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L'Era Della Magia

Aperto da Enigma, 14 Ottobre 2005, 21:12:30

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Enigma

Ecco una storia scritta da me, sareste molto gentili se non la spargerete in giro o diceste che sia vostra (copyright)







L'era della magia

La lampada del genio

Introduzione
Quando nel mondo verrà la distruzione,
non vi sarà ne re ne nazione.
Niente più li potrà salvare,
caos e devastazione dovranno sopportare.
Non li salverà più niente come in passato,
ma dovranno abbandonarsi al loro fato.
Tutti in fine uniranno una sola magia
per creare una nuova e potente dinastia.
Riusciranno a salvare solo i più futili:
gli sforzi dei maghi saranno inutili.

La richiesta
Tanto tempo fa, in tempi remoti, quando gli uomini erano indifesi contro le altre razze, ne giunse uno che volle salvare la sua.
Era giovane, e volle avventurarsi alla ricerca del genio della lampada. Nessuno osava avventurarsi nelle terre oltre i campi da soli. Gli uomini avevano paura dei vampiri, dei licantropi e altre creature di Algerasia, ma soprattutto temevano i draghi e demoni. I draghi volevano i tesori, mentre i demoni si prendevano il potere del mondo. Solo i draghi più anziani sfidavano un demone, anche se di rado, ma quando questo accadeva gli scontri erano titanici.
Serbus era un ragazzo di quindici anni, un anno da quando aveva raggiunto la prima delle tre crescite, e ormai aveva il diritto di prendere la sua strada. Aveva gli occhi color castano, ma i capelli biondi, era magrolino ,e coraggioso.
Non ne voleva sapere di rinunciare alla sua avventura.
Si presentò al Consiglio di Draster.Era teso e eccitato allo stesso tempo. Sperava tanto che i tredici saggi lo aiutassero nei preparativi per la partenza. Sta calmo. Sta calmo. Si diceva prima che lo ricevessero nella sala delle discussioni. Non molti avevano la possibilità di entrare in quella stanza, eccezione fatta per i saggi e i processati, e entrare come processati non era un gran onore.
Il tempo passava e Serbus cominciava a perdere le speranze. Aspetta ancora un po'. Vedrai che ti riceveranno. Si ripeteva.
A un certo punto la grande porta si aprì. Uscirono due guardie che tenevano sotto braccio un prigioniero. Era alto e grassoccio, aveva la guancia solcata da una ferita superficiale, ma fresca. Serbus lo conosceva, era Roli, non aveva ragioni per venir trattato così. Altre due guardie lo invitarono a entrare nella sala. Solo adesso, mentre si avvicinava, capì che la porta non era fatte di un metallo, bensì da un'immensa lastra di granito. C'erano incisi delle strane rune e un cavaliere su un destriero bianco. Doveva trattarsi di un paladino. L'immagine però era vaga perciò Serbus non ne era convinto al cento percento.
Quando entrò Serbus si sentì subito a disagio. La sala era vastissima, avrebbe potuto contenere tranquillamente cento persone e, da quello che ne sapeva lui, anche un drago. Il soffitto era alto almeno trenta passi e da lì pendevano fiaccole, Serbus non sapeva come venivano accese, ma era troppo impegnato a osservare la meravigliosa sala. Lui, un ragazzo povero e con i vestiti laceri, si sentiva fuori posto in una tale meraviglia. Le pareti erano coperte di affreschi che parlavano di grandi imprese di cui l'uomo poteva andare fiero. In fondo c'era un tavolo a forma di mezzaluna, di legno, castagno probabilmente, era pieno di vassoi colmi di frutta, uva, mele, pere e altre cibanze su cui Serbus si sarebbe avventa se la coscienza non gli avesse detto di controllarsi in presenza degli anziani. Ecco dove vanno a finire il raccolto, che dicono, sia mangiato dai draghi. Maledetti. I tredici saggi sedevano sull'altro capo del tavolo.
D'un tratto si sentì invadere dalla rabbia. Non riusciva a pensare che i saggi se ne stavano lì nel lusso, mentre la loro città stava morendo di fame.
Il saggio al centro della tavola si alzò in piedi e, mentre allargava le braccia al cielo, disse al giovane:¬¬¬ <<Buon dì giovanotto. Tu devi essere Serbus di Meris, mentre io sono Qual di Draster. Scusa se ti abbiamo fatto aspettare, ma il condannato di prima ci ha dato noie. Dimmi, perché tu porti il nome di un'altra città?>> Qual parlava in modo beffardo e  provocatorio. Non amava vedere i cittadini della sua città e, men che meno, quelli di un'altra.
<<Sì, è vero io vengo da un altro paese. Venne distrutto quando ancor ero in fasce. Mio padre è morto durante il viaggio, da quel che ne so...>> non voleva nemmeno immaginare quello che era accaduto in quella fuga. <<Ora però siamo qua>> aggiunse, per cambiare discorso <<e ho interesse a partire alla ricerca della lampada del genio. Volevo chiedervi se mi potete spalancare le porte.>>
Quel si sedette pensieroso. Un altro scattò in piedi. <<È pura pazzia. Nessuno si avventura più là fuori, se non per scappare!>> esclamò, tutto paonazzo.
<<Stai calmo Blad.>> disse l'anziano alla sua destra << Non c'è motivo di arrabbiarsi tanto. Il giovanotto vuole solo rendersi utile.>>
<< Allora che se ne vada via da qui, ma senza il mio aiuto!>> aggiunse sempre con tono più irritato.
Da quel momento gli anziani cominciarono a litigare, le voci si facevano sempre più alte. Tutto dun tratto Quel tuonò <<Ma dove siamo, in un asilo!?>> Come se un fulmine li avesse colpiti, gli altri si zittirono. Serbus non l'aveva mai visto così furente nelle manifestazioni o nelle feste. <<Sentiamo le ragioni per cui vorrebbe trovare l'evocatore.>>  continuò, ma con voce più calma. Serbus venne fulminato dallo sguardo dell'anziano che si era opposto per primo a lui.
Ora tutti gli occhi erano puntati sul giovane. C'era chi lo guardava con aria beffarda, chi  con uno sguardo d'incoraggiamento e altri di colera. Era imbarazzato, non sapeva nemmeno lui perché voleva trovare la lampada, sapeva solo che l'avrebbe utilizzata per fare del bene. Dopo alcuni istanti, che a Serbus parvero minuti, addirittura ore, si decise a parlare: <<Voglio trovare la lampada per... per diventare un mago.>>improvvisò <<Dato che questi se ne sono andati tutti dalle nostre terre con i loro poteri. Se io diventassi un mago potrei evocare delle magie per migliorare la situazione.>>
Passò del tempo, tanto tempo. Quel decretò:<<Attendi ragazzo, e noi ti diremo se ti aiuteremo o no.>>
I saggi rifletterono su quello aveva detto Serbus. Dopo alcune ore d'attesa entrarono due servi nella sala, ciascuno portava un vassoio pieno di pietanze. Le offrirono al ragazzo, che nel frattempo si era seduto a contemplare i dipinti, a domandarsi quanti anni avessero e chi li avesse fatti. Accettò volentieri e ringraziò i servi. Si avventò sul cibo. Dall'agitazione non aveva più pensato alla fame. Era da quasi un giorno che non mangiava e quando ne aveva la possibilità il cibo era sempre scarso e aspro. Questo a Serbus invece parve delizioso.
Ci misi un'ora buona per mangiare, ma dovete aspettare ancora molto prima di ricevere risposta dai saggi.
Serbus si era addormentato, faceva sogni inquietanti. Mostri che si dirigevano verso lui, lo chiamavano e, alla fine, lo afferravano e lo portavano all'Inferno.
Si svegliò di colpo, era sudato e ansimava. I saggi stavano discutendo tra loro. Serbus avrebbe benissimo potuto ascoltarli, ma non era quella la sua principale attenzione. Era preoccupato per sua madre, era mezza giornata che era fuori e ora era notte fonda. Chissà lei come si sentiva, non poteva permettersi di lasciarla sola altri dieci minuti. Trovò il coraggio, e disse: <<Scusatemi se vi interrompo, ma mia madre sarà in ansia per me. Vorrei poter tornare a casa.>>Quel si massaggiò le tempie, e, con tono seccato, disse: <<Mi dispiace, ma non possiamo lasciarti andare finche non abbiamo decretato la nostra scelta. Tuttavia se ti rivolgi e un servo in fondo alla stanza potrai mandargli un messaggio.>>e così Serbus s'incamminò verso il grande portale.
Giunto dal servo disse: <<Devo mandare un messaggio a mia madre.>>
<<Riferisca.>> disse con voce secca il servitore.
<<D'accordo... le dica questo: "Madre sono dai saggi. Non temere. Non so quanto starò via ancora. Noi abitiamo subito a est della roccia dipinta di azzurro.>> Il servo scattò via veloce come il vento.
Le rocce dipinte, così venivano chiamate, servivano a orientarsi per trovare le abitazioni.
Mentre Serbus tornava verso i saggi in attesa di una risposta, notò un lucernario. La luce della Luna filtrava dalla fessura dolcemente. Era meravigliosa. Nelle città fortificate era raro che vi fossero aperture, soprattutto in quelle racchiuse nella montagna, come Draster. Alzando lo sguardo vide anche le torce al soffitto,così si chiese come facevano ad accenderle. Era troppo alto per arrivare con una scala. Mentre si poneva questo rompicapo, vide una fiamma spegnersi, ma quando la luce della luna tocco la fiaccola, ormai spenta, essa si riaccese, come per magia. "Non è possibile, la magia non esiste ormai da secoli. Devo aver avuto le allucinazioni." Così si assopì con un nuovo dilemma in testa, e cadde di nuovo in un sonno pieno di incubi.

Joanna non riusciva a prendere sonno. Il suo unico figlio era via da mezzogiorno e non era ancora tornato. Aspettava ormai da diverse ore e si era fatto buio. Chissà cosa gli era accaduto. Camminava su e giù per la stanza, era nervosa, si era persino dimenticata di mangiare."Ho già perso mio marito, non voglio perdere anche il mio unico figlio." Stava prendendo il cappotto, quando qualcuno bussò alla porta: "Chi potrà essere a questa ora di notte?" Nonostante le preoccupazioni andò con timore alla porta, la socchiuse. C'era un uomo con un lungo mantello nero decorato di stelle. <<Dov'è il mio ragazzo? Come sta? Posso vederlo? Ha ricevuto il permesso?>> chiese. L'uomo gli bisbigliò qualcosa all'orecchio, poi se ne andò. Joanna si distese sul letto e, questa volta, si addormentò in un sonno senza sogni.

Serbus si alzò alle prime luci dell'alba quando una voce acuta gli impose di svegliarsi. Era stanco, perché non aveva dormito per tutta la notte. Era stato il saggio sulla sinistra di Quel a parlare.
<<Abbiamo fatto la nostra scelta.>> Serbus si sentiva sempre più teso, l'agitazione era insopportabile <<Ti aiuteremo.>>Il giovanotto era colmo di gioia, finalmente avrebbe potuto aiutare il suo popolo.
Vi furono però dei patti. Lui sarebbe partito al sorgere del Sole del giorno dopo e si sarebbe avviato da solo da Draster. Come aiuto gli sarebbe stato data una mappa e, più importante ancora, gli avrebbero spalancato le porte della città, cosa che veniva fatta una sola volta all'anno per raccogliere la frutta dagli ultimi alberi rimasti.
<<Scusi grande saggio, ma come fate ad accendere quelle torce ?>>era l'ultima domanda che fece all'anziano, e lui lo sapeva.
<<Quando la luce lunare tocca le torce spente essa le riaccende.>>
<<Ma questa è magia! Ma non se ne era andata molti anni or sono?>>
<<Già, ma come vedi ha lasciato delle piccole tracce, anche qui. Vai ora domani hai un grande viaggio da percorrere, io confido in te ragazzo. Buon viaggio, e torna mago.>>Quando Quel finì di parlare Serbus se ne andò e non entrò più in quella camera.
La cartina era stata fatta molti secoli prima,era dettagliata e ancora in ordine, mostrava tutta la terra dell'Algerasia. Il mandato d'uscita, invece, era nuovo di pacca. Arrivò a casa alle dieci e mezza. Quando aprì la porta sua madre esplose di gioia nel rivederlo tutto in ordine.<<Ti hanno dato il permesso? È andato tutto bene? Hai fame?>> Serbus non si aspettava tutte queste domande in una volta,ma rispose:<<Sto bene, mi hanno riempito come un principe e... ho ricevuto il permesso.>> A questa notizia Joanna si rabbuiò.
<<Io non voglio che tu parta, ma la decisione è tua.>>
Serbus si sentiva triste a lasciare la sua, casa la sua città, ma soprattutto sua madre. Lasciarla da sola non gli sembrava il caso, però doveva aiutare le altre persone.<<Serbus, so che stai facendo la cosa giusta , perciò ti sostengo. Non è molto, ma penso che per il viaggio ti sia utile.>> detto ciò alzò il materasso e prese un fagotto e ne estrasse una spada. La pose a Serbus. Rimase incantato per diverso tempo. Alla fine la prese, era leggera, l'impugnatura a due mani, l'elsa, di un materiale non conosciuto da Serbus, si intrecciava, per finire con un grosso diamante. La lama era d'argento vivo, per lasciare una rientranza centrale da tutti e due i lati, dove era stato fusa uno strato fine d'oro.<<Apparteneva a un paladino.>> disse Joanna<<Era di tuo padre.>> A questa dichiarazione Serbus si lasciò cadere sul letto.<<Tuo padre era un paladino, morì uccidendo un drago.>> Da lì Serbus conobbe la storia di suo padre, un paladino che sfidò draghi e vampiri, demoni e arpie, troll e spettri. La madre non tralasciò nessun dettaglio, quando incontrò per la prima volta Nej, il padre di Serbus, sulle montagne arbiche mentre lui la salvava da un minotauro. Raccontò anche la storia dei paladini, possedevano la magia, ma non potevano insegnarla ad altri. La storia delle spade d'argento, venivano forgiate con questo metallo perché potevano venir uccisi vampiri e licantropi, teneva a bada i demoni più deboli e era il materiale che veniva consacrato con maggior successo.
La parte, però, più affascinante e angosciante allo stesso tempo era quella della fuga da Meris. Joanna la raccontò come se fosse accaduta solo qualche giorno prima:<<"Joanna e Nej stavano fuggendo con tutta la gente del villaggio, dal possente drago Setter. Già tredici paladini, sei maghi (compreso l'ultimo rimasto in quelle terre) e cento uomini erano morti sotto il suo potere. Molti dicono che fosse il drago più forte esistente e avesse diecimila anni. Era alto dieci metri, sputava fuoco a cinque metri di distanza. Ovunque passasse inceneriva tutto. Aveva appena distrutto il villaggio, quando notò l'armatura da paladino. Andò in picchiata verso di lui. Le fiamme che distruggevano tutto stavano per raggiungere Nej e sua moglie. Tutto dun tratto il paladino saltò giù da cavallo e impugnò la spada evocando anch'esso una possente fiamma contro il drago. Le due fiamme si scontrarono evocando uno scudo di fuoco che si allargava sempre più distruggendo tutto quello che toccava. Quando la furia si placò i due avversari erano intatti, il drago protetto dalle sue impenetrabili squame, mentre il contendente era difeso da uno scudo d'energia dorato. Il drago colpì il paladino con una zampa, ma lui si difese prontamente con la sua indistruttibile spada. Lo scontro titanico continuò tra scontri magici e corpo a corpo. Dopo un'interminabile periodo di tempo i due erano ancora in parità. Il drago riuscì ad afferrare Nej, stava per azzannarlo, ma la spada del paladino trafisse il palato del drago, ma troppo tardi anche per il cavaliere, il canino del mostro gli aveva trafitto il cuore, e così nessuno dei due ne uscì vincitore." Così oggi tutti quelli che hanno assistito allo scontro tramanderanno la storia di: "Nej e Setter">> così terminò il racconto.








secondo capitolo:






Il re del caos

Quando Serbus andò a dormire era notte inoltrata. Tuttavia non riusciva a prendere sonno. La tensione per la partenza era tanta, però sapeva che sarebbe dovuto andare a letto presto, perché il giorno dopo sarebbe partito prima dell'alba. Alla fine si addormentò.
Fu sua madre a svegliarlo:<<Devi partire. Ti attende un grande compito, le nostre terre sono nelle sue mani.>> Queste furono le ultime parole che disse la madre prima che il figlio partisse.
Serbus salutò sua madre, poi si inviò verso la grande porta. La sentinella di turno era vestita da un'armatura di metallo, bronzo probabilmente, un elmo che ricopriva fino alle orecchie, ma lasciava scoperta la faccia, fatta eccezione per il naso, su cui scendeva una spessa lingua di ferro. Aveva una spada lunga nel fodero, ma si capiva che era vecchia e rovinata. Serbus non lo invidiava affatto. Era serio, ma non smetteva di fissare il giovane che si trovava davanti a lui.<<Devo uscire. Ho un mandato del consiglio.>>disse rompendo il silenzio. La guardia lo prese e lo strappò. Serbus fece per protestare, ma la guardia gli aprì la porta della città ancora prima che il ragazzo potesse aprir bocca. <<È per impedire che qualcuno di riutilizzarlo. Buon viaggio ragazzo.>> Serbus uscì senza dire una parola. Per la prima volta (perché dell'altra non si ricordava) vide il paesaggio. Era tutto desolato, grigio, proprio come gli avevano raccontato. Non vi erano alberi, se non ceppi abbrustoliti. Solo a vederlo si percepiva una sensazione di morte, non c'era vita in quel paesaggio desolato, un'immensa pianura desolata. Serbus sperava vivamente di vedere per la prima volta la luce del Sole, ma il cielo era coperto da spesse nuvole nere. Anche se era l'alba la luce del Sole filtrava appena, quindi come al solito vedeva per merito di una flebile luce, come quella delle torce. Si volse a guardare per l'ultima volta Draster, la grande città fortificata. Si intravedeva appena il fine spiraglio del grande portone, ma Serbus trovò il piccolo spiraglio che permetteva a quel poco di luce di entrare nella sala dei saggi. Si incamminò e non si voltò più a guardare la montagna Goles, che conteneva la sua città.
Il viaggio era lungo e faticoso in quelle terre deserte, ma sapeva che l'ultimo dove si era vista la lampada del genio era a Frasser. Passarono giorni di marcia,ma di cittadine non se ne vedevano. Serbus, pur seguendo alla lettera la cartina, non riusciva a trovare Meris. Sapeva che c'era, comunque, i Lasent di mezzo, questo era un grande ostacolo, ma almeno si sarebbe potuto fermare a fare provviste al fiume. Dopo il quarto giorno di marcia vide le vette delle montagne. Si rincoraggiò e allungò il passo. Verso mezzogiorno era visibile anche il fiume. Mancavano solo pochi minuti all'arrivo al fiume, quando si chiese Perché non ho ancora incontrato nessuna creatura? Questa domanda lo tormentava. Il paesaggio era troppo silenzioso. Avvisavano spesso di non uscire dalla città perché fuori era troppo pericoloso, ma allora perché aveva già fatto quattro giorni di marcia senza fare brutti incontri? Si pose questa domanda finché non arrivò al fiume Nelder. Lì la vegetazione era fitta, le piante crescevano abbondantemente, il fiume scorreva rigoroso e vide persino qualche uccello. Non aveva mai visto niente del genere. Serbus era stupefatto, gli sembrava di essere al paradiso. Riempì il suo zaino di bacche e frutti che conosceva bene e le sue tre borracce d'acqua. Decise di accamparsi lì per un po', magari fino all'indomani. Rimase ad ammirare il paesaggio per molti minuti, e altri ancora se non avesse sentito spezzarsi un ramoscello alle sue spalle. Mise entrambi le mani sull'elsa della spada e si voltò di scatto. Rimase di stucco nel vedere una creatura mostruosa, era a torso nudo, la pelle era rossa-arancione, era molto muscoloso. Le mani erano munite di cinque dita possenti fatte per stritolare le vittime, le gambe erano coperte da dei pantaloni mezzi logori e le zampe erano composte da quattro dita anteriori e una posteriore, tutte munite d'artigli. La bocca del mostro aveva due zanne che spuntavano dalla mascella e tendevano all'esterno. Il naso era umano, ma gli occhi erano rossi, penetranti, malefici. Infine due grosse corna appuntite gli spuntavano dal cranio. Serbus era terrorizzato, era paralizzato dalla paura, non riusciva a muovere un solo muscolo. Quello era senza ombra di dubbio un demone. Le peggiori creature di Algerasia.
<<Mi presento. Sono Malver il signore del male, e tu sei Serbus di Meris, giusto?>>
Serbus esitò <<Sì, sono io, cosa vuoi da me?>>
<<Ah, ah, ah,... Cosa voglio da te? Non è un caso se una persona gira sola a Algerasia. Tu stai cercando qualcosa, vero? Bhe, ti sarà difficile trovare la lampada , con me in persona qua davanti.>>
Il demone stava formando una sfera di fuoco sulla mano, quando dal cielo piombarono tre draghi sul demone. <<Vai via! Scappa a Efissar, la città nella montagna. Ci penseremo noi al lui! Va, va!!>> urlò un drago mentre si gettava all'attacco del mostro. Serbus non se lo fece ripetere due volte, prese lo zaino e corse via. Correva a più non posso quando vide la mascella di un drago partire davanti a lui. La schivò per un soffio. Ma perché mi aiutano? Perché si sacrificano così? Erano queste le domande che si faceva. Sentì l'acqua bagnarlo. Girò la testa. Vide un drago morto venir trascinato dalla corrente. Corse ancora, fin quando sentì un latrato. Questa volta si fermò e si girò. Vide un drago azzannare il demone e trascinarlo con se nel fiume, e trasportarlo lontano.

Il nano disse a Fatos: <<dovete tenere d'occhio il ragazzo, siccome è l'ultima speranza di salvare il mondo.>>
<<E.. come mai è lui l'unico che può usare la lampada?>>
<<Un umano creò la lampada, così solo un umano può utilizzarla, e in più, quando mai ricapiterà che un umano esca da la sua città allo scoperto per salvare il mondo? Su, andate, e tenete lontano da lui ogni pericolo.>> Appena ebbe finito di parlare i tre draghi si alzarono in volo, mentre Marton tornò a far guardia alle mura di Efissar.
I draghi volavano veloci e silenziosi. Raggiunsero Le vette di Goles appena in tempo per riuscire a nascondersi dietro i monti, senza esse visti dall'umano. Videro Serbus guardare per l'ultima volta la città e poi incamminarsi. Lo seguivano da una quota talmente alta che solo loro potevano vederlo. Un drago andò in avanscoperta, gli altri due rimasero col giovane.
Rom notò un troll dirigersi verso Serbus, perciò si buttò in picchiata su esso. Le sue fauci si chiusero sul suo duro cranio, penetrarono nell'osso senza problemi e lo stupido gigante urlò di dolore. Le cose continuarono così per diverso tempo anche per gli altri due draghi. Scacciavano vampiri e altre bestie che si erano avvicinati troppo, per i loro gusti, perché non volevano fallire nel loro compito, il più importante della loro vita. Incontrarono persino un demone, di bassa categoria per fortuna. I draghi si fermavano quando Serbus si fermava, ma tenevano sempre gli occhi aperti. La seconda notte la situazione si fece difficile, un gruppo di gobelin si dirigevano verso Serbus, sicuramente avevano visto il suo fuoco acceso. Erano al meno duecento, ci misero tutta la notte. Come se non bastasse Rag si ferì. Finalmente il quarto giorno di marcia videro che Serbus era giunto al fiume. Facevano a turni di guardia, uno controllava il ragazzo, uno perlustrava la zona dall'alto e l'altro sonnecchiava.
Dun tratto Fatos, che era in volo, sentì il ruggito di Rag, che teneva d'occhio Serbus. Guardò a sua volta il giovane  vide gli altri due draghi precipitarsi su un demone apparso accanto a Serbus. Non c'era tempo per farsi domande, piombò anche lui sul mostro e quando fu più vicino lo riconobbe, era Malver. Tremò di paura. Sapeva che quello non era un demone normale, ma bensì il re dei demoni. Nonostante tutto doveva difendere Serbus. Rigetto con immensa furia sull'assalitore e urlò:<< Vai via! Scappa a Efissar, la città nella montagna. Ci penseremo noi a lui! Va, va!>> Dopo un po' vide il demone scagliare una sfera oscura addosso a Rom e staccargli la mascella, sparandola addosso al ragazzo in fuga. Il drago morì dopo un istante di dolore. L'altro andò sul demone con rabbia, e gli abbrustolì la faccia con una potente fiammata, ma questa si ristabilì in un istante. Rag e Fatos combattevano a perdifiato, ma sapevano di non aver speranze, dovevano solo lasciare il tempo a Serbus di arrivare a Efissar. Il demone riuscì a uscire dalla mischia, ma, prontamente, Rag lo raggiunse e, con una fiammata, lo spedì in dietro. Il demone nel volo però riuscì a lanciare una sfera di energia addosso al drago, che venne preso alla sprovvista e gli bucò il ventre. La carcassa cadde nelle profonde del Nelder. Fatos era addolorato e confuso allo stesso tempo. Se avesse tentato di combattere sarebbe stato eliminato in poco tempo, se fosse fuggito avrebbe fallito. Fece un'altra scelta, il sacrificio. Con uno scatto fulmineo, il drago, azzannò il demone e lo trascinò con se nelle correnti del fiume. Il demone non sarebbe morto, ma lui sì. Tuttavia lo fece, perchè sarebbe riuscito nella sua missione. Il demone si dibatteva tra le sue fauci. Non riusciva a muoversi, era impotente. Non sarebbe mai riuscito a prendere il giovane prima che arrivasse alla città, come consolazione, purtroppo, sapeva che un drago non sarebbe sopravissuto più di un giorno nell'acqua. Se solo il drago l'avrebbe portato via nell'aria si sarebbe liberato in un istante, ma in acqua no, le correnti di quel fiume erano troppo forti per permettere di muoversi liberamente, anche per lui. Come se non bastasse Fatos resistette due giorni.
Quanto lontana sarà la stella più vicina alla Terra? Non si sa, l'esistenza é piena di domande...

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Dark ghost

#1
Un consiglio: la prossima volta scrivila più corta o scrivila a "rate", pezzo x pezzo creando un pò di suspance...SCUSA MA IO NN CE LA FACCIO A LEGGERLA TUTTA!!!!


...mi immagino tu a scriverla...==____==

Sn solo consigli, nn prendertela.
THE UNFORGIVEN
New blood joins this earth
And quikly hes subdued
Through constant pain disgrace
The young boy learns their rules

Enigma

no no, ma il fatto che su world é lunga 27 pagine, e non é ancora finita. infatti devo postare altri capitoli...
Quanto lontana sarà la stella più vicina alla Terra? Non si sa, l'esistenza é piena di domande...

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Darkblade

Me la mandi via Email che me la stampo? La mia Email è  
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Enigma

daccordo, dopo dimmi se ti piace ^^
Quanto lontana sarà la stella più vicina alla Terra? Non si sa, l'esistenza é piena di domande...

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Darkblade

Per adesso ne ho letto metà, e mi piace un kasino . Voglio vedere cm va a finire  
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Enigma

non sono sicuro, ma forse c'é un capitolo (lontano da casa) non finito, se c'é non leggerlo, perché non é indispensabile, comunque mi fa piacere che ti piaccia^^
Quanto lontana sarà la stella più vicina alla Terra? Non si sa, l'esistenza é piena di domande...

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