefissa vicino all'altare, una macchia di sangue all'altezza del seno destro, il suo corpo scosso da tremiti pativa come non mai.
In un secondo fui davanti a lei, era così immacolata in quella veste, così ...delicata.
Caddi in ginocchio e piangendo urlai il suo nome. Parve aprire gli occhi per una frazione di secondo e in essi vi lessi qualcosa che non volevo. Una trappola.
Ci ero caduto come un imbecille. Mi voltai Ronji era tenuto da catene che scendevano dal soffitto e non riusciva a liberarsi e io improvvisamente sentii un rivolo caldo dal mio stomaco e vidi le mie interiora che fuoriuscivano come mosse da un impulso irresistibile e colavano a terra. Era una cosa allucinante, gli occhi sbarrati guardai Jessy cercando di capire, ma lei era troppo occupata a sghignazzare per farci caso.
"Poveri piccoli allocchi, credevate che non vi avremmo fermato?"
"Perché?"
"Troppo legati alla vostra vita umana per essere perfetti, come me."
"PERCHE'? IN NOME DI DIO DIMMELO!!"
Parve per un attimo fare una smorfia a sentir quelle parole, ma riacquistò subito fiducia.
"Perché non dovevate esistere, perché siete uno sbaglio, perché tu Joshua non sei mai nato."
"Lurida traditrice, tu non sei Jessy!"
"Certo che non lo sono" e dicendolo mostrò il suo vero aspetto, era una donna molto anziana, dai capelli lunghi e bianchi come la neve, la sua pelle raggrinzita, sembrava una dolce nonnina, ma forse era più indicato il lupo travestito da nonnina...
"Vedete siete andati troppo oltre, e tu Joshua hai creato due discendenti dai poteri così vasti, il mio padrone sarebbe interessato a capire chi ti ha creato e come ha fatto a renderti così potente da rendere questi due infanti (indicando Ronji e Kymi) tali da contrastare la nostra capacità, la nostra purezza di sangue raccolta in centinaia di anni."
"Io non so chi sono e non conosco chi mi ha creato" dissi con un sussurro di voce.
"Allora sei inutile, come i tuoi infanti del resto e brucerete tra le fiamme dell'inferno."
In quel momento la cattedrale stessa parve incendiarsi e bruciare me tre la donna non si spostava di lì, non fiatava e neppure temeva quelle fiamme.
Ronji invece urlava dalla disperazione.
Kymi non reagiva.
Ero solo, era finita.
Lacrime.
Un battito di cilia per mandarle via.
Un battito di cilia per vedere oltre le illusioni.
Un battito di cilia per mostrarmi che le mie budella non sgorgavano dal mio corpo, Ronji non era trattenuto da nessuna catena e la cattedrale non stava bruciando.
Illusioni, il potere di quella vecchia si basava sulle illusioni.
Riacquistai fiducia.
Volevo solo che non mi vedesse negli occhi per leggere ciò che sapevo e lei parve non interessarsi più a me, svanii dalla sua mente e lei parve non più interessata alla nostra "morte" tanto che mi diede le spalle.
Le fiamme dovevano avvolgerla, le fiamme dovevano purificare tutto quanto, per davvero.
Fu così intenso il mio desiderio che vidi la sua veste prendere fuoco.
La sorpresa parve avere effetto perché la donna iniziò a urlare dallo spavento e le illusioni caddero.
Io feci un sogghigno.
Ronji fece altrettanto.
bello ma lo sai ke a 1° vista il titolo sembrasse ke deskrivesse un uomo quando piscia?
AAAAArgh!!!!!!!! Blasfemo
e per di piu' hai pure interrotto la continuazione :P
cmq andro' avanti pian pianino... basta che trovo il tempo
:D :D assai bello.
ciao a tutti
basciamo le mani
tnx
La donna arretrava, evidentemente preda del dolore più folle, la sua mente prima fredda e calcolatrice era ora capace di ogni tipo di forte emozione. Ah che strano destino pensai, preda della sua stessa giustizia.
Brucia infida megera, purificati nelle fiamme poiché solo coloro che non temono l'inferno non patiscono i dolori delle fiamme. Questo pensai in quell'ondata di conforto che mi avvolse.
Giustizia.
Cosa era poi la giustizia? Quale regole aveva se non le regole che ognuno le dava. E' così soggettiva quindi?
Tremai a questi pensieri ma forse non era ancora il momento di dedicarsi alla filosofia poiché improvvisamente ogni goccia di acqua presente all'interno della cattedrale, la cui illusione stava svanendo anch'essa, sembrò animarsi e dirigersi verso la vecchia.
Le gocce vagavano a mezz'aria come incerte sul loro destino per poi gettarsi senza timore nelle fiamme pur di fermare quel supplizio. Non poteva essere la donna a farlo, c'era qualcun altro?
L'intensità delle fiamme scese e il crepitio si spense poco dopo rivelando un corpo carbonizzato per la maggiorparte della sua superficie, certo un umano a quel punto sarebbe già morto, ma lei ancora si muoveva, si contorceva in spasmi e dalla sua pelle oramai nera usciva un rivolo di pus rossastro.
Che scena raccapricciante.
Mi voltai e non riuscii a trattenere quell'impulso ancora umano di vomitare, ma ovviamente ciò che uscì dalla mia bocca era solo sangue.
Ma ero stato umano io?
Colui che secondo la vecchia "non era mai nato"?
Ronji non diede segno di nessuna emozione come il suo solito e si limitò a fissare quel mezzo cadavere ustionato che combatteva con il proprio corpo per rimettersi in piedi, evidentemente preda della follia più pura.
E Ronji disse: "La tua storia termina qua, nonna."
Poi venne verso di me dandole le spalle.
L'essere semi-carbonizzato con la pelle che si staccava, si mosse verso di lui cercando invano di raggiungerlo, ma in quel momento la sua stessa ombra si mosse in modo differente e la afferrò per la gola, la strinse forte e la vecchia si dimenò all'interno della presa urlando per il terrore, si spostava lentamente a piccoli passi, ma la sua ombra la seguiva e la teneva stretta, la vecchia aveva gli occhi sbarrati, preda forse delle sue stesse illusioni arretrava sempre più fino a che raggiunse il primo raggio di sole che colorato scendeva dalla vetrata raffigurante personaggi di una storia più vecchia della mia. Quella fu l'ultima cosa che vide.
Il sole. Maledizione!
L'illusione parve cedere sempre più, l'intera cattedrale stava svanendo lasciando il posto ad un minuscolo ingresso di un tempio a forma di sfinge che a differenza dell'altare di cui ne prendeva il posto, esisteva veramente.
Se rimanevamo lì morivamo anche noi.
Se uscivamo morivamo anche noi.
La sfinge come unica via di salvezza.
Presi l'intera croce a cui era attaccata Kymi, non avevo tempo per staccarla senza farla soffrire.
Ronji corse all'ingresso del tempio e vi entrò al limitare del primo raggio solare.
Io ero rimasto indietro.
L'oscurità cercò di contrastare invano la luce a cui di diritto spettava la giornata e io sarei morto se una nuvola non avesse coperto in quel momento il sole.
Per un attimo sentii sul corpo quel calore solare, quel tepore che non sentivo da chissà quanto tempo, e la mia anima si deliziò di esso e temo che sarei morto per davvero perché non avrei resistito alla tentazione dell'abbraccio caldo del sole.
Ma qualcun altro non la pensava come me, e non amava il sole.
E non amava noi tre.
quando fanno il mega orgione?
(commento inopportuno eh?) 6 un grande skriba kmq!
grrrrr Zeeeeeephi se ti becco, mannaggia. :P
cmq grazie per il compli :0
tanto è inutile scrivere di non postare sotto perchè sempre e dico sempre qualcuno deve scrivere i complimenti.
ciao a tutti
basciamo le mani
be' se sono complimenti non ci si può incaxxare più di tanto no?
EHEHEH ha ragione kangi! ma 'sto racconto è troppo contradditorio da come l'ho tradotto io prima dal titolo doveva essere un racconto di un tizio che pisciava x tanto e poi alla fine dovevano fare un mega orgione ma nn potevi scegliere un solo filone narrativo?
VERO CHE L'HO TRADOTTO ATTENTAMENTE IL RACCONTO?
eeeeeeeeehhhhhhhhhhh ??? ??? ???
:( :( :(
:D :D :D
:p :p :p
ciao a tutti
basciamo le mani
bravo enrico...
non vedo l'ora di leggere il seguito...
bye
appena c'ho un pochetto di tempo ...
kangi l'ehhhhhhhhhhhhh è kome dire si vero?
no :angry: :angry: :angry:
L'ehhhhhh è come dire: MA COME CAZZO PARLA???
ciao a tutti
basciamo le mani
Peace & Love
Fucks & Sucks :D :D :D
ciao a tutti
basciamo le mani
Una figura vestita di nero guardava dalla finestra la luna che lentamente cedeva il passo, un lieve riflesso del vetro mostrava di sfuggita il suo volto.
Era un volto che non pareva umano e forse non lo era da tanto tempo che quel palazzo forse lo aveva visto sorgere e con esso tutta la città.
Quella città che cento anni prima divenne la capitale dell'impero.
L'impero ancora gestito dall'anziano Lonmir.
Gli occhi erano quelli che colpivano di più perché il loro colore era rosso vivo, come se ardessero. In essi vedevi l'inferno.
I capelli lunghi e bianchi come il latte scendevano folti lungo la schiena.
"Entra pure Epek" disse alla stanza come se essa potesse udirlo, poi dopo poco qualcuno bussò alla porta.
Una figura incappucciata entrò lentamente zoppicando e disse: "L'anziana Mitia, maestra delle illusioni, ci ha abbandonati senza compiere la sua missione."
"Già ne ero al corrente, ma se non sbaglio noi abbiamo ancora in pugno quei piccoli ribelli. Vero?"
"Certo... certo, Padron Zaghael"
Scendemmo le scale più velocemente possibile, erano piccoli gradini ripidi di roccia, l'umidità regnava incontrastata ed era terribilmente buio, Ronji restava dietro di me e cercava di seguirmi, ma faticava parecchio.
Quella donna, prima di morire, non aveva risposto alle mie domande anzi ne aveva poste di nuove... nuovi quesiti che si aggiungevano alla lista.
Costei non conosceva chi ci aveva creato e anzi era stupita della nostra potenza. Diceva che aveva impiegato un centinaio di anni per divenire ciò che era e nonostante questo ora era solo una piccola e insignificante anima che vagava per i gironi degli inferi.
Chi era il suo padrone?
Chi era che dirigeva questo gioco?
Troppe domande senza risposta.
Era proprio una brutta situazione e forse ve lo ho già detto, io odio le brutte situazioni.
Arrivammo in una grotta sotto la città.
Era enorme.
Non saprei come descrivere questo luogo se non come una parte mancante di terra, come un cancro che aveva divorato (e lo stava ancora facendo?) le fondamenta della città, come se questa grotta si estendesse sotto tutta la città, ma non era un'illusione.
Al fondo delle scale notammo la debole luminescenza che permeava quel luogo e pareva venire da nessun punto in particolare, ma si estendeva per l'intera grotta.
Eravamo dunque arrivati sotto la cattedrale illusoria, passando per un ingresso da tempietto. Cosa si poteva trovare al suo interno?
Avanzammo cauti Ronji e io (che continuavo a tenere sulla spalla la croce con su Kymi) cercando un posto dove nasconderci per il giorno che oramai era sorto e che ci aspettava la sopra pronto a colpirci come una serpe.
Un labirinto di forme rocciose ci impediva di vedere ad altezza d'uomo, anche se vedevamo il soffitto, e così pensai bene di sollevarmi cautamente da terra coi miei poteri.
Sentii un urlo agghiacciante.
Mi voltai in quella direzione e vidi un gruppo di cani feroci che stavano cibandosi di carne.
Carne umana.
Viva.
Non potevo aspettare, l'intervento era necessario.
Scesi a terra e comunicai a Ronji la cosa, il quale si occupò immediatamente di salvare quell'essere che sotto i morsi delle bestie stava morendo.
Io appoggiai delicatamente a terra la croce. Ronji scomparve in un'ombra.
Il suo viso così delicato segnato dalla sofferenza.
Le lacrime amare che scorrevano lungo il corpo.
La sua ferita sul cuore che ancora colorava di rosso sangue il suo candido vestito bianco.
Kymi.
Cosa ti hanno fatto?
Ronji fu subito di ritorno.
Aveva entrambe le mani occupate, in una si dibatteva un essere grosso come un cane, ma pareva un topo di dimensioni enormi, non era un topo comune e ne percepii la fame di carne e la sete di sangue. Topi cresciuti col sangue di noi esseri dannati. Non credevo avesse effetto sugli animali.
Nell'altra mano invece penzolava un corpicino, un bambino?
Avevano dato in pasto a quegli esseri un bambino?
Ma sembrava diverso, no, non era un bambino bensì un uomo dalle dimensioni minute, un nano.
Era sporco di sangue e i vestiti erano laceri, brandelli di carne pendevano qua e là rosicchiati, non sarebbe rimasto in vita ancora per molto, questione di minuti, stimai.
Ronji mi guardò come per sapere come comportarsi.
Pensai per un secondo all'ipotesi di farlo divenire come noi, probabilmente sarebbe sopravvissuto.
Però non mi potevo più accollare l'idea di aver dannato un'altra anima che nulla poteva se non essere preda della sventura. Dissi a Ronji di lasciarlo morire in pace, ma ebbe una reazione strana.
Subito non me ne accorsi, ma quando compresi era tardi. Era fuggito in un'ombra portando con sé il morente, voleva farlo lui! Era solo curiosità? O forse pietà? O ancora il dimostrare a se stesso di essere al mio pari? O per dimostrarlo a me?
Presi quel "topo", se così si poteva definire, e lo stritolai tra le mie mani, sentendo le sue ossa cedere sotto la pressione e frantumarsi penetrando negli organi vitali.
Fece un lieve squittio e smise di muoversi.
molto interessante anche se un pò schifosetto verso la fine.
ciao a tutti
basciamo le mani
e' un racconto horror... ha scene splatter....°_°
p.s. plis non repliyate seno' rimane un casino ???
Tolsi lentamente i chiodi che tenevano Kymi legata a quella croce e la adagiai delicatamente a terra, aveva bisogno di un po' di tempo per riprendersi evidentemente.
Non era ancora conscia, per fortuna.
Intorno a lei dei rampicanti sfondarono il terreno e la chiusero come in una gabbia, per proteggerla e lentamente fu come inghiottita dal terreno.
Sarebbe tornata presto come prima, doveva solo riprendersi, le diedi un ultimo saluto mentre svaniva.
Valutai ora la croce su cui prima giaceva il corpo di Kymi, era enorme, all'incirca alta due metri e larga uno nel braccio più corto, era ben rifinita e ornata di un leggero motivo in rilievo in stile barocco. Era fatta in una lega di acciaio molto resistente, sicuramente di fattura recente ben lucidata, impreziosita qua e la da alcune gemme preziose. Nel suo insieme una decorazione molto appropriata per un luogo sacro, non certo come mezzo di tortura...
Decisi di tenerla e portarla sulla spalla, infondo non era male e mi sarebbe dispiaciuto gettarla o abbandonarla in questo luogo.
Ronji non fece ritorno e io ero rimasto nuovamente solo e oramai preda del torpore che mi coglieva decisi di nascondermi dietro una sporgenza rocciosa cercando di essere il meno appariscente possibile.
Però non mi sentivo sufficientemente protetto e temevo un attacco diurno da qualche mostro che abitava nel sottosuolo cittadino. Meditai un attimo su ciò che succedeva a Kymi e mi chiesi se pure io potevo svanire nel terreno. Infondo era sotto terra il mio posto.
Fu così che lentamente svanii nel terreno.
Era come ritornare all'inizio.
Era come ritornare nel grembo materno.
Che sensazione di protezione, che senso di calore.
Nella terra sotto la città mi abbandonai al riposo tipico della nostra specie, molto più simile alla morte che al sonno umano.
Il giorno successivo, o almeno credo lo fosse visto che non potevo vedere il cielo, mi destai in forma come non mai, sentivo il mio corpo al pieno delle sue potenzialità, però la sete di sangue tornava come sempre a tormentarmi al risveglio.
Sentivo la fame che mi lacerava le interiora, ma non avevo possibilità di nutrirmi al momento, forse più avanti avrei trovato qualcosa di cui cibarmi.
Mi incamminai così solitario per questi cunicoli che formavano la grotta sotto la città fino a che sentii uno scroscio lontano come di una cascata.
Una cascata sotterranea? Forse un fiume...
Mi avvicinai sperando di trovare una via di uscita sicura e magari anche Ronji che non sapevo dove fosse e temevo ora per la sua esistenza.
Il colpo fu abbastanza deludente e nell'insieme penso che una cosa così brutta non l'avevo mai vista prima d'ora.
Ma infondo e' normale mi dissi in un secondo momento.
Cosa può scorrere sotto una città?
Un enorme e putrido fiume di rifiuti biologici ed escrementi vari scorreva lento tra le rocce e pareva provenire da poco più in alto da cui cadeva con un sordo rumore nella pozza sottostante nella quale gorgogliava per alcuni attimi per poi ripartire mesto verso un altro punto imprecisato di cui non vedevo la fine.
Il tanfo era fortissimo e temo che qualsiasi umano sarebbe già fuggito in preda agli spasmi dell'asma, invece io rimasi lì a guardare per alcuni attimi cosa nascondeva la bellezza che sopra regnava.
Mi incamminai lentamente lungo questo "fiume" seguendone il corso per trovare una via di uscita, sarebbe pur sbucato da qualche parte, mi dissi.
Vagai per circa una mezz'ora prima di giungere in un punto in cui il "fiume" spariva in una fenditura nel terreno.
Rimasi un po' amareggiato perché la mia soluzione non aveva portato a nulla, non potevo certo gettarmi in quella melma che andava più a fondo nella terra.
Mi voltai e feci quasi un salto per la sorpresa.
Ronji.
Lasciai cadere la grossa croce e lo abbracciai, felice per averlo ritrovato.
Vicino a lui era presente anche la persona minuta che aveva portato via il giorno prima.
Certamente mi pareva in condizioni migliori del giorno precedente anche se molte ferite erano ancora visibili ora sembrava in grado di camminare e sarebbe sopravvissuto, se così si può dire.
Ronji ne aveva fatto un suo "figlio" e lo si poteva vedere chiaramente.
Per un attimo incrociai il suo sguardo e cercai di leggere nella sua anima, ma rimasi deluso dal fatto che per la prima volta non ci riuscii.
Pensai che potevo fallire anche io, una volta.
ma ora siamo passati al sadomasochismo???
Ronji fece le presentazioni, seppi così il suo nome: Kino.
Le sue origini erano delle terre dell'est, ma di più non riuscimmo a sapere, non diedi troppo peso alla cosa infondo avevamo tempo per discutere...molto tempo, oserei dire l'eternità.
Fatto il punto della situazione restava ora da decidere che strada seguire, visto che il fiume non era più percorribile.
Fu così che iniziammo a girare per quella caverna umida e buia, alla ricerca di una via di uscita, oramai ci eravamo persi completamente e io non ero più in grado di sollevarmi da terra, a dir la verità non ero più in grado di far molto, mi sentivo stanco e affamato.
La sete mi stava divorando dentro e non potevo far nulla per alleviare il patimento.
Anche Ronji pareva messo male, forse persino peggio di me, nonostante cercasse di nasconderlo, l'unico che sembrava ancora completamente in sé era Kino.
Seguivamo una strada tra le rocce, ma ogni volta lui diceva che non era la strada giusta, che aveva già girato là sotto e sapeva che non portava da nessuna parte. Ma non conosceva una via d'uscita.
Vagammo, per ore.
Buio.
Sete.
Buio.
Sete.
Freddo.
Oramai mi trascinavo solo più, non sapevo se fosse giorno o notte all'esterno, eravamo così distanti dal mondo esterno, dal mondo vivo.
Eravamo come seppelliti lì sotto. Che amara giustizia in questo.
Vagavamo, seguivamo Kino e continuavamo a restare lì sotto.
Nulla cambiava.
Ero preda dello sconforto e più cercavo di parlare con lui più questo mi colpiva.
Sete.
Buio.
Sete. Sete. Tanta Sete.
Dentro sentivo come un freddo intenso che intorpidiva le mie membra.
Il calore del sangue. Così dolce.
Non pensavo più ad altro. Io e Ronji stremati seguivamo quell'uomo minuto in preda allo sconforto.
Lui continuava a parlarci di quel luogo abominevole.
Freddo.
Buio.
Non mi reggevo più in piedi, sentivo il sonno che mi prendeva.
Dovevamo fermarci.
In un punto imprecisato io e Ronji cademmo al suolo stremati.
Freddo.
Buio.
Io sono Joshua. Sono un essere dannato.
Perché vivo seppur morto?
"perché devi vendicarci"
Vendicare chi?
"noi, tuoi simili"
Vendicare chi?
"noi, tuoi fratelli"
Vendicare chi?
"noi, tuoi padri"
Perché mi parlate nella mente?
"noi siamo morti"
Io non vi conosco
"siamo vissuti prima di te"
Meritavate la morte.
Merito la morte.
"noi eravamo migliori"
Distruggere la vita altrui è sbagliato, voi eravate sbagliati, io sono sbagliato.
"noi non distruggevamo"
Voi uccidevate per cibarvi.
"noi non distruggevamo"
Voi non potete usarmi.
Io sono libero.
Io voglio morire.
Io devo, morire.
Risveglio.
Sete, troppa.
Freddo, troppo.
Buio.
Mi alzo a fatica.
Ronji mi imita.
Seguiamo Kino come due burattini.
Lui parla, io oramai non ascolto nemmeno più, Ronji neppure.
Cammino.
Tempo.
Buio.
Freddo.
Sete.
Quanto tempo era passato da quando avevamo iniziato a vagare?
Quanto tempo era passato da quando mi ero cibato l'ultima volta?
Quanto tempo era passato?
La mia mente oramai era come staccata dal corpo.
Io ero la mente.
Io pensavo.
Loro si cibavano di esseri umani.
Loro subirono la vendetta degli esseri umani.
Loro meritavano di morire.
Loro mi usano per tornare come prima.
Loro sono il Male.
Devo fermarli.
Devo impedirlo.
Devo morire.
Ronji mi guarda.
Ha il volto pallidissimo.
Gli occhi vitrei.
Mi dice che usciremo di qui.
Incomincia a ridere.
Poi piange, triste.
Esisteva ancora la luce?
Esisteva ancora un mondo a cui tornare?
Esisteva ancora un senso per continuare?
La fine era l'unica via di fuga.
Kino oramai avanzava urlando: "Madre mi hai abbandonato", "Madre mi hai abbandonato", "Madre mi hai abbandonato".
Esistevano solo più la grotta buia, il freddo e la sete.
Erano le uniche certezze che mi facevano ragionare ancora.
Kino era pazzo. Noi lo eravamo diventati. Saremmo morti. Era giusto così.
Meritavamo solo quello.
Dovevamo morire.
"non devi dimenticare"
Cosa?
"non devi dimenticare la vendetta"
Cosa c'era da vendicare?
"il tradimento"
Volevo scappare da tutto, dalla grotta, dalle voci, da me stesso.
Sprofondai nella terra.
:angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry: :angry:
ciao a tutti
basciamo le mani
be' sta parte e' un po' in stile evangelion ultima puntata o almeno mi ricorda quello anche se non era quello che volevo ottenere... mmm dovrei rileggerli prima di postarli
Kangi come mai ste faccine?
Sveglio.
Buio.
Freddo.
Sete.
Muoversi, in cerca di cibo.
L'odore del sangue così forte.
Sete, seeete.
Ecco, un corpo che si muove, cibo.
Mi avvento sopra di esso.
Il calore del sangue e la sua dolcezza mi diedero una sensazione così magnifica, ero come in trance, con gli occhi chiusi non facevo altro che assaporare quella sensazione sublime, nessun mortale può sapere cosa essa provochi, non è paragonabile a nessuna sensazione umana, sentire quel liquido come droga che scende nel corpo e placa un tormento indicibile.
Una risata?
Torno lievemente in me e cerco di capire chi stia ridendo, sono così felice che lo potrei fare pure io.
Mi accascio a terra e rido anche io, rido di gusto come non avevo mai fatto prima.
Una risata di felicità per un desiderio appagato.
Apro gli occhi lentamente.
Ahh, la luce mi ferisce.
Li richiudo e cerco lentamente di abituarmi a tutta quella luminosità.
Sfocato, mmm vediamo un luogo marrone con una forte luce in un punto.
Il marrone è del legno, la luce pare una torcia.
C'è una figura li vicino.
Il legno lentamente si trasforma e diventa un tavolo di quelli antichi, alcune librerie intorno piene zeppe di libri, libri per terra, accatastati, libri sul tavolo.
La torcia è una candela che brucia nel suo portacandela, un librone è aperto sul tavolo e una figura vi stava leggendo come se l'avessi distratta. Il pavimento è in legno.
La figura è un uomo, anziano, ha una barba lunga grigia, i capelli anche lunghi, ha un aspetto trasandato, pare un luogo fuori dal tempo.
Dunque, ricapitolando: sono in un studio con un vecchio, come ci sono arrivato? Eppure sono sicuro di esserci arrivato con le mie forze, nonostante guidato da un cieco impulso divoratore.
Sono seduto a terra, il vecchio mi guarda ma sembra non dare molto peso alla mia presenza.
"chi sei?", chiedo.
"esci fuori dal nulla senza presentarti e poi fai queste domande?", risponde lui con una voce molto profonda e stanca, dopodiché riprende a leggere il suo libro per nulla turbato.
"io sono Joshua, mi spiace se vi ho disturbat..." al diavolo avevo appena saziato la mia sete con qualcosa che ora era probabilmente morto!
Giro lo sguardo: una donna.
Occielo no! Jessy! La vera Jessy, quella umana!
"no, noooo" dico solo incredulo scotendo la testa.
"cosa hai, rinneghi forse la tua natura? Avevi fame, ti sei saziato. Fine della questione."
"come?...lei?...io?...tu chi sei?"
"sei confuso ragazzo mio, lascia che ti chiarisca un po' le idee, la tua amichetta umana è morta e sei stato tu ad ucciderla, per quanto riguarda come tu sia arrivato fin qui penso sia stata la sete a guidarti favorendo qualche tua abilità che ancora non conosci di viaggiare attraverso il terreno."
"io...la ho uccisa! Come posso averlo fatto? Era innocente... non doveva morire...Kymi ora mi odierà...non posso più salvarla... ma posso renderla una di noi... così tornerà a vivere..."
"a vivere una falsa vita? Una non-vita? Lasciala morire in pace e non allungare le sue sofferenze ulteriormente..." lo disse continuando a leggere il librone sul tavolo.
"io..."
"tu sei un assassino Joshua, la tua razza è una razza di assassini e come tali vi comportate, quindi hai solo rivelato la tua natura, l'istinto non tradisce, il tuo cuore non è puro come credi, la tua dannazione non ha vie di scampo."
"io..."
"perché ti ostini a continuare? Perché non finisci qui le tue sofferenze e di quelli che ti sono cari? Non indugiare, renderai solo più difficile continuare e moriranno altre persone innocenti."
"tu...forse hai ragione...io dovrei morire e così finirebbe la razza maligna dei vampiri."
"saggia risposta."
"io...mi abbandonerò al calore del sole, per la prima ed ultima volta..."
Feci per alzarmi ma qualcosa dentro di me improvvisamente si accese come un disco rotto ripetè una frase: "il tradimento, il tradimento, il tradimento,... vendicare il tradimento".
Ancora quelle voci, a migliaia echeggiavano nella mia testa, ricaddi seduto tenendomi la testa tra la mani, sul volto un'espressione di sofferenza.
Il vecchio parve notarlo, "cosa aspetti allora? Il sole ti attende dietro quella porta..."
No, no, no, la vecchia illusionista parlava di un maestro ed era una di noi, esistevano ancora altri della nostra specie non potevo morire senza averli distrutti prima. Dovevamo morire tutti. Era giusto così.
Non dovevo abbandonare tutto ora.
Dovevo far tacere quelle voci, dovevo resistere allo sconforto, dovevo resistere alla proposta del vecchio saggio.
"perché mi dici di morire? Io non posso morire sapendo che altri della mia specie continueranno ad esistere, devo proteggere gli umani."dissi, "devo salvarli" poi riflettei un attimo su ciò che avevo detto, proteggere gli umani, non era proprio il mio desiderio, non era solo un mio volere, lo voleva anche la mia anima nel profondo e me ne resi conto solo ora...ma la mia anima non era forse ciò che ero io? E come poteva volere qualcosa indipendentemente da me? Le voci echeggiavano nella mia testa, urlavano e non riuscivo a capire, premetti le mani sulle orecchie mentre la testa mi doleva, poi successe qualcosa di più inaspettato.
Persino l'anziano distolse la sua attenzione dal librone su cui sembrava ancora intento a leggere fino a poco prima.
Alcuni libri caddero dalla libreria sulla destra, poi altri a sinistra.
Delle lunghe radici verdi si stavano lentamente facendo strada verso l'interno della stanza, tante radici, lunghissime, crescevano in modo smisurato, stavano avvolgendo tutta la libreria.
Il vecchio si alzò dalla sedia posta vicino al tavolo con aria stupita e intanto le voci nella mia testa cessarono di colpo.
Ero ancora seduto a terra non capivo che stava succedendo.
Poi la libreria cadde con un rumore fragoroso e si alzò una nuvola di polvere, che annebbiò la vista per pochi istanti.
Dietro ad essa vi era una intera pianta enorme, con un fiore enorme al centro, bianchissimo, che emanava un profumo inebriante e riempiva il cuore di gioia il solo vederlo.
Era bellissimo.
Perfetto direi.
La scena rimase come congelata alcuni istanti in cui né io, né l'anziano capivamo il significato di quella intrusione.
perchè sono rimasto indietro con la storia e tu scrivi ogni volta 30 pagine :angry: :angry:
ciao a tutti
basciamo le mani
muahahahahhaahhahahah :D
e dire che sono partito dall'rpg maker con cui volevo fare un giochetto rpg proprio con questa idea base, che non posso spiegarti perche' e' il colpo di scena finale :P
ammazza quante idee mi vengono mentre sono al lavoro, ho riempito il marsupio di appunti e dire che mi piace persino scriverla sta storia ^^
sì sì continua :D :D :D fai bene :P :p :p
ciao a tutti
basciamo le mani
Enry miraccomando devi scrivere ancora....
sta storia mi piace un casino!!!!!!
Il fiore lentamente iniziò a muoversi, con leggiadria copriva quel paio di metri che lo divideva dall'anziano e quando fu a circa mezzo metro di colpo scattò in avanti aprendosi del tutto e mostrando un'enorme fila di denti e un bel ringhio che raggelò il sangue nello stomaco!
Io ero come impietrito.
L'anziano pure.
Il fiore non si mosse.
Attimi di silenzio.
Poi si girò lentamente verso di me col suo sorriso terrificante ed ebbi un attimo di esitazione.
Con un gesto rapido la pianta mi fu davanti e spalancò l'intera bocca per ingoiarmi, io non avevo armi e non riuscivo a muovere un muscolo e in un attimo mi divorò.
Chiusi gli occhi.
Quando li riaprii ero all'interno della pianta ed era come essere in un grembo materno, solo che insieme a me c'era anche Kymi, era riuscita a salvarsi quindi e pareva star bene anche se aveva lo sguardo spento.
La chiamai e lei puntò verso di me il suo sguardo triste e capii che pensava a Jessy, la sua amica, colei che più di tutti le era stata vicina e le aveva voluto bene e io l'avevo uccisa.
Distolsi lo sguardo incapace di reggere oltre.
"Ero preoccupata per te" disse.
"Non volevo..." sussurrai mentre una lacrima mi rigava il viso, era una lacrima di sangue.
"Sei stato costretto, lo hanno fatto apposta era solo una trappola psicologica... vogliono dividerci"
"Lo so, ma non mi posso dare pace..."
"Ronji tempo fa era riuscito a parlare con i morti vero?" chiese.
"Certo!" le dissi rasserenandomi, forse lui poteva ancora fare qualcosa, solo dovevamo prima trovarlo.
"Dove siamo qui?" le chiesi.
"Siamo al sicuro nella terra, le piante ci difendono e in questo momento cistiamo movendo nel terreno tramite le loro radici e presto troveremo anche Ronji e potremo sapere cosa è in grado di fare".
Le piante, gli animali, la natura intera pareva proteggere Kymi, quale ne era il motivo? In questo luogo pareva non esistesse la corruzione umana, sembrava un luogo di quiete assoluta, pareva l'eden.
Dopo alcuni attimi fummo rigurgitati delicatamente dalla pianta la quale si ritirò nel terreno e scomparve, lasciando me e Kymi sotto il buio cielo che copriva la città di Kimlia.
Ronji era nei paraggi, lo sentivo.
Dei sussurri lontani.. era la sua voce...."la senti?" le chiesi, ma fece cenno di no.
Era vicino ma dove?
Concentrati Joshua, concentrati.
Kymi intanto alzò il viso al cielo e fece un fischio, un corvo scese lentamente e si appollaiò sulla sua mano... per alcuni attimi i due si fissarono negli occhi e poi il volatile spiccò il volo e scomparve nella notte.
"A est due isolati più in là, in un vicolo" disse lei.
Io rimasi un attimo allibito, poi la seguii.
Lo trovammo coricato vicino ad un bidone della spazzatura che emanava un tremendo fetore, vicino a lui vi era un barbone con la sua inseparabile bottiglia di whisky in un cartone ben stretta nella mano, ovviamente l'uomo era morto. Ipotizzai dissanguamento.
Ronji pareva nelle stesse condizioni del barbone prima di morire, farfugliava frasi a vanvera e pareva non fosse in grado di reggersi in piedi.
Lo alzammo di peso cercando di portarlo via di lì visto che il sole non avrebbe tardato a comparire, ma come lo tirammo su dalla sua giacca cadde un sacchetto marrone.
Ronji spalancò gli occhi, si gettò a terra e strinse nel pugno quel sacchetto urlando "VOLEVATE PORTARMELO VIA, ANDATEVENE SIETE SOLO DEI TRADITORI".
Io e Kymi non sapevamo che fare e rimanemmo un attimo a guardarlo.
Ero così curioso di sapere il perché di quella reazione che guardandolo negli occhi cercai di capire cosa gli era successo e ebbi come la visione della pazzia che aveva avvolto lui e il suo infante Kino, l'agonia psicologica, le torture mentali e alla fine la scelta ultima e dolorosa di Ronji di distruggere ciò che aveva creato, che ora era ridotto in cenere, in un sacchetto marrone.
(n.d.r. da adesso si potra' intravedere parte del mio segone mentale :P)
FATTO 4: i demoni
Tristemente accovacciati nello scantinato di una stazione in disuso, io, Kymi e Ronji, fissavamo il terreno incapaci di proferir parola.
Fuori la città stava riprendendo il solito movimento mattutino e le persone ignare di noi esseri dannati giravano sicure per le strade protette dai caldi raggi solari che a noi non era dato modo di assaporare.
"Perché mi avete trovato?" chiese Ronji, rompendo il silenzio.
"Volevi la morte vero?" chiesi io.
"E' un'ipotesi" disse lui.
"Jessy è morta" disse Kymi.
"E' stata colpa mia" ammisi.
Ronji alzò gli occhi e mi guardò.
"A volte il destino ci porta a compiere atti che non pensavamo neppure di poter concepire" disse Ronji, "io pensavo di poter fare come hai fatto tu, pensavo di poter salvare quel povero umano morente".
"Hai solo prolungato la sua agonia" dissi io.
Il pavimento era così gelido e l'aria pareva stagnare in quel luogo ricoperto dalla polvere dove oramai la vita non arrivava per poterla smuovere.
"Voglio dire addio a Jessy, parlarle per un'ultima volta" disse Kymi con lo sguardo triste rivolto a terra.
"Se è quello che vuoi allora posso aiutarti" disse Ronji.
Prese un pezzetto di mattone dal pavimento e si avvicinò al muro scrostato di intonaco dove disegnò un rettangolo alto circa un metro.
Fece un cenno con la mano verso di esso con lo sguardo che intendeva dire "avanti dai, andiamo".
La ma prima idea fu che oramai la pazzia lo aveva completamente distrutto e oramai non ragionava più e provai una profonda pena per lui tanto che mi avvicinai e lo strinsi forte pieno di compassione.
Kymi pianse in silenzio.
Ronji mi guardò un attimo e poi disse "E' la porta di accesso al mondo dei morti" con un aria così stupita che pareva un maestro delle elementari alle prese con dei bambini che non riuscivano a imparare le tabelline.
"Avete un oggetto di Jessy?" chiese.
Kymi si portò la mano al collo e si tolse il ciondolo che portava legato ad esso e glielo porse.
Lui impugnò il ciondolo e poi come se la porta fosse reale prese la maniglia e aprì la porta.
Il muro stesso parve aprirsi a compasso in quel punto e un rettangolo alto circa un metro roteò su se stesso lasciando al suo porto un varco nero.
Rimasi un attimo stupefatto. Tutti e due erano capaci di cose che io non sapevo neppure!
Ronji fece cenno di entrare tenendo la porta aperta come un bon maggiordomo.
Kymi mi diede uno sguardo preoccupato e poi varcò la soglia e scomparve nell'oscurità, io la seguii immediatamente e Ronji chiuse la porta alle spalle.
assai bello ma bello assai presentatorissimo ma stai recitando?????????????????????????????????????????????????? :D :D
ciao a tutti
basciamo le mani
un lavorazzo davvero fatto per bene... ;)
mi viene male solo a pensare a tutta sta roba da scrivere :D :D
ciao a tutti
basciamo le mani
lo farà al posto di lavorare :D
no no io sono abituato a fare 5000 cose insieme
La prima sensazione che provai fu di freddo, poi il freddo divenne così intenso da avere l'effetto contrario e mi sentivo bruciare nel freddo assoluto che regnava, poi girai lo sguardo e vidi una landa triste e desolata in cui pochi alberelli secchi cercavano invano di combattere la morte e sprofondavano le loro radici alla ricerca di un terreno che non c'era, una immensa distesa di ghiaccio costellata di alberi morti e teste.
Si! Erano proprio teste.
Teste che si contorcevano, che gemevano, che urlavano, che inveivano.
Sbucavano dal terreno che era in realtà una lastra di ghiaccio che si estendeva a vista d'occhio. Il cielo, se così si può definire, era nebuloso e non permetteva di scorgere nulla oltre di esso.
Ero solo, mi rigirai e non vidi né Kymi, né Ronji, mi avvicinai a una di queste e inorridito indietreggiai un attimo, era sfigurata dalla sofferenza e dal patimento, ma era la stessa vecchia megera che qualche giorno prima aveva cercato di ucciderci con le sue illusioni!
Infondo era il mondo dei morti e quindi era plausibile trovarla qui, solo ne fui comunque scioccato.
Quando mi vide i suoi occhi si gonfiarono e iniziò a urlare frasi piene di bestemmie, che fui tentato di fuggire, ma dove?
Non vedevo via d'uscita, non sapevo come tornare tra i vivi.
Era una brutta sensazione e io odio.. vabbè ormai lo sapete.
La testa parve d'improvviso bloccarsi e continuò a fissarmi con gli occhi spalancati ma pareva inerme e pensai che finalmente potevo porre quelle domande che no avevano avuto risposta prima di allora.
Mi feci coraggio e mi avvicinai ad essa rimirando il suo corpo immerso nel ghiaccio fino al collo e le chiesi "Ti ricordi di me?"
Le sue parole vomitarono fuori da quella sudicia bocca condite con insulti e bestemmie che tralascerò dalla cronaca.
"Liberami...da...questa...prigione...e...ti...dirò...tutto" disse.
Finalmente potevo avere delle risposte alle mie domande e così le presi la testa tra le mani e inizia a tirare e il suo corpo uscì dal ghiaccio come se fosse stato solamente a galla nell'acqua.
Quando ella venne fuori subito iniziò a intonare canti di gioia e mi disse il suo nome, Mitia.
"Perché hai cercato di distruggerci, Mitia?" le chiesi.
"Per ordine di Padron Zaghael"
"Chi è questo Zaghael, è un vampiro come noi?"
"Lui mi ha resa così per servirlo e mi aveva promesso la vita eterna, non la dannazione eterna"
Povera stolta, pensai.
Poi di colpo le teste iniziarono a urlare, volevano essere liberate anche loro, tutti quanti urlavano, le nostre voci furono sopraffate dalle voci delle teste e quando cessarono di colpo dal nulla apparvero un branco di feroci belve che corsero verso di noi ad una velocità impressionante.
Questi erano come enormi mastini con gli occhi fiammeggianti, dalla cui bocca usciva fumo e denti aguzzi qual stiletti.
Mi volati verso la donna che aveva ora un'espressione di terrore e mi disse in un sussurro con gli occhi rivolti alle belve in arrivo: "Vattene dalla Tolomea, o morirai, in Antenora sarai al sicuro".
Detto questo, in men che non si dica, i mastini le furono addosso e la sbranarono riducendola in pezzi che ancora si muovevano e agonizzavano a poca distanza da me.
Mi voltai e corsi ad una velocità folle in cerca di Kymi e Ronji.
Quando le mie forze si esaurirono ripresi a camminare sperduto nella landa ghiacciata, triste sotto il peso della solitudine e sconvolto da questo luogo così triste in cui però riuscivo a percepire come una certa famigliarità.
Era forse questo il luogo da cui venivo?
Mi sentivo a casa.
O almeno una parte di me.
Caddi a terra stremato e indeciso sul da farsi.
La nebbia mi circondava e non riuscivo a vedere e sentire nulla. Ero come intorpidito.
E faceva freddo.
Guardai il terreno e vi scorsi una sagoma.
Una persona era completamente sepolta nel ghiaccio sotto di me.
I suoi occhi mi guardavano fissi e parevano chiedere pietà, infilai la mano nel terreno e lo tirai fuori per i capelli dalla sua tomba di ghiaccio.
Era lo stesso tizio che avevamo distrutto io e Ronji nella cattedrale, disse di chiamarsi Sifar.
Il suo volto era sfigurato dall'acido per il quale era morto e non lo avevo riconosciuto subito, ma pareva non volersi vendicare.
"Dove siamo?" chiesi.
"Nella Giudecca" rispose lui "Nono Cerchio dell'Inferno".
Rimasi un attimo allibito.
Anche questa sensazione iniziavo ad odiare, e ci aggiunsi pure il freddo nella lista delle cose che odiavo.
"Anche tu hai agito per ordine di un certo Zaghael?" chiesi.
"Si"
"Perché mi odia tanto?"
"Non lo so"
"Come arrivo in Antenora?" chiesi allora.
Si alzò a fatica e si mosse lentamente verso nord, risalendo il pendio da cui ero arrivato.
Eravamo nuovamente nel luogo di prima, la Tolomea, riconobbi e una sensazione di inquietudine mi avvolse.
In lontananza vidi un piccolo rettangolo di ghiaccio che pareva fuoriuscire dal terreno e sovrastare il resto della landa ghiacciata.
Mi avvicinai trascinandoci Sifar controvoglia e quando egli ne vide il corpo all'interno come prima reazione si mise ad urlare "Quello è Padron Zaghael! Quello è il traditore!" fece poi altri versi sconnessi e alla fine si portò le mani agli occhi e con tutta la forza che aveva se li cavò strappandoli e li gettò a terra calpestandoli, urlando di dolore.
Prese a correre e svanì ben presto nella nebbia circostante lasciandomi solo con il corpo.
Infilai una mano nella bara di ghiaccio come se fosse fatta di acqua e sollevai il corpo fino a che fu in grado di parlare e subito si destò guardandomi con gli occhi colmi di sofferenza.
"FERMALO TI PREGO" urlò.
"Chi?" chiesi.
"MI HA TRADITO, VENDICAMI TI PREGO"
"Chi?"
Distolse lo sguardo e iniziò a piangere.
Quando si fu calmato prese a camminare verso est e io lo seguii sempre al suo fianco mentre lui iniziò a raccontare la sua triste storia.
"Molto tempo prima" mi raccontò "io ero un umano come tutti, ma avevo la capacità di parlare con i morti, fu uno di essi che mi parlò della guerra che era in corso nei territori dell'inferno in cui demoni si scontravano per avere la supremazia. Mi disse di un demone molto potente, che da angelo decaduto cercava ora la sua rivincita conquistando i territori dell'inferno e mi diede la possibilità di parlarci. Aveva le sembianze di donna molto prosperosa e io ne fui subito attratto. Mi propose la vita eterna ma io, in cambio, avrei dovuto fornirgli vittime da schierare nel suo esercito di anime morte, vittime di peccatori, ma il mondo all' epoca era pieno di gioia e felicità e non conosceva la corruzione, e fui io il primo a farla dilagare. Io fui il primo essere dannato che liberamente si cibava di peccatori fornendo al demone anime fresche da usare in battaglia, ma lui ne voleva sempre di più, non bastavano mai e così mi diede la capacità di creare altri miei simili che nei secoli crebbero di numero. Possedevamo poteri sovrumani ed eravamo immortali, era facile trovare umani disposti a cedere alla tentazione. Umani che divenivano assassini per cibarsi dei loro fratelli innocenti. Poi qualcosa si ruppe, un angelo si sacrificò dando il proprio sangue ad uno della nostra specie e così iniziò il periodo dell'ideale Prometiano, in cui molti di noi ritrovarono parte della loro umanità, un progetto che consisteva nella coesistenza degli umani e di noi esseri dannati, potevamo vivere senza uccidere, potevamo frenare i nostri istinti. Questo al demone non piacque. Così mi colse nel sonno e mi condusse in questo luogo nel quale sono rimasto fino ad allora, almeno la mia anima. Il mio corpo invece risiede ancora nel mondo dei vivi da allora ed è mosso da quel demone, conosciuto come Zagaele. Fu lui a distruggere i nostri fratelli plagiando gli umani come un liberatore fornì il proprio sangue all'anziano Lonmir che cento anni or sono giovane divenne suo schiavo e guidò la ribellione umana nella quale la quasi totalità dei vampiri morì. Oggi governa nell'ombra di Lonmir, rende il mondo corrotto e manda suoi discepoli a diffondere il peccato per poi farli morire e renderli così parte del suo esercito nella Tolomea, Suo Regno del Nono Cerchio Infernale."
Restammo alcuni minuti in silenzio in cui continuammo a camminare per quelle lande desolate.
Poi quando ci fermammo mi sentii cedere le gambe, le forze mi vennero meno e fu tutto buio.
(n.d.r. per maggiori info Divina Commedia, Inferno, Canto XXXIII )
uhaz :D
aspetta la spiegazione e capirai meglio
siamo circa a meta' racconto
ma posso dilungarmi parecchio
Ma almeno lo leggete o dite che e' bello solo per farmi piacere? :P
io lo leggo con attenzione e ti diró mi sta interessando sempre di piú...
ciao
ma che dico a meta'? siamo a 1/3 uaaaahz :P
sinceramente mi sono perso l'inizio, cioè fino a due pagine fa, ed è troppo lungo rileggerlo tutto ??? ??? ???
ciao a tutti
basciamo le mani
nooooooooooo cosi' ti perdi troppa roba ???
p.s. un mio amico che oggi ha visto tutto sto popo' di storia e sapendo tutto quello che ho intenzione di scrivere ancora mi ha dato del piciu' dicendomi che non dovevo metterlo su internet ma spedirlo prima ad un editore ...
preciso quindi che lo faccio 1 perche' mi piace scrivere e 2 perche' non ritengo che la fantasia abbia un prezzo e 3 perche' non credo che mai un editore avrebbe veramente veramente cagato un lavoro come questo :P
n.b. il premio urania 2002 era chiaramente per storie fantascientifiche e non fantasy-horror (scritto in grassetto) ???
Quando mi ridestai aprii gli occhi a fatica cercando di mettere a fuoco il luogo in cui mi trovavo, sentivo centinai di voci che mi ronzavano nella testa e mi dicevano cose che non comprendevo, per poi riassumersi in un'unica voce, già sentita che mi spiegava il senso di tutto.
La luce che mi feriva la vista era una lampadina che pendeva da un soffitto scrostato e vicino a me c'erano di nuovo Ronji e Kymi, solo che lei era stesa a terra priva di sensi e Ronji la stava accudendo.
Alzai la schiena e mi misi seduto portandomi istintivamente una mano alla testa per cercare di contenere il dolore senza successo.
Poi Ronji, continuando ad accarezzare il volto di Kymi senza neppure voltarmi, mi disse: "Dove eri finito? Ti abbiamo cercato in quel luogo orrendo per molto tempo e alla fine sono riuscito a trovarti, ma è stato difficile, vorrei sapere come sei finito laggiù sotto."
"Vorrei saperlo anche io" dissi.
"Chi era quel tizio che era con te?"
"Era il Primo"
"Il primo di cosa?"
"Il primo della nostra razza, il primo umano che era diventato dannato come noi ora."
"Allora è stato lui a chiamarti laggiù. Cosa ti ha detto di così importante?"
"La sua storia."
"La nostra quindi?"
"Esatto... una guerra tra demoni dell'inferno per la supremazia è la causa di tutto, un demone di nome Zagaele è venuto sulla terra per renderla corrotta e aumentare il numero di anime da schierare in battaglia negli inferi, i vampiri esistono da allora."
"Quindi il mondo è uno schifo perché dei demoni sono in guerra."
"Temo che sia così."
"E il Diavolo? Il male puro che domina l'inferno?"chiese.
"Non esiste il male puro" dissi " non esiste il diavolo."
"Come fai a dirlo?"
"Non può esistere il male che non conosca il bene perché in quel caso non potrebbe dire di essere il male, il male e il bene esistono in simbiosi, l'uno non esiste senza l'altro, quindi il male in sé non esiste."
"Quindi non esiste neppure Dio."
"Guardati intorno e datti una risposta." dissi alzandomi e guardando fuori da una finestrella arrugginita che cigolava avanti e indietro sotto la spinta del vento che sferzava la notte illuminata della città.
Chiusi gli occhi e cercai di mettere insieme i pezzi del mosaico.
Zagaele combatteva contro altri demoni molto potenti, ma nessuno di essi poteva contare sulle risorse che invece possedeva lui quindi avrebbe già dovuto vincere tanto tempo fa, eppure è ancora sulla terra invece di essere nel regno degli inferi a dominare le anime dei morti.
Quindi esisteva ancora qualche demone che poteva vincere, ma sarebbe stato migliore di lui? Sicuramente no. Quindi non era solo Zagaele l'essere da distruggere, ma distruggendo lui avremmo distrutto questa razza che piagava l'umanità e il mondo sarebbe tornato ad essere puro mi dissi.
Ma noi non combattevamo con lui, eravamo suoi nemici, quindi non era stato lui a crearci, anche perché in quel caso ci avrebbe distrutti molto facilmente, quindi quelle voci che sento in continuazione sono le anime dei suoi "figli" che lui ha tradito e fatto sterminare e loro mi davano ordini quindi io sono stato creato per vendicarli. Ma chi mi ha creato? E cosa ero prima? Perché laggiù mi sentivo a casa?
Mi girai verso Ronji e mi misi al suo fianco guardando il corpo di Kymi disteso al suolo, pareva che dormisse un sonno beatamente eterno.
"Cosa è successo a voi due?"
"Sapevo che non doveva vedere ciò che succede ad un'anima di un caro defunto." disse.
"Perché?"
"Perché tutti nel corso della vita accumulano delle colpe e così anche Jessy, nonostante sembrasse così innocente nella sua vita aveva compiuto delle azioni impure e se queste non bastavano a farla finire negli inferi era necessaria una espiazione per poter salire nell'alto del regno dei morti, quello che viene definito paradiso. Non puoi immaginare cosa stesse subendo l'anima di Jessy e l'effetto di questa vista sulla nostra Kymi. Non credo sarà più la stessa."
Mi accasciai a terra tristemente.
"Devo solo porre fine a tutte le sofferenze" dissi lentamente come un sussurro.
Poi mi alzai e uscii solo nella notte fredda spazzata dal vento.
Camminavo solitario in cerca di una preda di cui cibarmi, e quando intravidi una solitaria anziana che camminava nella notte verso casa decisi di seguirla, sapevo che sarebbe successo qualcosa.
Avevo indosso un lungo cappotto scuro che indossava Ronji abitualmente e che aveva lasciato appeso sull'uscio di quella topaia che avevamo usato come rifugio, nelle sue tasche frugando avevo trovato un pacchetto di sigarette, me ne accesi una, tanto non sarei certo morto di cancro, voi che dite?
Con le mani nelle tasche e la sigaretta che si fumava tra le mie labbra avanzavo passo dopo passo seguendo quella donna anziana e dopo un paio di isolati, quando passò davanti ad un vicolo da questo ne uscirono tre ragazzi che le si avvicinarono e cercarono di strappargli la borsetta.
Allungai il passo.
La signora cadde per terra e i tre cercarono di scappare, ma di fronte a loro c'ero io e io non potevo certo lasciarli andare così tacitamente.
"Dovreste almeno chiedere scusa" dissi.
Il primo cercò di superarmi sul fianco correndo semplicemente ignorandomi e in compenso due passi dopo cadde a terra sputando sangue, non aveva neppure visto il pugno che gli avevo assestato nello stomaco e cavolo ci ero pure andato leggero.
Gli altri due si fermarono e mi guardarono con aria incuriosita.
"Ehy levati dalle scatole o fai una brutta fine" disse uno dei due.
Tolsi una mano dalla tasca e presi la sigaretta oramai in punto di spegnersi e la gettai a terra in uno scintillio di frammenti destinati a spegnersi.
"Sapete da qualche parte sta scritto: non rubare" dissi avvicinandomi a uno dei due molto lentamente.
Questi estrasse un coltello per colpirmi.
Mi diede all'incirca cinque pugnalate.
Poi si accorse che non avevo neppure fiatato allora mirò alla testa.
Con un calcio sulla mano feci volare in aria il coltello poi afferrai il tizio per la giacca e facendogli fare un volo lo coricai a terra con violenza sentendo solo un rumoroso "crak" dalla sua spina dorsale, poi mi aggiustai il colletto, "cavolo ora Ronji si arrabbierà parecchio" dissi controllando il cappotto rovinato mentre il coltello cadeva esattamente sul petto del tizio trafiggendolo al cuore, lasciandolo steso a terra e morto.
Quello che era a fianco non aveva fatto in tempo neppure a dire una parola, ma si dileguò subito come una lepre.
Mi avvicinai allora a quello che avevo colpito per primo che ancora sputava sangue e lo valutai come può fare una casalinga al supermercato con un bel pezzo di bistecca.
Poi mi chiesi: " ma se i peccatori finiscono all'inferno allora questi finiranno tra le file di Zagaele e combatteranno per lui. Se io uccido un colpevole allora aiuto il demone!"
"Allora l'ho sempre aiutato" dissi.
"Per questo non ci ha ancora distrutto, solo perché lo stiamo aiutando alla fine."
Allora di chi potevo cibarmi? Non potevo uccidere gli innocenti. Ma in questo mondo corrotto chi era innocente sarebbe presto divenuto colpevole. Allora io dovevo uccidere gli innocenti per salvarli dalle tentazioni. Facendo così sarebbero andati in paradiso. Ma in questo modo sarei divenuto colpevole io e la mia anima sarebbe finita in quelle lande gelide. Come potevo fare ora? Di chi mi sarei potuto cibare?
Come sapete, odiavo le brutte situazioni.
Voltai le spalle e tornai alla topaia.
Ronji stava guardando la strada dalla finestrella arrugginita che ancora si muoveva cigolando mossa dal vento.
"Mi spiace per il cappotto" dissi.
"Non fa nulla, ne trovo uno migliore in poco tempo e poi volevo cambiarlo. Chi è quel tizio che ti stava seguendo?"
Restai un attimo sorpreso.
"Quale tizio?"
"Un tipo ti ha seguito fino all'ingresso e poi ha tirato dritto, ma prima di allontanarsi si è fermato e mi ha guardato fritto negli occhi. E' strano." disse.
"Molto strano" ammisi.
"Penso non sia sicuro passare qui il giorno."
"Allora andiamo nell'unico posto che ci appartiene, il cimitero." dissi.
"Approposito ho recuperato questo per te, penso ti piacesse" e mi lanciò l'enorme crocefisso a cui era stata inchiodata Kymi giorni prima.
Lo presi e me lo caricai sulla spalla mentre lui alzava il corpo inerme di Kymi.
"Muoviamoci" disse.
Uscimmo nella notte per dirigerci al cimitero, non possedevamo alcun automezzo per cui ci incamminammo a piedi.
"Dove lo troviamo questo Zagaele?" mi chiese Ronji mentre avanzavamo.
"Penso sia nel Palazzo Imperiale" dissi.
"Quando andremo a distruggerlo?"
"Appena saremo tornati in forze"
"Ci stanno di nuovo seguendo."
"Me ne sono accorto, dobbiamo seminarli" dissi.
"Separiamoci, appuntamento al cimitero."
"Abbi cura di lei" dissi.
Poi Ronji svoltò in un vicolo e sparì attraverso un'ombra.
Io continuai ad avanzare ancora alcuni istanti ,poi mi voltai e fronteggiai il tizio che ci pedinava.
"Chi sei?" chiesi.
"La grazia divina vi ha abbandonati, gli inferi vi attendono, lasciate in pace i vivi e tornate da dove siete venuti" disse l'uomo con una nota di follia nella voce.
"Quando sarà il suo tempo lasceremo questo mondo ma ora lasciateci in pace e non intralciate il nostro cammino" dissi.
Questi si avvicinò rivelando una tonaca da frate domenicano.
Un inquisitore!
Dunque Zagaele era talmente potente da potersi avvalere dell'aiuto della Sacra Inquisizione, l'arma più potente mai inventata dal genere umano, o forse costoro ci avevano trovati di loro iniziativa, m era molto improbabile.
"Voi non sapete quanto nobile sia la nostra missione, quindi lasciateci compiere giustizia e poi non ci vedrete mai più" dissi.
"Demonio dannato cerchi di plagiarmi con le tue belle parole, getta quella croce che non ti si addice, rinnega la tua blasfemia e lascia che io ti dimostri la Vera Fede." e detto questo estrasse dalle tasche un libricino e una boccetta.
Iniziai a preoccuparmi ma infondo era da solo e non poteva certo competere con la mia forza un semplice umano decisi quindi di stordirlo ed andarmene in pace, ma non appena cercai di avvicinarmi sentii come una forza che mi contrastava, come una barriera che avvolgeva l'inquisitore rendendolo inavvicinabile.
"IN NOMINE PATRII ET FILIIS ET SPIRTUS SANCTO" urlò o almeno e' quello che capii quando la boccetta mi raggiunse e il suo contenuto si riversò sul mio corpo ustionandomi come se fosse acido.
Urlai dal dolore, era acqua santa! Il mio corpo bruciava e quello continua a urlare frasi in latino che non capivo, non riuscivo a muovermi e sentivo il mio corpo come se non potesse rispondere agli ordini della mia mente.
L'alba non avrebbe tardato, non potevo rimanere lì o sarei stato distrutto e tutto sarebbe stato vano, dovevo salvare il mondo e quello stupido ottuso voleva distruggermi.
Ero senza vie di fuga. Lo guardai disperato che avanzava e sentivo la sua preghiera come se le parole fossero blocchi di cemento che mi lanciava contro.
Poi qualcosa mi trafisse alle spalle e caddi riverso sul terreno privo di sensi.
:0 :0 :0 :0
ieri sera ero ispirato
troppo bella sta storia...
sto cercando di scrivere una storia sul genere ff, ho buttato giú 5 pagine, ma la sto tirando sulle lunghe...
sto praticamente solo al prologo e non vorrei arronzare dopo....
ciao
arronzare? che vuol dire? :0 :P
vuol dire che per finire di scriverlo non curo bene tutte le parti del racconto...
é un termine dialettale...
ciao
Io gli do' solo una rilettura veloce ma lo scrivo quando sono ispirato, ovvero a notte fonda
se non sei ispirato e' inutile spremersi, esce solo una cosetta che no nti soddisfa ^__^
infatti,
ma il mio problema é che ho il ps solo al lavoro quindi quando mi viene l'ispirazione, per esempio di sera, me la devo tenere stretta fino al giorno dopo....
bye
inizia a prendere appunti come faccio io a lavoro, segno le idee piu' belle su un foglietto di carta e poi a casa me le rileggo
Non riesco a muovermi, i muscoli no rispondono eppure sono cosciente, ma non riesco a muovermi... mi stanno portando via, quindi non mi lasciano qui ... perché non riesco a muovermi?
Loro sono in tre e sono tutti vestiti da preti, viaggiamo su una limousine nera.
Il primo è molto alto, ha un paio di occhiali rotondi vecchio stile e la fronte stempiata, il volto severo, il secondo invece ha i capelli quasi completamente bianchi e molto corti e lo sguardo triste mentre il terzo, al mio fianco, ha capelli rossi e il viso lentigginoso e occhi verdi ed è abbastanza robusto.
La macchina svolta per diverse strade e alla fine si ferma in un vicolo sul retro della chiesa della confraternita domenicana.
Scendono appena la macchina si ferma e mi trascinano fuori come un sacco di patate, aprono una porticina di ferro e scendono diversi gradini in pietra.
Al fondo di essi sento un rumore come di un ufficio.
Entriamo e vengo disteso su un tavolo di marmo freddo. Non posso voltare la testa.
Lo sguardo fisso sul soffitto.
I volti dei tre che mi fissano.
Ronji e Kymi si saranno salvati penso.
Ora dovevo solo salvare me stesso.
Ma ero nelle loro mani.
Mi avrebbero distrutto.
Avrebbero dovuto.
Si allontanano.
Non vedo nulla oltre il soffitto.
C'e gente nella stanza, ma non posso vederla.
Si avvicina una nuova figura.
E' un anziano vestito di nero con la bordature rosso carminio.
Ha in testa uno strano copricapo anch'esso rosso carminio.
Una croce gli pende dal collo.
Mi studia alcuni istanti.
Mi sento come una cavia da laboratorio.
Passò del tempo, non saprei dir quanto, e questi si riavvicinarono in gruppo.
L'anziano di prima ora aveva in mano un libricino, l'altra invece era armata di una boccetta piena di liquido, certamente acqua santa.
Iniziavo a preoccuparmi.
Il tempo passava e non succedeva nulla.
Il rumore di sottofondo era sempre quello di un ufficio.
Lievi parole sussurrate, non riuscivo a percepirle.
Perché aspettavano e non mi distruggevano subito?
Ecco ora riesco a sentire cosa si dicono... " il trattato sull'oscuro simbolo della Stele di Gykoa parla chiaro, è necessario tentare questo prima di procedere con la distruzione definitiva"
"Ma sua eccellenza non possiamo indugiare oltre!"
"No, quando sarà il suo tempo e ora procediamo con il rito."
"Così sia." disse il primo abbassando la testa.
Mi stanno fissando.
Mi sento così impotente.
E poi c'è sempre quel marmo freddo, odio il freddo.
Fu l'anziano "sua eccellenza" a iniziare.
Frasi in latino.
Non capivo.
Sentivo un calore dentro che cresceva.
Cresceva.
Cresceva.
Ora bruciava.
Basta vi prego.
Fermatevi!
Il mio volto restava inespressivo.
Le parole mi morivano dentro senza poter uscire.
Un esorcismo ecco cos'era!
Ma io non ero posseduto dal demonio.
State sbagliando non dovete farlo.
Sto soffrendo inutilmente vi prego smettetela.
L'anziano invece pareva ora infervorato, continuava la sua litania leggendo il libricino e spruzzando quella sua acqua sul mio corpo immobile, la mia anima si tormentava, urlava, soffriva.
Basta non voglio più soffrire.
Basta non voglio più esistere.
Distruggetemi per favore.
Alla fine un urlo scaturì dalla mia gola, questa è l'ultima cosa che ricordo.
Fu un urlo innaturale pieno di tutto il dolore e la tristezza che provavo.
Quando ripresi i sensi mossi la mano verso il viso e mi coprii il volto, le mie ustioni erano sparite curate dalla mia innaturale capacità di recupero.
Mi misi a sedere.
Mi sentivo diverso rispetto a prima, ma no percepivo cosa fosse cambiato.
Ero sopravvissuto.
C'era del sangue sul terreno.
Lo sfiorai con le dita.
Un lampo, io che urlo sdraiato e i preti che si portano le mani alle orecchie che colano sangue.
Mi guardo intorno, sono solo.
Alcuni computer accessi riempiono la stanza.
Mi tocco il petto nel punto in cui ero stato colpito per la strada.
Un lampo, il terzo alle mie spalle si avvicina lentamente e mi trafigge con un paletto di legno.
Ecco come erano riusciti a immobilizzarmi.
Mi alzo lentamente constatando che le gambe sono ancora in grado di reggermi.
Faccio un giro per la stanza, pare uno scantinato umido, certamente nei sotterranei della confraternita domenicana.
Cosa ci fanno i computer?
Mi avvicino ad uno di essi e c'è l'immagine di una pietra con scritto sopra "Stele di Gykoa"
Avvicino il dito allo schermo e l'immagine rimpicciolisce mostrando delle scritte.
"Stele di Gykoa, rinvenuta nel deserto omonimo anni or sono non è databile in modo certo. La sua esistenza è segreta, il suo ritrovamento è segreto la sua ubicazione reale sconosciuta.
Traduzione completata al novantasei percento. Segue testo integrale."
Avvicino nuovamente il dito allo schermo.
Ei fu l'inizio,
Primo di noi,
Preda dell'oscuro.
Ei fu lo stolto,
Soggiogato dall'oscuro,
Cacciato dal mondo.
Nostra è la fine,
Vuolsi così l'oscuro,
Creatore et distruttore.
Nostro era l'ingegno di viver colli umani,
Nostra follia di essere liberati,
Nostre le anime che patiron punizione,
Negata era a noi la redenzione.
Stirpe umana poscia perdonarci,
L'oscuro non siamo riusciti a trattenere,
Di suoi seguaci, legioni e schiere,
Vittime cadiamo.
Testimonianza lasciamo dell' inganno,
Dell'oscuro, assassino della prole,
dei corpi vivi usurpatore.
Solo egli sarà restato,
Oscuro mietitore,
Tra voi celato.
Possiate di questo far tesoro,
fino a che non lo scoprirete,
e con esorcismo rievocare nell'abisso.
La vendetta attende,
Con pazienza eterna,
Nell'anima silente:
(30° riga non tradotta)
Sangue.
Avevo lasciato un'impronta, anzi due, su quel monitor.
Però la mia mano era coperta di sangue, ci feci caso solo in quel momento.
Come mi ero sporcato di sangue?
E perché, invece di uccidermi, mi avevano lasciato libero?
Due porte.
Una per uscire.
L'altra per scoprire cos'era successo.
Mi diressi verso la seconda e la aprii.
Scale.
Verso l'alto.
Odore di sangue.
Salgo lentamente con circospezione.
Altra porta.
Apro.
La luce della luna mi acceca per un attimo.
Poi vedo il cortile interno del convento.
Silenzio.
Odore di sangue.
Seguo la scia fiutando come un cane da caccia.
Altre porte lungo il cortile interno, sotto il porticato.
Ne apro una a caso.
Cadaveri, tanto sangue.
Ne provo un'altra.
Stessa scena.
Mi avvicino ad un corpo.
Lo sfioro.
Un lampo: persone che fanno irruzione nel convento e pretendono qualcosa, una negazione, sparatorie, monaci in fuga, i tre inquisitori sono i primi a cadere sotto i colpi.
Chi poteva uccidere dei monaci indifesi?
Altra porta, i corpi degli inquisitori.
Ne sfioro uno.
Un lampo: una corsa giù per le scale per sfilare il paletto che mi teneva immobile, io che mi alzo e come una figura eterea mi dirigo ai piani superiori.
Io non mi ricordavo di averlo mai fatto... questo spiega il sangue sulle mani.
Era certamente degli assalitori.
Ora questi erano spariti senza lasciare traccia.
Anche i monaci superstiti erano spariti.
Ero da solo, in un convento.
Ritornai nei piani sotterranei, il computer di prima era ora spento.
La stampante invece pareva indemoniata.
Stampava ininterrottamente un testo.
La fine è vicina, rivedrai presto il mondo dei morti, addio Joshua.La fine è vicina, rivedrai presto il mondo dei morti, addio Joshua.La fine è vicina, rivedrai presto il mondo dei morti, addio Joshua.La fine è vicina, rivedrai presto il mondo dei morti, addio Joshua.
La stampante vomitava pagine in continuazione.
Tutte uguali.
Strappai i fili della corrente.
Continuava.
Feci un passo indietro, sbattendo contro un altro tavolo dal quale caddero dei fogli.
Ero confuso.
Sfondai la porta di uscita e mi allontanai nella notte con l'animo inquieto.
Ronji era con Kymi al cimitero.
Ne ero certo.
Scappai verso quel luogo.
wow :0 :p
grazie
ora ne scirvo una altro paio
p.s. repla sull'altro che qua seno' incasina, tnx ^__^
Uscendo recuperai tutti miei "effetti personali" tra cui l'enorme croce a cui era stata crocefissa Kymi giorni prima.
La rimirai un attimo in silenzio, poi uscii.
Il vento soffiava ancora maestoso nella notte, spostando le nubi a gran velocità che a tratti oscuravano la forte luce lunare.
Il cimitero era silenzioso e nessun rumore violava quel luogo di riposo, solo i miei passi creavano un lieve fruscio che si confondeva con quello delle foglie trasportate dal vento.
Un temporale era in arrivo e lo si sentiva nell'aria, dal suo odore.
Di Kymi e Ronji nessuna traccia.
Un'ombra.
Qualcosa si era mosso.
Dietro una piccola cappella mortuaria.
Volto l'angolo.
Nessuno.
Un tuono scuote il cielo.
Le nuvole si raggruppano sopra di me, buie, tetre.
Solo cammino per le vie deserte tra le lapidi.
Un lampo.
Una goccia mi sfiora il viso.
Inizia a piovere.
Resto lì sotto la pioggia bloccato con un'espressione indefinibile.
Un altro lampo e in lontananza illumina una lapide per una frazione di secondo.
C'e scritto: Joshua.
Piove a dirotto ormai e il vento soffia scotendo tutto quello che trova nella sua folle corsa.
Un tuono scuote l'aria e il terreno stesso trema.
Poco lontano un braccio spunta dal terreno.
Scavando con tutte le sue forze lotta contro il terreno che vuole trattenerlo, vuole uscire.
Uscire da quel caldo grembo di terra che lo trattiene.
Si appoggia alla lapide su cui c'e scritto: Joshua.
Patisce la pioggia che gli cade sul corpo, si allontana verso l'albero.
Non sopporta quel lieve rumore costante.
Chi ero io?
Chi era lui?
Eravamo la stessa cosa?
Eppure io ero lì e guardavo la scena quindi non potevo essere lui.
Ma era così simile a me.
Ero nato forse così?
Ma lui era umano.
Ma anche io ero umano, solo che non me lo ricordavo...
Eppure qualcosa non andava... sembrava il primo giorno della mia memoria, ma era macabro, era corrotto.
Cado in ginocchio sotto la pioggia incessante.
Il vento sferzava e rendeva i vestiti umidi aderenti al corpo.
Quell' essere si volta, mi guarda.
La sua espressione è vuota. Morta.
Io non mi ricordo molto bene quel giorno, era iniziato così?
Viene verso di me con passo incerto, quasi strascicato.
Le braccia pendono dal corpo.
Mi raggiunse.
Fu una pugnalata nel cuore.
Il suo viso si stava decomponendo e dalla sua bocca cadevano piccole larve bianche che rigurgitava lentamente, i suoi occhi vitrei erano oramai molli al punto che un fuscello li avrebbe bucati, un braccio era differente dall'altro, pareva di una persona differente e poi attaccato con un po' di spago giusto per rimanere attaccato, il suo ventre era solo più costituito da pelle e costole tanto che le sue membra si erano già scomposte da giorni alcune costole erano visibili anche perché oramai avevano forato la pelle che era aderente come un vestito, i capelli lunghi, come le unghie.
Io non ero così.
Io ero ancora intero.
Io ero diverso.
Io... ero in un incubo di certo.
Altre braccia spuntavano dal terreno e l'intero cimitero pareva risvegliarsi come se fosse iniziata una festa a sorpresa in cui io ero l'ospite d'onore.
Orde di zombie vagavano verso di me in maniera confusa, apparentemente senza la voglia di farlo, disturbati nel loro sonno eterno.
Corpi di uomini, donne, bambini e anziani che erano passati nel mondo dei morti ora vagavano in quel luogo per me.
Che danza macabra.
Indietreggiai.
Quel lieve rumore costante non cessava.
Imbracciai la mia croce per il lato più lungo e inizia a colpire quei corpi che si avvicinavano inesorabilmente, volavano a terra, perdevano qualche pezzo ma si rialzavano o strisciavano verso di me ripetendo il mio nome.
Joshua.
Joshua.
Joshua.
Ero circondato di braccia e gambe che si muovevano nonostante fossero state amputate dai loro corpi, colpivo con forza tutto ciò che mi circondava roteando la croce.
Tornate nella terra.
Tornate a riposare.
Non è più il vostro tempo.
Urlavo.
E intanto la mia croce inesorabile abbatteva un corpo e altri dieci prendevano il suo posto, ero circondato.
Mi sollevai in volo per sfuggire cercando di resistere alla spinta del vento e della pioggia e dall'alto guadavo quegli esseri infelici senza pace che si sforzavano di raggiungermi nel cielo.
Un fulmine.
Forse fu la croce ad attirarlo, ma la scossa mi passò attraverso e persi le forze cadendo a terra.
I corpi tornavano ora verso di me inarrestabili.
Sotto di me urla disperate, nella terra.
Erano Kymi e Ronji che urlavano?
Si, non vi era dubbio.
Cosa ci facevano?
Scavai lanciando via zolle intere di terra riportando alla luce due bare seppellite di fresco e le scoperchiai facendo uscire i miei due fidati compagni.
Ora l'incubo era meno brutto.
Ora non ero solo.
Accidenti quanto ho scritto :P
ma la storia continua... presto arriva il nuovo capitolo :devil:
nooooooooooooooooo... voglio sapere come continua!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!1 :devil: :devil:
FATTO 5: la rete
Mi accendo una delle mie sigarette al gusto di vaniglia e dò le spalle a quei corpi scomposti che giacciono a terra.
Guardo Ronji, pare essere d'accordo con me, uno stupido e inutile diversivo.
L'enorme croce che mi portavo dietro era imbrattata di interiora varie che nei colpi erano schizzate fuori dai morti ed ora era piantata nel terreno soffice.
Kymi era distratta dalla grazia di un fiore bianco e puro nato in quel luogo.
Un applauso lontano e un rumore di passi: "Bravi, avete agito in maniera efficente" disse una voce.
Lo vidi solo per un secondo ma tanto mi bastò per sapere tutto di lui, la sua mente era un libro aperto per me.
Poi svanì.
"Padron Zaghael ho studiato le loro capacità e pare siano un pericolo per noi".
Un attimo di silenzio.
"Epek siete sempre stato uno stolto, cosa credevate di ottenere con quei ridicoli burattini? Sapevo già che sarebbero stati un problema e per questo ho provveduto. Ora non annoiarmi ulteriormente ho sempre un impero da mandare avanti" e fece un leggero sorriso verso l'anziano Lonmir.
La luce del monitor le illuminava la faccia rendendo la pelle quasi azzurrina al posto del solito pallore.
Era seduta dietro la sua "postazione di lavoro" e studiava tutte le loro mosse. Aveva accesso a ogni tipo di apparecchio elettronico e aveva delle vittime con cui giocare.
Il giochetto della stampante le era parso molto melodrammatico e scenografico, non aveva saputo resistere e poi le telecamere interne a quella sottospecie di convento le avevano dato il gusto di vedere la faccia ammutolita del suo giocattolino.
Una volta il suo nome era Vijola.
Lei aveva accesso a tutta la rete.
Lei ora era la rete.
"Chi era?" chiese Ronji
"Sicuramente un pessimo giocatore di scacchi" risposi.
In quel momento la ragnatela stessa si stava rivelando in minima parte, le implicazioni e i coinvolgimenti stessi che ne usivano mi preoccupavano.
"Quell'uomo, come coloro che lo hanno preceduto e hanno cercato di distruggerci, ha agito contro di noi ma solo per studiarci, è un pò più cauto dei predecessori" dissi.
Kymi si alzò e chiese: "Perchè non possiamo finirla qui? Perchè combattere ancora?"
"Perchè ho un compito da portare avanti e rispetterò i miei obblighi fino alla fine" dissi, poi estraetti la croce conficcata nel terreno e me la misi sulla spalla.
"L'alba si avvicina.." fece notare Ronji
In effetti il cielo mostrava i primi segnali del sorgere del sole e noi non avevamo un riparo.
C'era una cappella lì vicino che sembrava fatta ad arte proprio per questa evenienza, in fondo eravamo già morti e quel luogo era la nostra "casa", ci dirigemmo prima che l'alba potesse sfiorare i nostri corpi.
Pensavo tra me e me, che ironia... siamo già morti ma è come se per noi il tempo si fosse fermato nell'istante stesso in cui la "oscura signora" era venuta a prenderci, come se la luce potesse svelare ai nostri occhi questa inevitabile fatalità e noi non volessimo accettarla.
L'interno della cappella era molto austero, praticamente una stanza semi-interrata, con una statua di donna al centro, pareva in posizione di preghiera, ma soffriva come se le fosse stato spezzato il cuore.
Infondo per le persone normali la morte era una inevitabile sofferenza, ma se l'ideale Prometiano di convivenza tra umani e non-morti avesse preso piede forse... mah, inutili illazzioni, infondo quando si ha l'eternità davanti forse l'idea della morte fà meno paura, anzi diviene una liberazione.
Con questi pensieri cedetti il passo a quello stato che durante il giorno riporta le cose alla normalità, ovvero caddi nel sonno profondo molto simile alla morte che a ogni sorgere del sole ci colpiva.
Fù allora che ebbi una visione, fugace e densa di emozioni. La statua che si muoveva e veniva verso di me con un pugnale per colpirmi al cuore. Usando tutta la forza di volontà che possedevo riaprii gli occhi e vidi ciò che già avevo visto. Un pugnale. Dritto al cuore. Ma la lama non affondò nella mia carne morta, si ruppe.
Mi alzai di scatto e allungai il braccio con la mano aperta. La statua venne scaraventata contro il muro, ma non si ruppe, non cadde... solo sparì nel muro.
Attesi ancora e ancora.
Nulla.
Era una Garguglia, voleva ucciderci o meglio doveva farlo.
Non aveva più una volontà propria era anche lei come un burattino mosso da qualcun altro.
Qualcuno che voleva distruggerci.
Povera Eruho.
Al loro risveglio Ronji e Kymi mi trovarono in un angolo ancora sveglio.
Non dissi nulla a loro.
Uscimmo dal cimitero senza dire una parola, ma io sapevo benissimo dove andare e cosa fare.
Giustizia sarebbe stata fatta.
Quel giorno (o meglio quella notte) il vento soffiava forte e le nubi passavano veloci nel cielo oscurando a tratti la luna.
Il Dipartimento Archeologico aveva sede poco fuori città e si stagliava immenso all'interno di un parco in cui le siepi avevano forma di animali preistorici e mostri vari, molto caratteristico.
Kymi gurdò le piante mutilate per il semplice gusto estetico. Le cadde una lacrima.
Ronji aveva il suo solito metodo per entrare, passando attraverso le ombre come fossero porte verso il nulla ci condusse all'interno.
Una telecamera ci inquadrò, non ci feci caso.
Vijola da dietro un monitor fece una risatina e disse:" Beccati!"
La nostra meta era nei sotterranei, si trattava del luogo in cui Kymi era stata tenuta prigioniera prima di essere stata crocefissa.
Cercai le scale che conducevano ai piani interrati e quando le trovammo scesi giù per i gradini bui dalla cui roccia trasudava umidità tanto da formare muffe e incrostazioni.
Una porticina in legno nascondeva una ampia sala che pareva una grotta, era tutta coperta di incisioni, al centro del quale vi era un tavolo in legno. Sfiorai il tavolo e nella mia mente vidi Kymi che soffriva.
"Alif hai scoperto qualcosa che doveva restare segreto. Sai certe verotà sono scomode e nonostante lottino per venire a galla c'è sempre qualcuno che cerca di seppellirle di nuovo".
"Ssseppellire... parola strana in bocca un non-morto", la voce ironica proveniva da un angolo buio.
"E così eri alla ricerca delle Stele di Gykoa e hai scoperto tutta la verità, ma hai fatto l'errore di fidarti del famoso archeologo Epek T.Gibsey e chi ne ha fatto le spese è stata la tua amata collaboratrice e compagna, Eruho. Il ricatto è la forma più abbietta di controllo della gente. Mio Dio Alif cosa hai fatto!" voltai lo sguardo verso Kymi, ma non aggiunsi altro.
La lingua di Alif usciva dalla bocca quasi non riuscisse a contenerla e pareva quela di un serpente.
"Posso dirti chi controlla la tua Eruho." dissi.
Ronji e Kymi restavano impassibili anche se davano segno di non capire tutto quello che stavo dicendo.
"Tu non puoi corregere ciò che è stato, NESSUNO POTRA' MAI RIDARMI LA MIA ERUHO, LEI ERA INNOCENTE E IO SONO COLPEVOLE PER AVERLA COINVOLTA." urlò in preda alla disperazione.
Si mosse leggermente e le sue sembianze parevano sempre più simili a quelle di un serprente.
La sua pelle era squamosa e verdognola e la sua lingua biforcuta usciva e rientrava velocemente dal suo involucro di carne.
Da dietro le mie spalle notai un movimento nella roccia, era lei, ne ero certo.
Era lì per colpirmi.
Fu un solo istante per tutti. Per me fu un lungo lasso di tempo. Fu come distorcere il tempo: mi voltai e notai il pugno della garguglia dirigersi verso di me, aveva le ali spiegate e stava avanzando velocemente, mi spostai notando che sia Kymi che Ronji erano al sicuro e poi la scena riprendette come se non fosse mai stata interrotta.
Un solo secondo.
Alif contro il muro, la cassa toracica sfodata, il pugno della garguglia al suo interno.
Che ironia.
Proprio lei lo aveva colpito.
La lingua di Alif la avvolse rapidamente e dalla sua bocca uscì un vapore verdognolo.
Disse solo: "Andiamo via insieme, Eruho. Insieme per sempre." e poi si dissolsero entrambi in quel fetore acido che li aveva avvolti.
L'umidità colava a gocce dalle pareti in leggeri rivoli che parevano indecisi sulla direzione da seguire per raggiungere il pavimento.
Le iscrizioni fatte col sangue erano ideogrammi rituali di natura vagamente egizia e l'intera "grotta sotterranea" sapeva di chiuso, probabilmente un umano non avrebbe apprezzato il tanfo che vi aleggiava...
"Vedi Ronji è stato come un lampo" dissi, "è bastato guardare negli occhi quella povera ragazza per capire, non so come descrivertelo, ma ho visto tutta la sua vita scorrermi innanzi. Ho visto quando ha fatto i suoi primi passi, ho visto le sue prime gioie e le sue prime delusioni, ho visto ogni suo più recondito segreto ed è stato piacevole all'inizio. Poi ho visto cosa le hanno fatto, di come l'hanno trasformata in quell'essere che più nulla aveva di umano se non la sua anima, racchiusa all'interno, rannicchiata in un angolo di se stessa a piangere. Questo era ciò che lei infondo voleva. Voleva la libertà per la sua anima."
"E con lei la persona che le stava a cuore..." aggiunse Kymi.
"Tutto questo in un secondo?" chiese Ronji.
"Per voi un secondo, per me un tempo abbastanza lungo, quasi una vita." dissi.
Poi mi acciliai un attimo.
Infondo io non avevo una vita da ricordare.
Quella donna era riuscita a farmi provare un qualcosa che io non avevo mai posseduto.
Per un breve istante fu come se fosse stata la mia vita.
Era come se mi fossi cibato delle sue emozioni.
Mi avevano dato un nuovo vigore.
Anzi ero certo che queste mi avessero dato nuove capacità.
Non so ancora spiegarne il motivo... ma mi sentivo diverso.
Mi sentivo leggero.
Vagavo, anzi la mia anima aleggiava sopra quel luogo.
Riuscivo a stagliarmi al di sopra dell'edificio e a vedere tutto il parco nella sua estensione sotto la pallida luce lunare.
Poi mi sentii come risucchiato verso il basso e mi ridestai mentre Ronji mi scrollava.
Ero come uscito dal mio corpo per vedere oltre.
E avevo visto lampeggianti blu che si avvicinavano.
"Maledizione la polizia sta venendo qua" disse Ronji sputando a terra.
Io mi accesi l'ennesima sigaretta, aspirai un'ampia boccata di fumo e poi con tutta la quiete di questo mondo dissi: "Ragazzi è ora di andare."
Presi la croce, salii le scale, attraversai corridoi e sbucai all'esterno nel giardino.
Il tutto in due secondi netti.
Non me ne resi neppure conto.
Ronji e Kymi arrivarono qualche minuto più tardi senza commentare.
Una giornata come tante altre, fai le commissioni, mangi cena, un saluto veloce alla moglie e poi via verso il fantastico turno di notte.
Come odiava il suo lavoro da "testa di cuoio" il sergente Finnigan.
Un giorno a dare la caccia a dei rapinatori, un altro a fare retate in loschi bordelli e bische clandestine, altri in cui salvare ostaggi in balia di terroristi.
Questa sera invece il loro compito era catturare tre ricercati, due uomini e una donna.
Semplice routine.
Stressante.
Ma infondo dava quel brivido di emozione che rendeva interessante la sua vita altrimenti monotona.
Una segnalazione del computer li dava per nascosti all'interno del Dipartimento Archeologico, magari a trafugare notizie importanti (tutta robaccia che lui avrebbe bruciato con tanta benzina e un po' di cherosene) oppure intenti a rubare ossa di qualche animale morto secoli prima... cielo, quelli si che erano veri terroristi!
Si chiese se non era il caso di cambiare lavoro.
Si spalancano le porte del furgone.
"Forza ragazzi accerchiamoli e facciamoli secchi quei maledetti", il termine <rompicoglioni> se lo tenne per sè.
Vestiti di nero con passamontagna e giubbotti anti-proiettile avanzarono lentamente in mezzo alle foglie del parco senza far rumore, armi spianate e tanta voglia di finire in fretta.
Dopo alcuni minuti di appostamento il campo pareva sgombro e nessun segno dei ricercati.
Poi il soldato semplice Rupert inciampò in una radice e cercò di liberarsi, ma l'edera intorno a lui parve avvolgerlo in pochi istanti lasciando il sergente ammutolito.
Dietro di lui un altro soldato venne assalito da un lupo che lo morse alla gamba e scomparve in pochi istanti lasciandolo a terra in preda al panico, il difficile fu farlo stare zitto mentre con sedativi e bende l'uffciale medico cercava di tranquillizzarlo.
Qualcosa non quadrava.
Prese la decisione di mandare in avanscoperta il soldato scelto Cruzel, il suo uomo più addestrato.
Questi partì rapidamente verso l'ingresso facendosi scudo tra gli alberi.
Fu di ritorno dopo alcuni minuti.
Lo sguardo perso nel vuoto.
Disse:"Mi ha ordinato di tornare a casa" gettò a terra l'arma e tornò verso il furgone.
Questa poi... sarebbe rimasta la barzelletta del dipartimento.
Accesero tutti le torce sopra i fucili e dopo il segnale del sergente corsero tutti verso l'ingresso, aperto e deserto.
Fuori dal parco una macchina della polizia si allontanò rapidamente.
L'automobile che avevamo "preso in prestito" era un modello alquanto recente, dotato di apparecchi sofisticati che non conoscevo, ma sapevo guidare... quando avevo imparato?
Mentre mi ponevo la questione Ronji interruppe i miei pensieri: "Perchè non abbiamo semplicemente eliminato il problema?"
"Perchè il problema, come lo chiami tu, erano esseri umani innocenti" disse Kymi dal sedile posteriore.
"Loro non centrano con le nostre questioni." dissi.
"Al diavolo le nostre questioni, volevano farci la pelle!" rispose Ronji.
"Bè oramai siamo lontani e non ci daranno ulteriormente fastidio..."
A tutte le unità, auto rubata della polizia in fuga con tre ricercati a bordo, sono pericolosi ed armati... da uccidere a vista...
Ronji dal sedile del passeggero mi fece solo un cenno di disappunto.
Il ronzare della radio mi aveva distratto, ma oramai c'era solo una cosa da fare: trovare un posto in cui fuggire, svoltai sulla cinquataquattresima diretto al centro cittadino.
Quale nascondiglio migliore se non un posto affollato?
zzz...procedono lungo la cinquantaquattresima...zz
"Dannazzione!" ci stanno individuando.
Un paio di auto con lampeggianti blu erano ferme in mezzo alla strada.
Un posto di blocco!
Frenai facendo una violenta sterzata e la macchina si girò di lato schiantandosi contro le altre auto ferme che si spostarono di alcuni centimetri nell'urto.
I polizziotti in tenuta anti-sommossa si erano allontanati quando avevano intuito quello che facevo.
Scesi dalla macchina.
Un'altra auto della polizia sopraggiungeva ad alta velocità, ci era quasi addosso.
Misi la mano destra avanti.
Rallentò bruscamente a pochi metri da me e mentre restavo impassibile con il braccio teso la macchina si accartocciò nel muso come se avesse centrato un palo e si arrestò rimbalzando sugli ammortizzatori posteriori.
Ronji e Kymi intanto uscirono dall'auto un pò scossi, ma subito una decina di agenti ci aveva circondato.
"FERMI, MANI ALLA NUCA E IN GINOCCHIO" urlarono.
Ronji diede uno sguardo al polizziotto e vidi chiaramente (almeno io) che la sua stessa ombra lo afferrò e lo fece cadere.
Kymi invece lanciò un profondo lamento e centinaia di gatti comparvero dai tetti e dai vicoli.
La gente per la strada si teneva a debita distanza e osservava la scena incuriosita nonostante gli appelli di star lontani.
Io mi avvicinai alla macchina di prima e ripresi la mia enorme croce, quando mi girai un agente, chiaramente teso dalla scena, fece partire una scarica di colpi di mitraglietta verso di me.
In quel momento dilatai il tempo.
Vidi i proiettili che si avvicinavano ad una velocità irrisoria e li scansai uno ad uno, mi avvicinai al tizio e gli diedi una gomitata nelle costole, poi gli presi la mitraglietta, la spezzai e la gettai a terra.
Il tutto in una frazione di secondo.
Da quel momento fu il caos.
Gli agenti disorientati aprirono il fuoco verso di noi, distorsi nuovamente il tempo e più veloce che potei afferrai Kymi e Ronji, correndo in un vicolo.
Nel mentre un'orda impazzita di gatti si avventò sul posto di blocco dandoci il tempo di nasconderci.
Ronji accovacciato in angolo disse ridendo:" Te l'avevo detto che era meglio eliminare il problema" poi fece una smorfia, era stato colpito e stava sanguinando.
"Proeittili perforanti ad espansione, luridi bastardi" aggiunse poi.
Anche Kymi era ferita, solo io non avevo subito un colpo, o forse si ma non ero ferito.
Eravamo in uno scantinato nei paraggi e dovevamo allontanarci ancora, c'era puzza di urina e alcuni sacchi di immondizia abbandonati da chissà quanto tempo.
"Ho sete" dissi solo, cercando di controllare il mio bisogno che avanzava incessante nella mia mente rendendo difficili i pensieri razionali.
ma non continua più?
Citazione[span style=\'font-size:21pt;line-height:100%\'] Inviato il: Dec 7 2002, 03:55 AM [/span]
secondo te ?
-.-