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Un lieve rumore costante.doc

Aperto da Enriko12, 7 Gennaio 2002, 15:12:48

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Enriko12

FATTO 1: l'incontro

Un lieve rumore costante, seguito da un sensazione lontana di freddo, buio.
Apro gli occhi e vedo un immenso campo coperto di vegetazione incolta, piove ed è notte fonda; alberi in lontananza scuri e maestosi si ergono nella pioggia del temporale quasi non la sentissero neppure, ma le loro foglie ondeggiano per il vento, resta quella sensazione di freddo a cui se ne aggiunge una nuova, come di qualcosa che striscia sul mio corpo e silenziosa si allontana, la pioggia mi stava inzuppando completamente.
Cerco di alzarmi, i muscoli paiono metterci un'eternità a reagire e mi sollevo sulle braccia, sento il freddo e la pioggia sul mio corpo e scopro di non possedere vestiti. Dove sono finiti? O meglio ne avevo prima? E poi, prima quando?
Brutta situazione non sapere nulla, e io odio le brutte situazioni.
Un lampo improvviso rischiara i cielo e mi ferisce la vista, poi un tuono.
Ricado a terra ma i muscoli non possono rifiutarsi di rispondere ai miei comandi e mi impongo di alzarmi.
Lentamente mi rialzo e cerco di muovermi col corpo intorpidito, probabilmente causa del freddo anche se non è questo che mi preoccupa di più cerco di restare in equilibrio sulle gambe e intanto il vento e la pioggia non cessano di intensità e mi provocano fitte di dolore.
Vado verso l'albero più vicino con passo insicuro, inciampo in un arbusto e mi rialzo, riprendo la mia sofferente camminata verso l'albero, così vicino prima, così lontano ora...
Vicino all'albero il vento pare più debole e la pioggia non mi colpisce, ma il fulmine potrebbe essere una cosa pericolosa.
I muscoli paiono ora riprendersi e penso di poter correre, si ce la posso fare, e lo farò.
Inizio a correre nudo per i campi sotto il temporale e i piedi non sembrano sentir dolore, anzi pare non esistano neppure, forse non è poi così bene...

Di lontano una rudimentale palizzata pare avvolgere un campo e sicuramente la mano dell'uomo ha posto i pali per essa, ci deve quindi essere un'abitazione nelle vicinanze: sono salvo!
Ma qualcosa non quadra all'interno del campo ci sono altri pali, paiono regolari ma la furia della tempesta non mi permette di vederli bene e mi avvicino superando la palizzata.
Croci, un cimitero. Un nome tra tutti: Joshua.
Non ricordo il mio nome.
Questo sarà il mio nuovo nome fino a che non ritroverò il mio...

Un lampo in lontananza e molto dopo il rombo del tuono.
Un altro lampo nella mia testa.
Dolore.
Tutto e' colorato di rosso.
Sento la morte.
Corpi intorno a me, inermi.

Il cimitero, sta piovendo, recupero ciò che resta della mia mente dopo questa immagine e mi incammino verso una casetta di lontano da cui si innalza una debole colonna di fumo di un camino che combatte il freddo intorno a me.
La casetta in legno pare non molto solida, ma dopo le ultime sensazione i miei occhi la vedono accogliente e calda e piena di cibo, mi sento così affamato e infreddolito.
Faccio per entrare ma le buone maniere mi ricordano nonostante tutto che sono nudo e viste le brutte condizioni meteorologiche forse farei meglio a dare prima un'occhiata all'interno.
La finestrella mi rivela una casetta accogliente abitata da alcune persone, ne posso scorgere circa cinque di cui due ancora bambini.
Il vento e la pioggia continuano a infierire sul mio corpo e i muscoli stanno nuovamente per abbandonarmi e sento la fame in me crescere tanto da sentirmi nuovamente svenire.
Non ho scelta, busso alla porta.
Forse non avevo davvero un bell'aspetto ma sfiderei chiunque al mio posto ad essere più presentabile.
Di certo la faccia del padrone di casa non fu felice quando mi vide, ma infondo che potevo farci?
Speravo solo nella loro bontà d'animo poi li avrei certamente ripagati in futuro, forse ero ricco, certo non lo sapevo, invero non sapevo nulla e presi coscienza che ancora non ricordavo.
L'interno della casa era accogliente e come fui dentro il tepore parve per un attimo scaldarmi le membra, ma fu passeggera come sensazione, il freddo c'era ancora. Ne rimasi deluso.
La casa era come avevo visto dalla finestra una piccola capanna in legno; di queste persone, forse contadini, i vestiti che indossavano erano poco costosi, anzi molto semplici, così come l'arredo interno molto essenziale, la stanza d'ingresso era riscaldata da un piccolo camino in cui ardeva un fuocherello che era molto luminoso, mi ferì gli occhi e distolsi lo sguardo soffrendo come se mi avesse punto un'ago sulla pupilla.
Il resto della casa proponeva un tavolo con alcune sedie tutto rigorosamente in legno su cui erano poste delle tazze e dei piatti ricolmi di cibo dal profumo invitante, il resto della mobilia erano cassepanche e credenze di vario genere, ma preferii non dedicarmi alla contemplazione cercando invece di indossare gli abiti asciutti che mi stavano porgendo così gentilmente.
Chiesero chi ero e dissi loro quel poco che sapevo condendolo con alcune menzogne necessarie per rendere ai loro occhi credibile il mio racconto e accettai di buon grado le pietanze offertemi, sedetti alla tavola con loro e avidamente strappai bocconi di carne da un cosciotto di pollo molto succulento.
Sentivo però che più mangiavo e più la fame cresceva in me.
Dopo poco girai la testa di colpo assalito da un'improvviso conato di vomito e il cosciotto si riversò sul pavimento masticato insieme a del sangue.
Una bruttissima sensazione, e ripeto: io odio le brutte situazioni.
Le loro facce non erano felici, infondo chi lo sarebbe al loro posto? Ma nonostante questo mi offrirono un giaciglio su cui mi gettai finalmente.
Era certo più comodo della dura terra e avevo un tetto per la notte, recuperai un po' di speranza e forse l'indomani avrei ricordato qualcosa di più.

Un lampo nella mia mente.
Dolore.
Tutto intorno rosso, rosso sangue.
Corpi inermi, privi di vita da cui sgorgava il sangue.
Io ero solo al centro della scena.
Un gruppo di uomini esultava in lontananza, ma non erano veramente felici, avevano vinto.
Il prezzo che avevano pagato per la vittoria stava ai miei piedi. I loro cari caduti in battaglia.
Donne che piangono sui corpi martoriati da ferite profonde.
Figli che non avrebbero più rivisto i padri.

Enriko12

Caldo e un dolore profondo quasi ancestrale parevano minare le mie membra.
Ero stufo di questa sofferenza che non smettevo di portarmi dietro.
Aprii gli occhi e la luce mi ferì come un coltello tanto che li richiusi subito, ma non potevo star lì il calore mi stava letteralmente ustionando, corsi più velocemente possibile verso un'ombra e poi quando capii che ero da solo cercai un rifugio oscuro in cui restare.
Non osai muovermi di lì fino al calar del sole e nessuno venne a cercarmi.
Quando pensai di poter uscire oramai era buio e ritornai in casa dove tutti mi guardarono con curiosità mista a paura.
Ora la fame era insopportabile e non dissi una parola avvicinandomi alla tavola, ma ciò che vidi non mi riempì di entusiasmo, anzi.
Un animale morto, un grosso porco, giaceva su un vassoio circondato di verdure, sembrerebbe normale, solo che i miei occhi videro un enorme cadavere di maiale in decomposizione avanzata coperto di vermi e dal quale sgorgava del pus e fuoriusciva un tremendo fetore, le verdure di contorno erano ridotte a un ammasso putrescente che ricordava solo vagamente il loro aspetto iniziale.
Qualcosa non quadrava.
Loro si sedettero e contenti si ingozzarono di quell' enorme cadavere discutendo della giornata come se fosse naturalissimo, io rimasi in piedi. Non sapevo che dire, che fare.
Il freddo mi stava invadendo di nuovo e la fame non saziata esigeva del cibo e in quel preciso momento vidi il calore che emanavano quelle persone.
Desideravo essere caldo come loro, pulsavano di calore e riuscivo persino a sentire il rumore di questa pulsazione, il battito dei loro cuori.
Quella ragazza circa ventenne che prima non avevo neppure degnato di uno sguardo ora mi appariva così bella, quasi divina, una dea scesa sulla terra solo per appagare il mio sguardo.
I miei occhi erano fissi su di lei, ne ero estasiato e passo dopo passo le andai a fianco, senza che nessuno ci facesse caso.
La guardai dall'alto come se fossi il suo angelo custode e il suo profumo inebriò i miei sensi.
Annusai i suoi morbidi capelli, scendendo lentamente giù fino al collo, morivo dal desiderio di baciarla, e lo feci senza pensare neppure alla mia situazione così assurda.
Quando le mie labbra sfiorarono la sua morbida pelle non pensai ad altro che a possederla carnalmente, oh com'era caldo il suo collo, bruciavo di passione per lei, sentivo il battito del suo cuore che andava di pari passo col mio. Una sensazione stupenda, l'estasi dei sensi.
Qualcosa non quadrava.
Aprii gli occhi e mi resi conto di quello che stavo facendo.
Orrore, profondo e colpevole orrore.
La sua testa pendeva di lato, il suo cuore pulsava debole e un rivolo di sangue le colava sulla spalla bagnando il suo leggero vestito.
Non era morta, no, non lo avevo permesso, però non era giusto ciò che le avevo fatto, caddi in ginocchio urlando per la mia sofferenza, urlai con tutto il fiato che avevo in corpo, i vetri andarono in frantumi e di nuovo il vento gelido e la pioggia cominciarono a cadere sul mio corpo.
Mi alzai, stavo piangendo, asciugai le lacrime con la mano, rossa, piangevo sangue.
Le persone intorno alla tavola erano ferme immobili mi guardavano ma la loro mente non era lì, sopraffatte dagli eventi erano rimaste come inebetite.
Corsi verso la porta e la sfondai fuggendo lungo la strada il più lontano possibile.
Mi fermai solo dopo che ebbi coperto una distanza tale da non poter essere più trovato e mi gettai nel bosco cercando di nascondere le tracce del mio passaggio e finalmente solo mi accasciai a terra e piansi.

Non restai molto fermo anche se non so quantificare il tempo che passò, ma non potevo restare a piangere lacrime di sangue sulla sorte che mi era toccata.
Il mio corpo ora sembrava non sentire più il freddo come la notte precedente, era riscaldato dal sangue sottratto alla fanciulla.
Quando finalmente la mia mente accettò la situazione capii cosa ero e mi chiesi come avrei potuto vivere ancora.
Sono Joshua e odio il cibo, soffro la luce intensa e con essa il sole e per di più mi nutro di sangue.
Questo è ciò che sapevo e per il giorno che stava per sorgere mi serviva un riparo.
O forse attendere la morte era la cosa più giusta da fare, ma l'idea di soffrire ancora mi fece cambiare subito idea.
Guardai in una pozza d'acqua e vidi il mio volto, era pallido nonostante un lieve rossore delle guance, probabilmente dovuto al sangue rubato, i capelli erano biondi.

Mi diressi così verso la cittadina che avevo scorto di lontano e quando arrivai il sole stava facendo capolino dalle montagne, rimasi incantato dalla sua vista circondata di nubi gialline che riscaldavano l'anima, dopotutto avevo ancora un'anima.
Nei sobborghi notai subito una stalla verso cui mi diressi, e nella quale mi celai sulle travi del soffitto che raggiunsi con balzo in cui concentrai le mie ultime energie e lì riposai per il giorno, se proprio possiamo parlare di riposo, visto che persi i sensi che riacquistai solo al tramonto successivo.

Nuovamente il cielo scuro si stagliava fino all'orizzonte e il cielo era sovrastato dalla luna, una luna piena del colore dell'argento.
Ora le cose principali erano saziare il dolore al petto e trovare degli abiti decenti, successivamente mi sarei dedicato alla ricerca della mia vita.
Ma come placare una sete del genere? Non potevo certo entrare in una locanda e ordinare del sangue caldo. Non vi era soluzione se non fare ciò che avevo già fatto e ripeterlo ancora e poi ancora...
Un cavallo nitrì.
Ma certo! Gli animali forse potevano nutrirmi allo stesso modo e non avrei macchiato la mia anima di atroci delitti.
Non mi restava che farlo. A parole era così semplice. Fu una tortura ugualmente. Lasciai il corpo riverso sul terreno, ma ora la fame era diminuita e mi sentivo rinato, certo nulla in paragone alla bella fanciulla della sera prima.
Chiusi gli occhi e dissi una preghiera in memoria della povera bestia, anche se in realtà era più per me stesso se stavo pregando.

Le strade arano ancora affollate nonostante l'ora tarda e i neon fornivano la luce e i veicoli non trainati da cavalli stavano scorrazzando per le strade come demoni impazziti, migliaia di persone giravano per le strade in cerca di oggetti da acquistare o in cerca di un lavoro e io mi sentii sopraffare da questa moltitudine di persone persi quasi i sensi e ringraziai ancora l'anima di quella povera bestia morta tra le mie fauci che mi aveva risparmiato una tortura ancor più grande.
Camminai forse alcune ora circondato dalla folla e quasi inebetito dall'impressionante quantità di persone.
Forse potevo scoprire chi ero, certamente qualcuno avrebbe potuto aiutarmi.

Enriko12

Fermai un passante e poi ancora un altro fino a che una donna non mi diede retta e mi disse di andare nella centrale della polizia locale per saperne di più.
Per la strada vidi una vetrina che esponeva uno stupendo abito in pelle lungo, nero e con un colletto ricoperto di morbida lana, lo volevo ma non possedevo alcun soldo per pagarlo e non potevo certo mettermi a rubare per poi fuggire di nuovo!
Toc!
Uno spintone, mi voltai di scatto e un brutto muso mi stava fissando con aria di sfida e mi sentii dire:" Che vuoi? Cerchi rogne?".
Sorrisi, forse avrei posseduto qualche soldo.
Risposi: " Può darsi, ma tu sei sicuro di non rischiare un po' troppo?"
L'altro guardò l'amico e disse: " Possiamo discuterne nel vicolo qui a fianco."
"Non chiedo di meglio".
Ci dirigemmo in tre verso il vicolo.
Gli altri due tirarono fuori dei coltelli, ohhh non aspettavo che questo.
Uno crollò al suolo tirando un rantolo sommesso, si accartocciò per terra e non si mosse più colpito da un pugno in pieno stomaco, uno solo!
E poi non mi aveva neppure visto arrivare... forse era sotto effetto di droga, molto probabile.
L'altro invece mutò improvvisamente espressione dal colorito spavaldo al pallido spaventato, implorò pietà e fuggì.
Cadde a terra due passi dopo, prima di uscire dal vicolo con due coltelli piantati nella schiena uno per polmone avevano trapassato il costato.
Mi cibai della loro vita che sentivo fluire in me.
Che sensazione superba mi avvolse.
Quasi scordavo di prendere i soldi per il vestito, tornai al negozio e feci acquisti, poi nel mio nuovo look mi diressi felice alla polizia.
Laggiù fui subito accoltola un agente che non avrebbe saputo dire neppure quanto faceva due più due, che mi indirizzò a vari altri agenti fino a che non ne trovai uno che si mise di buon grado a cercare nell'archivio, poi dopo circa mezz'ora tornò indietro e mi chiese: " Ma lei non ha un numero di identificazione?"
Dissi di no, o almeno non lo sapevo, guardò sul mio polso e quasi stupefatto mi chiese com'era possibile che non avessi tatuato il mio numero, pratica ormai di rigore da circa un secolo, istituita dal governo rivoluzionario all'epoca del colpo di stato dall'ormai più che centenario ministro degli affari interni ora vice presidente in carica.
Non riuscii a ottenere nessuna altra informazione e ne rimasi così deluso che con gli ultimi soldi mi cercai un albergo nel quale mi barricai.
L'indomani avrei visitato la biblioteca immensa della cittadina.

Dolore.
Profondo e rosso come il sangue.
Al centro di uno sterminio alcuni soldati gioivano.
Avevano delle croci rosse dipinte sui vestiti bianchi.
Avevano vinto la battaglia.
Mi sentivo triste e infelice. Caddi in ginocchio e piansi.
Io al centro di tutto e le figure vorticavano intorno a me, felici mi deridevano quasi grottesche.

Sveglio.
Buio totale.
La stanza di albergo che avevo barricato per avere un luogo sicuro, finalmente ricordai, ma solo questo e nulla invece del mio passato.
Feci una doccia per lavare via le brutte sensazioni e mi diressi verso la biblioteca che non avrebbe tardato a chiudere, dovevo fare in fretta. Non per la chiusura, ma per non fare altre vittime.
Come purtroppo temetti non scoprii nulla di nuovo e decisi di allontanarmi dalla città per alcune ore per "cacciare" in campagna.
Ricevetti un passaggio da un carro in uscita e quando fui fuori mi diressi nella foresta dopo aver ringraziato il conducente.
Una volta lì attesi un verso di animale nel silenzio più assoluto, solo con la natura e la mia anima.
Foglie calpestate.
Nessun verso.
Strano.
Guardai in quella direzione e un enorme lupo mi stava saltando addosso.
Schivai con una semplicità tale che mi sorpresi, infatti quando il pericolo mi fu chiaro fu come se il lupo durante il suo balzo si rallentasse improvvisamente, come se la scena andasse al rallentatore ma io mi muovevo alla solita velocità. Questo lupo era grosso più del normale, anzi era più grosso di me e si alzò su entrambe le gambe come se fosse una persona.
Restai un attimo incapace di reagire a tutto ciò e me lo trovai quasi di fronte con i suoi lunghi artigli pronti a strapparmi le braccia per procurarsi un pasto.
Ero forse diverso da lui?
Non era il momento per queste paranoie e mi spostai di lato e d'improvviso fu come se fosse cieco, non mi vedeva più ma sapeva che c'ero, odorava la mia presenza e io potevo celarmi lo stesso alla sua vista! Potevo farcela. Sorrisi.
Gli piazzai un pugno sulla schiena di sorpresa e quando si girò passai sul suo mento col mio ginocchio, e poi ancora e ancora ogni colpo che davo mi sembrava di placare la mia sofferenza e così non mi fermai fino a quando mi resi conto che era solo una ammasso di carne che con le mie mani avevo deformato a forza di pugni.
Lo lasciai cadere a terra, placando la mia foga.Un brivido lungo la schiena. Era un umano quello che avevo lasciato cadere e non più il mostro di prima. Avevo nuovamente ucciso quindi.
Caddi e chiesi perdono per il mio gesto nonostante servisse a nulla, potevo almeno placare la coscienza che urlava dentro di me.
Oramai era morto, scavai una fossa con le mani fino a quando non fu sufficiente e poi lo gettai dentro ricoprendo il tutto cercai di dargli una degna sepoltura.
Sporco e avvilito tornai in città, mi ero macchiato di nuovo del crimine peggiore e il peggio era che non me ne rendevo più conto.
La biblioteca non era distante la raggiunsi in fretta e spaccai un vetro entrando noncurante di ogni possibile allarme.
Sfogliai libri e libri fino a che trovai una spiegazione per ciò che avevo appena spento. Un "licantropo", umano il cui corpo gravava di una maledizione, che ogni plenilunio si trasformava in una orrenda bestia assassina. Pursempre un umano.
Girai pagina.
Vampiri.
Fu come uno shock.
Lessi e rilessi quel testo fino a che le sue parole non furono impresse nella mia mente.

Enriko12

Ero un non-morto, la mia anima era dannata ed ero immortale.
Sapevo ciò che ero adesso, ma cos'ero io prima?

Passai alla pagina successiva, intitolata "La Grande Caccia".
Narrava delle gesta che circa cento anni prima avevano portato all'estinzione della mia razza da parte di un gruppo di uomini detti "I Nuovi Crociati" che si erano radunati da tutto il mondo per prendere parte allo sterminio del popolo notturno di non-morti che minacciava gli umani e si nutriva del loro sangue perpetrando i più terribili delitti.
Terminava dicendo: "...nessun membro della razza vampira pare sopravvissuto alla vendetta divina".
Io esistevo però e testimoniavo il contrario.
Quel libro sbagliava, almeno su questo, certo è che qualcuno doveva pur avermi fatto diventare ciò che ero.

Il tramonto, mi desto, nuovamente colto dalla fame giro come uno zombie per le vie della città fino a che qualche umano non attira il mio odio e allora lo uccido e me ne nutro.
Ogni giorno così per giorni.
Forse mesi o anni o secoli.

Giunsi infine nella città di Triuma, attirato da ricorrenti voci sulla malavita locale tanto che sperai di poter estirpare il male che infestava le genti del luogo per potermi cibare e fare del bene nel male, che stava tormentando la mia esistenza.
Non incontrai altri miei simili nel mio viaggio e ciò mi portò a credere di essere l'unico sopravvissuto che non so come era sfuggito a quel periodo di orrore della Grande Caccia.

Vagai per le strade alla ricerca di malavitosi, quando finalmente trovai il mio contatto, un umano che per vivere smerciava droga lucrando sulla vita altrui, forse no nero poi così diverso da lui infondo. Decisi di non ucciderlo, anzi provai addirittura una strana simpatia per ciò che avevamo in comune e lo presi a forza e lo portai in una casa che coi proventi delle mie cacce mi ero potuto comprare, lo tenni rinchiuso per giorni, facendogli soffrire la fame e torturandolo in ogni possibile modo fino a che non mi implorò di ucciderlo.
Aspettavo solo questo.
Era ridotto a uno spettro di ciò che era prima, affamato e sofferente provava ciò che io provai all'inizio e decisi che era pronto per il grande salto nella tenebra.
Aprii la porta delle cantine e scesi nella sua "cella", lo trovai rannicchiato in un angolo tremante, alzò lo sguardo e mi vide in faccia, riabbassò lo sguardo e attese in silenzio, mi avvicinai, lo presi e affondai i denti nel collo.
Stavo comunque continuando a uccidere, oramai non era più un problema per la mia coscienza, forse mi aveva abbandonato anch'essa, ero solo, come ero sempre stato fin dall'inizio di ciò che ricordavo.
Il suo sangue rifluì in me ma in esso riuscii a scorgere il pentimento, lui era pentito! Che sensazione strana essere pentiti per le proprie colpe, la mia coscienza riapparve improvvisamente rabbiosa chiedendomi il perché di tutto e io non avevo risposte, rimasi immobile.
Il corpo che avevo tra le mie mani era ormai quasi privo di vita, avevo tolto il suo sangue, stava morendo per colpa mia e io ero pentito, forse se gli avessi restituito ciò che avevo preso sarebbe tornato quello di prima e io non sarei più stato un assassino.
Non potevo ignorare questa possibilità anche se sapevo era solo un rimedio a colpe più grosse.
Strappai un brandello di carne dal mio polso, che tanto si sarebbe rigenerato presto, e gli diedi da bere il mio sangue.
Bevette, e poi ancora e ancora, pareva peggio di me nella sua fame e ne fui spaventato.
Lo strappai a forza dal mio braccio e lasciai rimarginare la ferita, ma ora sentivo in me crescere la fame come se mi avesse cercato di strappare un pezzo di anima.
Lo lasciai a terra che urlava di dolore e corsi fuori in cerca di nuove prede, non era questo il modo migliore.
Dopo un frugale pasto a base di due rapinatori, tornai a casa, scesi in cantina e quello che vidi non mi piacque per nulla. Non era più l'umano di prima, anzi non era più umano. Era come me, lo avevo trasformato, ecco come ero diventato ciò che ero, ma per mano di chi? E chi ero prima? Forse uno come lui? Spero proprio di no.
Ora eravamo in due e non sapevo se esserne felice per aver trovato un compagno o se piangere per la doppia dannazione di cui mi ero appena macchiato.
"Qual è il tuo nome?" chiese.
Io dissi semplicemente: "Joshua"
Lui rispose: "Ronji"

Questo fu tutto ciò che ci dicemmo nelle prime settimane, lui fu come la mia ombra e mi seguiva ovunque, anche nella caccia e si cibava dei miei avanzi e non sapevo fino a che punto potevo fidarmi di lui visto che lo avevo ucciso e poi gli avevo anche negato la morte sostituendola con al sofferenza eterna.
Il suo aspetto era diverso dal mio, i suoi capelli erano corti e neri, come i suoi occhi, di quel nero che solo la notte più profonda mostra agli umani, il suo corpo era magro e slanciato come il mio.
Aveva dimostrato da subito capacità diverse dalle mie, io ero in grado di muovermi più veloce degli umani ed ero più forte di chiunque avessi potuto vedere nella mia breve esistenza, per di più mi potevo celare agli occhi degli umani e potevo vedere oltre gli occhi, con la mia anima superare la facciata di superficialità delle cose.
Lui invece era in grado di modellare le ombre a proprio piacimento, le usava per intrappolare gli umani e poi stritolarli se cercavano di reagire, oppure per nascondersi nella tenebra più assoluta dove pure io faticavo a trovarlo e ciò iniziò a preoccuparmi dopo non molto visto che avevo il dovere di tenerlo d'occhio e impedire che rivelasse agli umani che non eravamo estinti.
Per di più lui era in grado di far fare agli umani ciò che voleva e temo potesse influenzare pure le mie scelte anche se penso di essere sempre rimasto cosciente di ciò che facevo, oltretutto lui poteva far tacere ogni tipo di rumore e possedeva una specie di tocco acido che scioglieva ogni cosa a contatto il che mi fece rabbrividire al pensiero di come poteva impiegarlo senza la mia guida.
Più passava il tempo e più affinavamo le nostre tecniche e incrementavano di potere, ma alcontempo pareva lui fosse sempre meno dipendente da me e decisi che fosse il momento per una lezione di storia.

Lo portai con me al cimitero della città e gli narrai il passato, che lui però già conosceva, il che mi sorprese. Lui ricordava il suo passato, io no. Perché questo? Come mai io ero destinato all'oblio sulla mia vita precedente mentre lui poteva conoscerla, ne fui quasi geloso.
Ma infondo era l'unico compagno che avevo mai avuto e non potevo lasciar spazio a sentimenti del genere; naturalmente mi fece domande su come potevo esistere ed altro, ma io non seppi che dirgli e come un lampo lui fu per me un libro aperto, entrai nella sua mente quasi senza volerlo e ci lessi tutto, fu quasi istintivo e durò circa un secondo.
Lui non mi detestava per quello che era diventato, ne era quasi felice e se da un lato capii che potevo quindi fidarmi di lui ne fui terrorizzato all'idea che si lasciasse andare nella opera distruttiva insita nella nostra natura.
Lo portai di fronte alla tomba dei suoi genitori. Pianse, per la prima volta da quando lo avevo trasformato, pianse.
Quando si fu rialzato lo portai a una tomba coperta da poco su cui giacevano ancora dei fiori freschi, era una sua vittima, e sulla lapide c'era la scritta: " Con profondo dolore piangiamo la sua scomparsa" firmata dalla dicitura:"il figlio". Lui capì subito cosa intendevo e per questo pose un freno alla sua fame, tanto che nei giorni successivi non era più l'assassino di prima, anzi era mutato, forse era tornato ad essere un po' umano.  
Riprendemmo così a parlare e mi raccontò un po' della sua vita precedente, della sua infanzia e io pendevo quasi dalle sua labbra assaporando le sue parole come se fossero sensazioni di cui mi potevo appropriare per colmare il mio vuoto.
Da quel giorno fummo come due vecchi amici che vanno insieme a bere qualcosa al bar, ogni volta che uscivamo.
Poi decidemmo di dare scacco matto alla malavita locale, sia perché avevamo necessità di soldi, sia perché io volevo non essere il male ( e come si può definire qualcosa che distrugge il male se non il bene stesso? ), sia perché lui voleva vendicarsi degli anni di sfruttamento che aveva patito in vita.

Una notte ci appostammo presso la strada che di solito intraprendevano i camion carichi di armi e droga e attendemmo il loro arrivo, che puntualmente rispettarono.
Mi misi al centro della strada, il camion frenò ma oramai era tardi e mi travolse in pieno, il muso si accartocciò all'indietro e il motore rientrò nella cabina di guida uccidendo i suoi occupanti, io venni sbalzato di qualche metro e caddi a terra fingendomi morto.

Enriko12

Gli altri camion sopraggiunsero subito e si fermarono a controllare l'accaduto, quando furono fuori furono avvolti dall'oscurità e morirono soffocati nel potere dell'oblio di Ronji, altri furono solo trattenuti al semplice fine di poter guidare il resto dei camion sotto il controllo mentale di Ronji, quei pochi che mi vennero attorno per vedere che mi era successo invece li tramortii tutti quanti prima che si rendessero conto che da terra avevo aperto gli occhi e avevo sorriso.
Il convoglio arrivò a destinazione nel quartiere più malfamato pieno di tagliagole e trafficanti vari, le porte di una grossa fabbrica dimessa furono aperte e entrammo tutti nel maggior silenzio possibile evitando di dare nell'occhio.
Una volta dentro gli umani si comportarono come gli era stato ordinato, scesero ordinatamente dai mezzi e come se non fosse successo nulla iniziarono a discutere coi tizi che avevano di fronte mentre io celai alla loro vista me stesso e Ronji che liberamente salimmo le scale per raggiungere il locale posto più in alto nel quale dovevano esserci i capi.
Il luogo era ovviamente decadente e le travi erano tutte arrugginite, topi correvano liberamente per l'edificio a dimostrare che era un rifugio temporaneo fino a che la polizia non avesse iniziato ad indagare e si sarebbero trasferiti altrove.
Arrivammo di fronte alla stanzetta e solo allora la nostra presenza fu chiara visto che la porta fu sradicata dai suoi cardini e gettata al piano di sotto e i presenti furono avvolti dalla tenebra e da essa trattenuti.
Non feci quello che dovevo fare, anzi feci di peggio. Mi innamorai.

Una ragazza camminava nella notte, seguita da due energumeni che avevano lo scopo di proteggerla da scippatori e stupratori, si stava dirigendo verso una fabbrica abbandonata.
Era stata costretta a prendere parte a una riunione segreta tra grossi capi malavitosi della zona perché suo padre era il più potente ed era colui che vendeva armi, droga e qualsiasi altra cosa fosse illegale vendere, ma lei lo detestava.
Sin da piccola la aveva viziata facendola crescere al riparo dalla società violenta che la circondava, ma non le aveva mai dato ciò che lei voleva, il semplice amore paterno. E persino quello materno. Aveva ucciso sua madre e di questo lei ne aveva le prove. Era diventata scomoda, sapeva troppo e lo tradiva in ogni modo possibile, infondo anche lei trasgrediva le regole per lucro, come faceva lui.
Ma lei lo odiava.
Ma l'odio da solo non permette di eliminare i due energumeni dietro che controvoglia l'avevano presa da casa e la stavano portando lì. Alla fine aveva accettato però aveva preferito andarci a piedi più che altro perché sperava qualche disperato fosse saltato fuori lungo la strada e li avesse uccisi per poterla lasciare libera e fuggire, da suo padre, dalla casa, da se stessa.
Guardò una vetrina con aria sconsolata, si diede una sistemata alla frangia, ravvivando i suoi splendidi capelli colorati di verde smeraldo, che si intonavano coi suoi occhi color viola-ghiaccio; poi passò al suo fisico snello da top model su cui aveva messo un vestitino nero talmente piccolo da farla tremare per il freddo.
Forse suo padre sperava di darla in sposa a qualche dissidente dell'organizzazione perché si legasse a lui così da continuare a raggruppare in sé il centro del potere che gestivano.
Ma lei già stava meditando di sostituirsi a lui, prendere il potere e levare di mezzo il vecchio, solo non ne aveva il coraggio...
Parlare era semplice, sognare ancor di più ma da qui a realizzare i sogni ci passa di mezzo il mare, ma avrebbe comunque ottenuto presto la sua giustizia, nonostante non potesse salvare il potere e il patrimonio di famiglia. Avrebbe ricominciato una nuova vita altrove. In verità la nuova vita venne prima del previsto e non nella forma che aveva pensato.
Arrivarono nella ex-fabbrica , salutò tutti gli uomini di suo padre anche se non ne conosceva neppure la metà e tutti si giravano a guardarla facendoci su pensieri di ogni tipo.
Nella saletta satura di fumo dal dolciastro e oleoso odore tipico del sigaro sedevano intorno ad un tavolo molti personaggi che aveva visto già altre volte di sfuggita o che aveva solo sentito nominare per la loro pessima fama.
Prese posto su una sedia a fianco del padre in silenzio senza neppure salutarlo e attese i soliti complimenti di rito sul suo bel faccino anche se non era quello che tutti stavano guardando.
Dopo alcuni minuti di noioso colloquio finalmente alzò gli occhi sorpresa per qualcosa che destava il suo interesse: era forse già iniziata la festa che aveva programmato?
La porta del locale volò letteralmente via come se fosse fatta di carta e il vento si fosse divertito a farla volare via attendendo che qualcuno andasse a riprenderla per rimetterla dov'era.
E subito si fece buio, non andò via la luce, ma semplicemente fu come se di colpo fossero diventati tutti ciechi, riusciva solo a sentire suoni distorti di ordini a scagnozzi che non sapevano più neppure che fare, poi iniziò a mancare quasi l'aria, non riusciva a respirare e fu come presa dal panico.
Si sentì sollevare con forza e poi il vento che le sfiorava il corpo come su una spider in piena estate per le strade della città.
Quando l'oscurità si diradò le sembrò anche di poter tornare a respirare, ma scoprì anche di essere bendata e imbavagliata.
Era stata rapita.
Poveri stupidi, avrebbero avuto una bella sorpresa e poi suo padre li avrebbe ricoperti di buchi a forza di proiettili.
Sentì delle parole, no anzi un dialogo di persone mai sentite prima:
"Sei stato uno stupido. Per quale assurdo motivo hai preso questa troietta?"
"Senti Ronji, qui sono io che do gli ordini e questa ragazza non potevo lasciarla morire, lo sai bene è la regola. Non possiamo lasciar morire persone innocenti e io so che lei non era lì di sua volontà."
"Stronzate! Ora che ce ne facciamo? Chiediamo un riscatto al padre defunto? Tanto vale ucciderla subito e placare la fame."
"Calmati, anche io sento la fame, ma questa donna non morirà, perché io non voglio che muoia. Se anche tu potessi leggerle nell'anima faresti lo stesso."
"Sei solo un fottuto idealista Joshua!"
Poi una porta si chiude, il discorso continua ma non si distingue più nulla di ciò che si dicono i due.
Ma forse lo avevano ucciso davvero, suo padre. Bene una parte della vendetta era stata compiuta e forse era andata persino meglio di quello che aveva programmato.

Passò il giorno senza che qualcuno si facesse vivo fino a che sopraffatta dalla noia e dalla stanchezza si accasciò a terra, ma il giorno successivo si risvegliò su un materasso buttato lì per l'occasione, pareva pulito ma l'ambiente circostante non lo era poi così tanto.
Una debole luce proveniva dalla lampadina che pendeva dal soffitto e rischiarava una piccola porzione della stanzetta dandole la possibilità di vedere dove si trovava.

Enriko12

Per la verità stava morendo dalla voglia di andare in bagno e lo stomaco reclamava una colazione.
L'odore della pizza calda che era posata su una vecchia credenza la convinse ad alzarsi ed era parecchio infreddolita e un po' dolorante per la notte passata no proprio nel modo comodo a cui era abituata.
Aprì il cartone della pizza e decise che se vi erano delle droghe o sonniferi all'interno non importava, perché aveva fame, forse aveva davvero molta fame o quel pizzaiolo era straordinariamente esperto perché non aveva mai mangiato nulla del genere, la divorò quasi provandone un piacere, poi bevette il succo al suo fianco nella bottiglietta, ma al contrario di quanto si era proposta lo finì in un sol colpo tanto era squisito. Eppure non era solo colpa della fame. Fortunatamente non vi era traccia di topi quindi la casa doveva essere abitata, probabilmente era di uno dei due tizi di prima, quindi non l'avrebbero dimenticata lì a morire e poi denotavano un interesse per lei, infondo le fornivano cibo e non la volevano uccidere e avevano cercato di darle un giaciglio più comodo, controllò i suoi vestiti e parevano intatti e sapeva di non essere stata stuprata.
Si guardò intorno non appena ebbe finito di mangiare, era una cantina ed era fredda, però non vi era muffa e neppure animali schifosi; le finestre erano piccolissime e non ci poteva di certo passare e dall'esterno pareva fosse di nuovo notte, probabilmente era passato un giorno intero o almeno ne era convinta.
L'unica via d'uscita era la porta che dava all'interno della casa probabilmente, se si fossero dimenticati la porta aperta sarebbe uscita e magari poteva fuggire.
Salì le scale lentamente tendendo l'orecchio, passo dopo passo, gradino dopo gradino si convinceva sempre di più che l'avessero lasciata sola e forse poteva farcela, arrivò all'ultimo gradino e lentamente tese la mano verso la porta. O aperta, o chiusa. Una probabilità su cento di farcela.
Posò delicatamente la mano sulla maniglia che sentì fredda e poi si fece coraggio e si disse "ora proviamo..."
Come in risposta: " Ti prego non farlo."
La voce era una delle due di prima e proveniva dall'altra parte della porta, ma come faceva a saperlo? Come sapeva che era li dietro? Forse una telecamera nascosta, ma certo! I tipi erano organizzati per benino e scappare sarebbe stato difficile.
Optò per il "piano B" ma le serviva il radiocomando che era nella borsetta e dannazione era sul mobile dalla parte opposta della camera.
Finse indifferenza e riscese le scale come se si fosse rassegnata e quando fece per avvicinarsi alla borsetta la luce si oscurò e divenne molto debole e la borsetta parve perdersi nell'oscurità, tanto che quando la luce tornò a essere forte come prima era sparita. Eppure era lì e all'interno non c'era nessuno, si guardò intorno spaventata, forse c'era una altro modo per entrare li dentro da una botola segreta e avevano capito le sue intenzioni.
Dannazione! Corse su per le scale in preda a una paura folle e si mise ad origliare alla porta sentendo solo:
" Mi spieghi per quale cazzo di motivo stiamo qui a farle da balia e non usciamo come al solito? Se vuole fuggire lasciala andare oppure facciamola finita e uccidiamola subito! E comunque eccoti la borsetta!" poi un rumore di qualcosa che cade sul pavimento e nessuna risposta dalla voce di prima.

Per il resto della giornata si annoiò parecchio da sola e il tipo dietro la porta pareva non volersi schiodare e neppure fare un dialogo, magari per capire che volevano o comunque almeno per fare qualcosa.
Il giorno successivo o meglio la notte successiva, trovò nuovamente il cibo come la volta prima e sbranò subito il suo pasto, a fianco del quale trovò un libro di quelli per cui lei andava matta, un diario bianco con una penna e un videogioco portatile col quale far passare il tempo anche se sapeva che era costantemente sorvegliata.
Oramai aveva predisposto un angolo a "bagno" privato e non poteva fare diversamente ma pareva che magicamente questo angolo si pulisse da solo ogni giorno, almeno non moriva asfissiata dai propri escrementi e per il freddo aveva anche trovato una calda coperta.

Quando Joshua seppe che si era assopita nuovamente chiuse la porta a chiave e uscì per le strade nel suo solito pasto fugace di persone che lui riteneva meritassero di morire. Oramai non aveva più bisogno di cercare tanto, gli bastava uno sguardo e sapeva già le loro colpe e così si nutriva senza tanti scrupoli in modo veloce e pulito poi cercava di simulare una vendetta privata o uno scontro tra bande o una rapina o tutto ciò che gli veniva in mente per giustificare un omicidio.
Ronji usciva da solo e il dialogo tra loro si era di nuovo interrotto dopo la comparsa della ragazza, non erano più uniti come prima e a lui dispiaceva ma avrebbe avuto molto tempo in futuro per recuperare le relazioni con lui, ora quello che gli importava era lei.
Non sapeva cosa fosse di preciso, forse era amore, forse non sapeva cos'era l'amore, forse la sua anima era talmente dannata da non poter conoscere l'amore o anche solo di sperare di raggiungerlo però sapeva quello che andava fatto. Era il destino a muoverli e lui sapeva di far parte del destino.
Un disegno così grosso che neppure lui poteva ancora capire nonostante potesse vedere meglio di chiunque altro.
Mancava poco all'alba ed era una fortuna che quella ragazza si fosse istintivamente abituata a i loro ritmi quotidiani sennò la sorveglianza sarebbe stata più difficile, ma lui voleva averla con sé cercando di non renderla come lui, di lasciarla umana, per questo faceva un nuovo esperimento che consisteva nel riempire il cibo di lei col suo sangue per vedere che reazione avrebbe avuto e almeno non pareva così traumatico come con Ronji.
Tornò a casa che il sole stava per sorgere, oramai erano giorni che la tenevano chiusa lì e lui quotidianamente le forniva del sangue, sperando che prima o poi sarebbe cambiata, solo continuava a chiedere sempre più cibo o forse sempre più sangue. Lui sperò fosse solo una semplice e innocente fame umana.

Si sorprese di certo quando vide casa sua circondata di mezzi colorati con lampeggianti sul tetto. La polizia! E non era certo un semplice controllo di routine quello che aveva di fronte. Probabilmente Ronji era già caduto nel sonno giornaliero della sua specie e lei era riuscita a uscire e dare l'allarme, ma allora perché non era fuggita?
Si celò alla loro vista e lentamente passò sul retro della casa guardando dalla piccola finestrella che aerava la cantina e sentì dei colpi contro la porta e voci che le dicevano di tranquillizzarsi che era salva e lei intanto era sulle scale e chiedeva aiuto.
Quegli uomini stavano cercando di portarla via! Non potevano fargli questo, togliergli la sua ultima speranza di poter riavere un briciolo di umanità nel conoscere l'amore!
I suoi occhi iniziarono ad arrossarsi quasi piangesse nuovamente sangue, ma erano lacrime di rabbia, le sue mani divennero artigli affilati e la furia omicida lo prese. Tornò in velocità sul fronte della casa, entrò in essa scagliando via tutti coloro che si mettevano in mezzo con la sua semplice forza i quali scapparono urlando, una volta nell'ingresso tagliò la testa ad uno ad uno a tutti coloro che aveva di fronte oppure semplicemente infilò la mano nei loro corpi e ne estrasse il cuore che poi ingoiava. Il panico.
Urla. Caos. Gente che fuggiva. Uno di loro con gli ultimi brandelli di coraggio estrasse l'arma e sparò uno, due, colpi ma non riusciva neppure a fermare la mia camminata furiosa verso la porta. L'ariete che stavano usando per sfondare la porta fu lasciato cadere per terrae gli ultimi sopravvisuti fuggirono terrorizzati. Sfondai la porta, lei era lì.
Il suo semplice sguardo pieno di speranza mi fece crollare addosso il peso delle mie colpe, tornai ad esse quello di prima, le andai incontro ancora imbrattato di sangue e lei svenne. Il sole incominciò a filtrare dalla piccola finestrella e dalla porta e i raggi riflessi quasi mi accecarono e mi provocarono un dolore immenso. Stavo sbagliando. Ero tornato ad essere un assassino e lei non poteva amarmi per questo.
Iniziai a scavare il pavimento continuando a piangere fino a che non raggiunsi la terra nuda e in essa trovai rifugio come in un ventre materno mi calai in essa, quasi sciogliendomi tanto da legarmi con lei e diventare io stesso di terra.

Libera.
Quando aprii gli occhi vedevo i raggi di sole dalla finestra ed ero libera.
Non doveva essere passato molto tempo, forse solo alcuni minuti dagli ultimi eventi ma ancora mi era difficile ricordare cosa fosse successo. Solo forse era stato un incubo, comunque sia la porta che fino ad allora non avevo potuto varcare era ora spalancata e da essa filtrava il sole del giorno che non avevo più rivisto.
Mi alzai a stento e mi parve quasi assurdo il piacere della libertà. Forse era meglio aspettare in questa gabbia che qualcuno mi tirasse fuori, oramai era abitudine.

Enriko12

Scrollai la testa, presi le mie cose e mi catapultai su per le scale oltre quel limite fino ad allora invalicabile. Un conato di vomito salì dallo stomaco fino alla bocca.
Per terra scomposti giacevano i corpi di molte persone trucidate in modo orribile come solo una bestia mitologica poteva fare o un esercito di persone armate di motosega.
Tutta la stanza era imbrattata di sangue che lasciava un leggero strato sul pavimento e bagnava ogni resto organico che su di esso giaceva.
Alcuni corpi erano ancora riconoscibili, altri tremendamente mutilati dai quali uscivano le interiora, una goccia mi cadde sul viso, acqua? Sangue!
Alzai lo sguardo, e corsi via urlando lungo la strada all'esterno della casa. Il corpo era appeso al soffitto e pendeva dal lampadario, ma la sua faccia era stata interamente asportata tanto che si vedeva completamente il teschio dalla cui bocca stava uscendo il cervello.

Respirare aria pura e avere la libertà era tutto ciò che ora possedevo e riacquistai lucidità.
Ero libera ma dove andare? Potevo tornare a casa, ma sarei tornata ad essere ciò che ero prima e io non lo volevo, avevo lottato per questo, avevo persino tradito mio padre accettando di indossare una microspia della polizia addosso per la retata, ma non avevo premuto il pulsante del comando nella borsetta e loro non erano intervenuti e forse non avendo mie notizie mi avevano cercata e alla fine trovata.
Ora dovevo fuggire e soprattutto nascondermi per un po' principalmente per capire cosa fare in futuro.
Che ne era stato dei miei sequestratori? Forse erano morti anche loro o forse erano stati loro a fare la strage ma questo importava relativamente.
Jessy! Si, la mia migliore amica, anzi l'unica, ci volevamo così bene che certamente si era preoccupata per me e ora si stava chiedendo dov'ero, dovevo chiedere rifugio a lei.
Presi il telefonino e la chiamai e subito disse che sarebbe venuta a prendermi per portarmi a casa sua al sicuro.

Venne con la sua vecchia macchina scassata a prendermi nel punto convenuto e io giurai a me stessa che le avrei regalato una macchina nuova. Bellissima. Tutta per lei. Jessy indossava un cappottone spesso visto che il riscaldamento della macchina era rotto così come il finestrino del guidatore, aveva dei lunghi capelli marroni tenuti insieme da un elastico a formare una coda.
Arrivammo a casa sua e mi offrì da bere e parlammo per ore di quello che mi era successo e disse che potevo stare da lei quanto volevo. Non telefonai a casa, anzi non avvisai nessun altro che ero viva e scampata alla prigionia, infondo volevo restare da sola con lei che era l'unica persona di cui mi fidassi e infondo mi dispiaque per quel tipo che nonostante mi avesse sequestrata aveva avuto per me tutte le attenzioni possibili, un vero gentiluomo.
Ora avevo di fronte la mia vita e tutta la libertà possibile che potevo immaginare fornitami dai soldi della mia famiglia e da nessun vincolo particolare.
Passarono alcuni giorni di felicità in cui però non riuscivo a mangiare quasi più nulla e Jessy si stava preoccupando a tal punto che si ingegnava nel farmi i manicaretti più complicati possibili pur di non vedermi rifiutare il cibo dando la colpa allo shock subito, volle fare anche un test di gravidanza per essere sicura non mi avessero addormentata coi sonniferi per poi abusare del mio corpo anche se io le dicevo che non era successo.
Spesso vomitavo e avevo la nausea tanto da pensare di dover andare da un dottore, continuavo ad avere una fame indicibile però dopo pochi bocconi mi assaliva la nausea e mi sentivo come se mi mancasse qualcosa e cominciai a ordinare pizza a domicilio e a bere solo più succhi ma non cambiava molto.

Stavo facendo la doccia e il calore aveva oramai appannato i vetri e lo specchio, lasciavo l'acqua scorrere sulla mia pelle provando la piacevole sensazione di relax quando ebbi finito uscendo dalla vasca notai il mio corpo oramai ridotto allo scheletro di quello che ero prima e le forze mi stavano mancando e da giorni mi sentivo sempre più stanca e non facevo altro che stare a letto e dormire e Jessy continuava a prendersi cura di me, naturalmente per i soldi attingevamo al mio immenso conto, unica cosa che mio padre aveva fatto di buono nella vita, e visto che nessuno mi aveva ancora chiamata probabilmente nessuno era interessato al fatto che stavo bene e provai una profonda tristezza e un calore nel cuore pensando a Jessy.
Poi notai una scritta sul vetro della finestra come se qualcuno avesse scritto con le dita sul vetro appannato, controllai la porta. Chiusa.
"Jessy sei entrata in bagno mentre facevo la doccia?"
"Noo" fu la risposta.
Richiusi la porta e indossai l'accappatoio. Aprii la finestra, nulla. Eravamo al quinto piano e non c'era cornicione. Nessuno poteva essere arrivato da lì.
Mi guardai intorno tutto normale. Lessi la scritta: "Chiamami ti prego" seguito da un numero.
Era certamente per me. Ma chi era che lo aveva scritto e come aveva fatto?
Mi tornò alla mente il sequestratore galante e fui certa fosse lui. Mi aveva trovata ma non aveva tentato di rapirmi. Ma forse lui sapeva come farmi guarire da questo male che mi stava lentamente uccidendo, visto che tutto era iniziato dal rapimento.

Cercai il mio telefonino, ma non lo trovai e neppure quello di Jessy fu possibile trovare. Uscii di corsa, dicendo a Jessy che se c'erano problemi l'avrei chiamata e mi diressi a una cabina. Composi il numero.
Uno squillo.
Due squilli.
Tre squilli.
Mi rispose un messaggio registrato di uno studio legale non molto distante che diceva di richiamare l'indomani in orario lavorativo o lasciare un messaggio.
Riagganciai il ricevitore.
Uno scherzo?
Gli avvocati non si facevano pubblicità in questo modo pensai ridendo.

Mi voltai oramai certa che avevo corso troppo con la fantasia, ridendo ma girandomi incrociai lo sguardo con una persona che poco distante stava fissando la cabina in cui ero io, e avevo già visto quello sguardo, anche se distorto e quasi folle alcuni giorni prima di svenire.
Sapevo che era uno dei due che mi avevano rapita e sapevo anche che lui era quello buono.
Restai ferma e lui si avvicinò lentamente con passo indeciso.

Sapevo quello che pensava e che in fondo aveva sofferto però oramai quello che avevo iniziato dovevo portarlo a termine e non avrei potuto rinunciare a lei poi così facilmente.
Almeno non fuggiva terrorizzata e questo era già un bene così avanzai lentamente verso quella cabina, aprii la porta e lei uscì ancora indecisa su come reagire.

Enriko12

Nei miei occhi leggeva la tristezza, l'amarezza per ciò che le avevo fatto patire, ma anche l'amore che mi aveva portato a farlo. Se lei avesse potuto conoscermi così profondamente come io già la conoscevo. Com'era umana, capace di amare, io potevo almeno capire e cercare di fare lo stesso per sentirmi io stesso più umano...Un colpo alla testa caddi in ginocchio, un dolore profondo. Una, dieci, mille voci parlavano nella mia testa e urlavano chiedendo vendetta.
Non erano coloro che avevo ucciso, ma altre persone già morte ma che urlavano nella mia mente dicendomi di fare ciò che dovevo.
L'amore umano era solo un ostacolo.
Io non dovevo amare.
"Fate silenzio!"
Non dovevo imparare.
"FATE SILENZIOOO!"
Il dolore cessò di colpo e riaprii gli occhi.

Non c'era più.

Lo vidi improvvisamente cadere in ginocchio come se avesse ricevuto un colpo in testa e mi avvicinai per vedere se stava bene, disse alcune parole sconnesse e poi non vidi più nulla.
Ma fu la stessa sensazione di quando fui rapita, non vedevo nulla ma sapevo che mi stavano portando via. Questa volta però poteva essere peggio, anche perché se non riuscivo a mangiare sarei morta di fame di lì a poco.
Per di più stava tornando quella sensazione di soffocamento che avevo già sperimentato e iniziai a dibattermi cercando di liberarmi per respirare. Finalmente il buio si dissolse così com'era apparso e ripresi a respirare a pieni polmoni, e di fronte a me vidi una persona pallidissima, con capelli neri corti e occhi neri come la notte più tetra.
Sembrava infelice e disse solo: " Mi spiace che tu debba morire così giovane e senza colpa, ma sei finita in un gioco più grosso di te e non puoi restare in vita."

Sentivo il suo odore, era stato lui. Il mio unico amico Ronji ora me la stava portando via, ma riuscivo a fiutarlo come un segugio, quando lo pensai mi accorsi che il mio corpo mutava e divenni molto simile a un lupo. Per fortuna nessuno si era accorto di nulla.
Mi mossi veloce come un lampo fiutando la pista che aveva lasciato inconfondibile, lui non era così veloce anche se riusciva a passare attraverso le ombre riuscivo ugualmente a trovare la pista giusta.
Il tempo stava cambiando e il vento si alzò impetuoso mentre le nubi oscuravano la luna.

"Sta cominciando a piovere" dissi solo, "non lasciarmi morire qui sotto la pioggia".
Rispose: "Questo cambia di poco le cose, forse riesco a capire perché voleva lasciarti viva, ma io faccio ciò che và fatto, e questa è solo una tessera del mosaico più grosso, non so il perché ma se tu vivi tutto il futuro sarà cambiato e Loro non vogliono questo".
"Loro chi?"
"Non ne ho idea...addio".
La pioggia cadeva incessante e l'odore stava perdendo di intensità diradato dal vento, dovevo far presto, sapevo che sarebbe morta se non fossi arrivato in tempo.
Poi li vidi, nel parco, sotto un maestoso albero, tornai ad essere me stesso con le mie solite sembianze.
Un lampo rischiarò il cielo.
Poi seguito da un tuono.
Ero bagnato e il vento sferzava.
Tutto come all'inizio della mia attuale vita.

Ronji si voltò e io intravidi il corpo di lei contro l'albero.
Si alzò in piedi e disse: "Sta morendo, e sai che è la cosa più giusta. Non dolerti per lei e non odiarmi per questo, sai perché lo sto facendo."
"Ho promesso che non sarebbe morta e non morirà. Spostati!"
" Non essere impulsivo, oramai puoi fare ben poco. Vieni diamole una degna sepoltura."
Un pugno in pieno stomaco lo fece volare contro un albero li vicino che cadde spaccato in due per il colpo.
"Fermati!" disse, e le sue parole suonavano come un ordine così imperioso che mi fece esitare un secondo, ma poi ripresi il controllo di me e dissi solo: "Taci!"
Feci per andare da lei, ma fu la mia stessa ombra a trattenere i miei passi.
" Non posso permettertelo, non costringermi a combattere con te, non è ciò che voglio!"
" Non desisterò fino a che avrò la forza per andare da lei e salvarla!"
" Mi costringi dunque a questo!"
Lo vidi entrare nell'ombra a fianco a sé prodotta dall'albero e me lo trovai a fianco, la sua mano mi prese con fermezza sul collo e sentii il suo potere acido corrodermi le membra.
Fu allora che nel silenzio più assoluto in cui solo la natura e il temporale stesso osavano proferir parola che io urlai.
Non fu un semplice urlo. Ma fu una vera esplosione che portava in sé rabbia, dolore e giustizia.
Le finestre dei palazzi di fronte andarono in frantumi, le lampadine esplosero, gli animali fecero versi in lontananza e Ronji cadde a sedere con le mani alle orecchie che colavano sangue.
Sembrava incapace di alzarsi e io corsi da lei.
Il suo cuore si era fermato.

Enriko12

Da poco, certo, ma non avrei potuto salvarla in altro modo.

Bevetti il suo sangue e fu come se il temporale mi passasse attraverso, il suo cuore si era fermato e invece  di assaporare la vita, come era ogni volta che mi cibavo, invece sentii la morte invadermi coprire i miei sensi e tentare di spegnermi. Quando il suo corpo fu prosciugato della sua essenza vitale mi resi conto che ero sollevato alcuni centimetri da terra e la stavo tenendo stretta a me.
Ronji non aveva più detto nulla e fissava la scena stupito.
La posai dolcemente al suolo, mi lacerai un labbro e la baciai.
Il suo corpo riprese a muoversi come invaso da una scossa latente e mi aggrappò a me. Si era ripresa, ora non era morta, avevo quindi vinto? Ma non era neppure viva, era solo come me. Forse avevo fatto l'unica cosa che era in mio potere, anzi ne ero certo.
Le detti tutto il sangue che desiderava e poi quando fui certo che non rischiasse più di incontrare la morte mi separai controvoglia da lei, lasciandola distesa al suolo.
L'erba attorno cominciò a crescere e i rampicanti la circondarono creando una specie di rifugio che la nascose alla mia vista. Le piante sembravano volerla proteggere e alleviare le sue sofferenze.
Mi sentivo debole, Ronji si avvicinò mi prese con sé e mi portò via e io fui incapace di contraddirlo, tanto oramai sapevo che eravamo entrambi immortali e presto la avrei riabbracciata.
Le voci nella mia testa gridavano per l'indignazione e migliaia di volti mi accusavano di essere uno stupido. Persi i sensi.

Quando tornai in me era probabilmente passato un altro giorno e stavo avidamente bevendo, probabilmente guidato dal mio istinto dal polso di Ronji che mi aveva tratto in salvo e mantenuto in "vita", il suo sangue era così dolce da inebriarmi e quando ebbi finito di cibarmi tanto da tornare ad essere il vecchio Joshua di prima, lui era caduto a terra molto debole.
Eravamo in un vecchio deposito del molo, colmo di casse da stipare in chissà quale nave che probabilmente non esisteva neppure più.
Lo presi tra le braccia e lo portai fuori, scelsi per lui una preda e la tramortii così che anche lui potesse riprendersi.
Quando si riprese evitammo di parlare fino a che non fummo di nuovo in un luogo tranquillo e sicuro.

Era avvolta dal verde completamente al sicuro all'interno della terra che mi celava dal sole e mi proteggeva dall'esterno, mi sentivo come non mai, legata agli elementi che componevano la nostra esistenza.
Quando fu di nuovo notte poco dopo al centro del parco nonostante fosse primavera molte foglie incominciarono a cadere dagli alberi fino a ricoprire un lembo di terra, caddero a centinaia lentamente.
Poi d'improvviso da esse sorse una figura di donna, se qualcuno l'avesse vista avrebbe giurato fosse una fata.
Kymi il suo nome.
Così pallida da illuminare la notte al pari della luna si diresse con passo sicuro verso un branco di cani feroci.
Non ebbe paura perché al suo cospetto i mastini parvero tranquillizzarsi, lei gli poneva domande e loro davano risposte che nessun altro avrebbe potuto comprendere.
Era poco più che una ragazzetta viziata alcuni giorni prima, ora era una donna, anche se non propriamente una classica donna come intendiamo noi.
I mastini si dispersero per le strade e sparsero la voce alla ricerca di due uomini diversi dal solito, uno biondo e uno coi capelli neri come la notte più tetra.

"Chi sono Loro?"
"Non ne ho idea, ma so cosa volevano e sentivo di doverlo fare."
"Sono milioni di facce e voci nella mia testa che parlano e giudicano e accusano."
"Capisco ciò che intendi Joshua."
"Perché i libri dicono che la mia razza è estinta e invece io esisto? E non ho mai incontrato un nostro simile, neppure ne avverto la presenza nonostante la mia mente possa viaggiare per tutte le città circostanti."
"Io conosco solo te Joshua."
"Cosa centra lei in tutta la storia e perché poi sarebbe stata di intralcio, e poi a cosa?"
"Non abbiamo risposte, ne io, ne te."
"Chi le può avere?"
"Forse solo questi spiriti che ci parlano."
"Puoi sentirli? Parlarci?"
"Da quando la morte ha quasi raggiunto te e poi dopo me, io riesco a vederli, aleggiano nel cielo, alcuni gioiscono, altri soffrono, altri non vogliono lasciare questo mondo. Se questi nostri persecutori sono ancora in questo mondo vuol dire che non hanno trovato la pace. Forse da noi vogliono questo. Che noi gli diamo la pace che tanto bramano."
Detto questo chiuse gli occhi e si concentrò, poi li riaprì ma erano bianchi come se non avesse più le pupille e incominciò a chiamare, nulla di preciso, solo nomi a caso per vedere se qualcuno accorreva. Anche gli animali parevano sentire quest'energia visto che da lontano parevano giungere i latrati dei cani.

Enriko12

Ronji cadde all'indietro e restò immobile, era tornato normale ma il suo volto era sfigurato dall'orrore. Provai a toccarlo.
Un lampo.
Luce fortissima.
Una battaglia.
Avevo già visto la scena tanto tempo prima.
Solo che ora l'avrei vista completamente.

Quello che vedevo era accaduto circa cento anni prima, la battaglia era pronta.
Da un lato vi erano numerose tende nelle quali sapevo che c'erano moltissimi umani, sentivo il loro odio per la nostra razza e ciò che li spaventava di noi.
La sete.
Infondo loro erano le prede ovvio che odiassero i loro cacciatori.
Un immenso campo.
Tutti erano muniti di grosse tute tipiche dei soldati ed erano bianche.
Loro a differenza della popolazione comune non erano rimasti nelle città barricate protette contro i vampiri da ogni possibile congegno che l'uomo aveva creato per eliminare quelli della nostra razza. Avevano creato collegamenti sotterranei protetti ma non possedevano più la maggior parte della superficie terrestre. Volevano riavere la libertà.
Le città si erano evolute fino a diventare dei centri tecnologici indipendenti e le campagne erano popolate da quelli della mia razza.
Sentivo la loro fame, si cibavano oramai delle poca cacciagione rimasta che avevano quasi estinto in poco tempo a forza di crescere in soprannumero e la natura non poteva reggere il confronto.
Erano deboli e quelle prede erano per loro l'unica salvezza per placare il dolore che ogni giorno si portavano dentro dovuto alla fame insaziabile.
I più deboli erano stati uccisi e prosciugati della loro linfa vitale dai più forti, era una società che era tornata al livello primitivo, provai una immensa pena per loro.

I soldati, detti "I Nuovi Crociati", uccisero un numero imprecisato di vacche che avevano portato con sé e ognuno disegnò sul suo petto una croce rossa col sangue.
I vampiri erano tutti intorno a loro e non potevano resistere a lungo al richiamo del sangue sarebbero arrivati tutti e una delle due forze in campo sarebbe stata annientata.
La battaglia infuriò subito dal calar del sole e quando fu di nuovo l'alba la mia razza era estinta.
Sul terreno giacevano migliaia di corpi di umani mutilati e dilaniati, morti nei modi peggiori e poi prosciugati completamente. Però avevano vinto loro.
I Nuovi Crociati furono acclamati nelle città come i liberatori e colui che li aveva creati, il giovane Lonmir, all'epoca primo ministro degli affari interni, forte del governo del popolo despodestò il sovrano in carica e ne assunse il ruolo come capo di uno stato indipendente. Da allora egli gestisce lo stato, attualmente con la funzione di vice presidente, nonostante la veneranda età di centotrenta anni che non pare affatto dimostrare.

"Ronjiii" dissi dolorante rialzandomi lentamente, e lo vidi ancora a terra ma ora pareva stare meglio, e vicino a lui sedeva la dolce umana che avevo tanto desiderato, Kymi.
"Finalmente ti sei ripreso" disse lei sorridendo.
Mi alzai le corsi incontro e l'abbracciai come non avevo mai fatto prima. Era così splendida che avrei dato tutto per lei.
Ronji si ridestò e si mise a sedere ancora incapace di capire bene dov'era e quando fu pienamente cosciente parlammo del sogno.
Quelle facce e quelle voci che ci avevano tanto perseguitati erano gli spiriti dei vampiri defunti che reclamavano vendetta per trovare la pace. Solo che ancora non capivo che cosa volessero di preciso. Intendevano forse che avrei dovuto sterminare l'umanità? Non ne sarei stato in grado e ben lo fossi stato non lo volevo e sapevo che infondo non era questo che mi chiedevano. Anche perché ora sapevo il loro odio per Kymi, lei mi aveva insegnato la pietà e l'amore.
Sentimenti che mi erano ancora difficili da comprendere ma che ora avevano minato il mio cuore di assassino perfetto che loro cercavano.
Restava il fatto che se erano morti tutti allora io come potevo esistere? Chi mi aveva reso ciò che ero?
Non avevo ancora abbastanza risposte anche se sarebbero giunte presto.

"Come sei arrivata fin qua?"
"Mi hanno guidata gli animali, io li capisco, ci posso parlare."
"Anche tu ricordi il tuo passato vero?"
"Si"
Io no.
Non potevamo restare in quel magazzino sul molo e poi non mancava molto all'alba e nonostante non lo avessero mai sperimentato loro sapevano già che il sole era un pericolo, era come se lo percepissero.
Avevamo bisogno di un rifugio sicuro per il giorno e soprattutto eravamo impresentabili nei nostri abiti logori e sporchi.
Lei propose di tornare alla sua vecchia casa. Restammo in quel luogo alcuni giorni.

Enriko12

FATTO 2: la notte

Lettera indirizzata all'illustrissimo Sig.Epek T. Gibsey.
Resoconto di viaggio, ultimi eventi.
Deserto di Gykoa, al confine con le terre conosciute. Come Voi ben saprete ha una particolarità, contro ogni legge geofisica si staglia come una penisola circondata dal mare per miglia e miglia come se l'acqua stessa non potesse raggiungere questa landa desolata.
Io sono un ricercatore, mi chiamo Akif, forse avrete sentito parlare di me, oramai sono anni che cerco la famosa stele di cui si ha notizia non ufficiale solo in alcuni documenti e che narra di un passato diverso da quello che ci fu raccontato.
E' una questione che per me ha raggiunto un'importanza fondamentale, trovare questo tesoro culturale equivale a una affermazione nel campo archeologico.
Tutto l'ambiente scientifico, Voi escluso, mi è stato ostile da quando ho preannunciato la mia partenza per questo viaggio e persino i miei collaboratori mi hanno oramai abbandonato.
Solo una donna mi è rimasta vicino e il suo nome è Eruho. In questo momento siamo alle prese con gli animali che non resistono più questo clima caldo e pare ci vogliano abbandonare pure loro.
Ho incollato su questa pagina il telegramma che mi è stato recapitato circa due giorni or sono da un messaggero e viste le poche speranze di riuscita mi sento di affermare che la missione si è rivelata un totale fallimento come temevo. Mi dirigo al punto di ritrovo convenuto dal telegramma dove le milizie locali ci riporteranno a Kimlia.
Porgo l'occasione per farLe i miei più vivi auguri perché ho saputo della Vostra scoperta riguardo le catacombe in cui, si dice, si nascondessero gli ultimi superstiti della temuta razza vampira e spero ci si possa incontrare successivamente nella grande città al nostro arrivo.
Invio a Voi solo questo testo perché ultimamente strani incidenti hanno precluso ogni possibilità di riuscita in questa impresa e temo che qualcuno stia cercando di nascondere qualcosa, ma oramai mi è impossibile continuare oltre nelle ricerche e affido alla Vostra discrezione queste parole qualora incappassi in incidente mortale e non potessi far ritorno. Temo per la mia vita e per quella di Eruho quindi vi prego di non far parola di questa lettera soprattutto per il Vostro bene, vogliate perdonarmi se vi sto caricando di questo fardello, ma è necessario che qualcuno sappia e porti avanti il mio progetto qualora non potessi farlo io personalmente.
Vostro affezionatissimo, Akif.

Telegramma urgente per Signorina Vijola Tomida.
Pregasi signoria Vostra di recarsi immediatamente nel più vicino centro di polizia per questione di massima urgenza che richiede Vostra esperienza nel campo tecnologico.

Richiesta di Rilascio per Concessione del Primo Ministro dopo verifica eseguita dagli specialisti.
Il Sign. Kino Yoheda, superato l'esame per la verifica della avvenuta guarigione del paziente, deve essere rilasciato e consegnato all'autorità competente in quanto non più necessario internamento nel Vostro Ospedale Psichiatrico.
Le patologie riscontrate nel soggetto dovute alla cattiva educazione materna ed alla assenza di una figura paterna paiono oggi superate; la madre tuttoggi anziana, figlia di un combattente Crociato morto sul campo, riconosciuta insana di mente ed internata è oggi deceduta nella camera di rianimazione in cui da tempo giaceva. Il soggetto è quindi ritenuto non più a rischio e necessita di rilascio immediato.
Segue parere contrastante del medico curante a cui era affidato il paziente il quale non influisce sulla valutazione finale della Commissione di Specialisti.
Grazie per la collaborazione, Ufficio Rilasci.

Comunicazione interna per Dipartimento Archeologico.  
Il Sig.Epek T. Gibsey è pregato di recarsi al più presto al Dipartimento Centrale Presidenziale per aggiornamenti sulla sua ultima scoperta riguardo le "catacombe" e primo test ufficiale eseguito da esperto patologo sui cadaveri in essa rinvenuti. Invieremo successivamente l'analisi compiuta dal taumaturgo locale sui segni rinvenuti all'interno delle "catacombe".
Grazie per la collaborazione.

Ritaglio di giornale
...il furto negli archivi pare di modesta entità e il materiale non ancora ritrovato è oramai presumibilmente finito in mano a collezionisti senza scrupoli che dopo la notizia delle "catacombe" hanno cercato in ogni modo di appropriarsi di oggetti dall'inestimabile valore storico legati a questa scoperta, le autorità si sono dette indignate per ciò che è stato sottratto, perlopiù materiale cartaceo e relazioni di esperti su ciò che è stato rinvenuto all'interno delle "catacombe"...

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FATTO 3: le maschere

Una telefonata.
Nonostante quello che era successo il giorno che avevamo incontrato Kymi pareva che nessuno avesse toccato nulla del patrimonio che le era rimasto in eredità dal padre, anche se io penso Ronji avesse avuto parte in tutto ciò con le sue doti di convinzione così efficaci sui semplici umani.
In quei pochi giorni che rimanemmo in quella casa loro due raccontarono molto della loro vita umana tanto che avemmo l'illusione di essere tornati tali, anche se io stesso non so bene come sia essere un umano visto che ancora non ricordo il mio passato. Furono giorni sereni, in cui raggiungemmo un legame molto forte conoscendoci l'un l'altro fin nel profondo, fino a che non arrivò quella maledetta telefonata.

Una ragazza, conosco quel viso.
Non so chi sia.
Non c'è più un prima e un dopo.
La ragazza è in pericolo.
Devo impedirlo.
Un qualcosa di nero si stende su di lei e la avvolge.
Il freddo della morte, nella notte, sulla ragazza.

Ricomincio a mettere a distinguere la realtà dalla visione, Ronji e Kymi mi guardano.
Io dico: "Ronji rispondi al telefono ti prego, quel suono costante mi sta facendo impazzire."
Ronji fa per obbiettare.
Il telefono comincia a squillare.
Lui si allontana per rispondere, attraverso il corridoio. Il corridoio! E' coperto di serpi che si rivoltano sul terreno e sibilano coprendo ogni altro suono.
Urlo: "Nooo!"
Corro verso di lui e lo raggiungo nel medesimo istante che lui si gira verso di me in modo così lento che sembra colto di sorpresa, cadiamo a terra insieme e una mano colpisce il muro sfondandolo dove prima vi era il suo cuore.
Una lingua biforcuta si avvolge al mio collo e cerca di stritolarlo, Ronji si alza e contemporaneamente dalle ombre tentacoli cercano di avvolgere il nemico, ma il suo sguardo è così deciso, così sicuro, ci si può vedere il mondo intero in quegli occhi. Ronji sembra catatonico, non si muove più si limita a fissare gli occhi. Occhi vuoti che non rispecchiano più la vita ma solo la consapevolezza di essa.
Poi come dal nulla era apparso svanì.
Io ero libero ancora steso a terra e Ronji si guarda intorno cercando di capire cosa era successo.
Un pensiero comune, gelido si insinua. Kymi?

Sveglia.
Una caverna, molte iscrizioni, generiche raffigurazioni di serpi.
Serpi, sul mio corpo si stanno movendo a decine. Paura. Come può un immortale temere ancora la morte? Paura.
I vestiti sono leggeri, per la verità paiono non esistere neppure, candidi come un giglio.
Legata, sono legata, non riesco a muovermi, un tavolo di legno morto mi trattiene e non riesco a spezzare le catene. Sento la sofferenza di quella pianta. La sua anima mi parla, la vedo verde e rigogliosa nella foresta, abbattuta e lavorata soffre per le sue mutilazioni. Ora è ridotta a uno scheletro piatto e morto e io non posso scappare da questa sofferenza, forse anche le piante hanno un'anima e se così fosse abbatterle non sarebbe un omicidio? La natura mi parlava e io capivo quello che diceva anche se non volevo saperlo. Chiusi gli occhi cercando di non vedere, di non sentire.

Non poteva essere stato lui, non aveva agito contro di lei e perdipiù non lo aveva neppure pensato e di questo ne ero certo.
C'era qualcun altro che agiva con lui ed era sicuramente un vampiro, come lo era lui.
Un altro di noi. Quindi era vero: non eravamo estinti.
Forse loro avevano le risposte che ci servivano, ma dovevamo trovarli anche per sapere come mai ci avevano attaccati di sorpresa ed avevano rapito Kymi.
Jessy! Era in pericolo, avrebbero rapito anche lei e la avrebbero usata come ricatto. Ne ero certo, già lo vedevo nella mia mente come un presagio.
Ronji mi sollevò da terra e partimmo verso casa di Jessy.

Stavo cucinando una bistecca, sfrigolava nella padella riempiendo la cucina del suo aroma. Una lacrima cadde dal mio viso sfrigolando sulla padella. Erano oramai giorni che Kymi non si faceva sentire e oramai non potevo pensare ad altro che al peggio, forse era morta e non l'avrei più rivista. Lacrime sul viso, dolore dentro. Vado verso lo stereo, metto una musica di quelle forti che tirano su il morale a volume alto, la vicina si lamentava spesso ma ora non mi fregava nulla di lei.
Guardavo la bistecca cambiare colore dal "rosso sangue" al "pallido cottura", intanto piangevo.
Il campanello suona. Non ho voglia di rispondere. E se fosse lei che torna da me? Mi giro di scatto e pianto un urlo. Davanti a me vedo una persona scura che mi prende tra le sue braccia e mette una mano sul mio viso per tapparmi la bocca e poi mi alza a forza sulle spalle.
Scalcio, mi dimeno, cerco di urlare. Panico.
La porta si sfonda vedo due persone che entrano di corsa e poi vedo la mia casa che si allontana. Siamo usciti dalla finestra. Dove mi sta portando? Mi fa paura. Sento il male in questa persona, la sua presenza è così lugubre. Continuo a piangere in silenzio, forse mi porterà da lei.

Io e Ronji arrivammo davanti alla porta di ingresso e diamine non possiamo dimenticare le buone maniere, suono il campanello.
Attesa.
Urla. Si! Erano proprio delle urla.
Sfondiamo la porta ed entriamo, un uomo scuro la sta tenendo sulle spalle come un sacco di patate e lei si dimena, un salto e spacca la finestra, allontanandosi nella notte.
Sorrido. Mi piacciono le sfide.
Ci avrebbe portato direttamente dove volevamo.
Una pantera nella notte correva velocissima e lo seguiva fiutando le sue tracce, Ronji invece si era dissolto nell'oscurità ma sapevo che era vicino a me e mi seguiva.

Arrivammo così nella città di Kimlia, le luci colorate ci sovrastavano e nel cielo scintillavano colorate rendendo la notte simile al giorno. Festeggiamenti per le nozze appena annunciate del presidente Forqua. La gente per strada, i veicoli che rombavano, le luci sfavillanti. Presi il contatto con il rapitore e dannazione riuscivo a malapena a fiutare la sua pista. Si muoveva veloce saltando da un palazzo all'altro e il suo odore si disperdeva nell'aria, quando ritrovammo la scia eravamo di fronte ad una immensa cattedrale. Le sue vetrate colorate la facevano apparire un immenso mosaico colorato e la sua struttura immensa ed imponente mi fece fermare.
Tornai ad essere me stesso nel vicolo lì a fianco e Ronji ricomparve dal nulla uscendo dall'ombra vicino a me, restando in silenzio sapeva che eravamo arrivati, ma ora non sapeva bene che fare.

Enriko12

La scia era così forte, ma io non mi sentivo in grado di entrare in quel luogo sacro, ero pur sempre un essere malvagio e profanare quel luogo era immorale. Avevo ancora una moralità dunque.
Qualcosa in tutto ciò non mi convinceva, mi appoggiai stancamente al muro. Spalancai gli occhi per lo stupore. Non era una cattedrale! Voltai lo sguardo nonostante già sapessi ma non volevo crederci.
L'intera cattedrale non era ciò che gli occhi vedevano. La costruzione in realtà era molto più simile a una sfinge. Sorrisi. Il topo era in trappola e il gatto pregustava la cena.
Mi scostai dal muro e la costruzione tornò ad essere quello che era prima e che i miei occhi avevano visto sin dall'inizio, Ronji mi seguiva in silenzio anche se pareva non capire.
La cattedrale era vuota e nella sua immensità il silenzio regnava sovrano, un singolo rumore pareva poter turbare l'equilibrio che aleggiava all'interno, toccai il muro e vidi una immensa statua di serpe al centro dell'altare, su di esso sdraiata e nuda c'era una donna che pareva svenuta.
Scostai la mano dal muro e tutto questo scomparve, io e Ronji eravamo soli nella completa pace della cattedrale.
Improvvisamente le tenebre invasero il luogo oscurando le luci al neon, solo alcuni candelieri ancora risplendevano, il resto era avvolto nel buio più fitto. Chiusi gli occhi.
Concentrati Joshua, concentrati! E vidi nuovamente la realtà come se l'illusione fosse caduta e rividi l'altare e ora pareva vedere tutto pure Ronji.
Fui subito vicino all'altare...Jessy! La presi tra le braccia alzandola di peso la quale rispose con un lamento restando incosciente. Qualcuno voleva farle del male, probabilmente eravamo arrivati in tempo per salvarla, dovevamo portarla al sicuro, lontano di qui. Non riuscivo a sentire la presenza di Kymi, forse quel vampiro ci aveva condotti di proposito fin lì per allontanarci da Triuma. Imprecai.
Mi voltai e vidi Ronji assalito da centinaia di piccoli ragni che non riusciva a staccarsi dal corpo i quali lo stavano ricoprendo di tele fino ad immobilizzarlo e poi Ronji fu coperto e il bozzolo di ragni si sgonfiò fino a sparire. Cosa era successo?
"Credevate forse di cavarvela?"
"Chi sei e perché hai rapito questa donna?" chiesi al nulla.
"Il mio nome può forse fare differenza?"
"Voglio sapere chi ti ha reso ciò che sei" dissi.
"Il dolore".
"Ti capisco" dissi e inclinai la testa.
"Il tuo amico è scomparso e ora anche tu farai questa fine".
"Lei che centra?" continuai a chiedere.
"Lei è già una di noi, non lo senti?"
Lasciai cadere il suo corpo nudo e delicato dalle mie braccia, era vero, non pulsava più vita nel suo cuore, era morta nonostante fosse ancora viva. Perché lo aveva fatto? Forse per lo stesso motivo che aveva spinto me.
Caddi in ginocchio di fronte al suo corpo inerme che giaceva nudo sul marmo freddo che pavimentava la cattedrale. Lei oramai aveva lo stesso freddo nel suo cuore. Kymi non lo avrebbe sopportato questo e io con lei pativo quasi Kymi fosse vicino a me e sentissi le sue emozioni.
Le lacrime di sangue sgorgavano dai miei occhi chiusi e feci l'unica cosa che mi venisse in mente di fare, pregare per la sua anima dannata che anche a causa mia era persa.
Passi, di fronte a me.
Alzai lo sguardo distorto dal rosso del sangue vidi una figura che avanzava, vestiva di nero ed era un tizio robusto. Tirò fuori una lunga spada che tirò all'indietro come per caricare un colpo diretto alla mia testa. Disse: "Ne resterà soltanto uno!". Battuta scontata.
Un battito di ciglia e gli ero alle spalle, nell'orecchio gli sussurrai: " Tu guardi troppi film."
Gli cadde la spada dalla sorpresa.
Con la forza della mente lo lanciai contro il soffitto. Contro il quale si schiantò, ma subito si riprese e sputò una tela rimanendo attaccato ad esso. Presi la spada e con tutta la forza in corpo la lanciai contro di lui. Trafitto. Lo impalai al soffitto.
Presi di nuovo Jessy tra le mie braccia e mi incamminai noncurante verso l'uscita della cattedrale.
Il vampiro ricadde con forza a terra visibilmente ferito e corse verso di me con la spada in pugno, io gli davo le spalle, Ronji ricomparve a quel punto da un'ombra proprio al suo fianco e con la mano aperta in piena faccia fermò la sua corsa, poi lo fece cadere all'indietro.
Mi fermai, anche se non vedevo direttamente, sapevo cosa stava succedendo, la mano di Ronji rimaneva sulla faccia del tizio che a terra stava urlando e cercava di liberarsi intanto che il fluido acido gli corrodeva la testa quasi che la mano di Ronji potesse secernerlo come sudore. Dopo poco cessò di agitarsi e rimase a terra un corpo senza testa con le braccia spalancate. Il rumore di un fuoco d'artificio, una esplosione di colori, la cenere nel vento del vampiro distrutto. Ronji raccolse lo spadone e venne dietro di me alla ricerca di un rifugio per il giorno che stava per sorgere.
Lì fuori una ragazza vendeva dei fiori, ne comprai uno e lo deposi sulle scale della ex-cattedrale, in memoria di chi aveva solo sofferto per colpa di altri.

Un fiore. Per terra. Soffriva la sua agonia in silenzio reciso dalla radice che gli dava la vita ora sentiva la morte giungere lenta. Pativo per lui, non era distante. Ero ancora legata al tavolo di legno morto e nulla era mutato, ma era passato un giorno, lo sapevo.
Un tizio si avvicina. Non lo avevo mai visto prima d'ora, era pelato e pareva un essere senza più motivo per vivere costretto all'eterno supplizio di fare cose che non voleva ma alle quali non poteva sottrarsi.
Diceva frasi senza senso, era una lingua che non conoscevo, probabilmente una lingua morta da tempo immemore.
I disegni sulle pareti sembravano illuminarsi. Pose una teca vicino a me con su inciso il mio nome: "Kymi", poi con la noncuranza con cui si prende una mela dal vassoio della frutta immerse la mano e buona parte dell'avambraccio nel mio corpo, bruciava dentro di me come se cercasse di tirar fuori da me le mie interiora e con esse la mia anima.
Persi i sensi.

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Trovare una camera libera in una locanda era impossibile vista l'enorme folla che dalle strade si stava riversando ora nei propri giacigli in cerca di quel riposo che gli umani potevano ancora gustare.
Kimlia, la capitale, era vastissima e copriva da sola quasi dieci volte la superficie che occupava Triuma, la città in cui avevo conosciuto i miei compagni di avventure (o sventure?).
I sotterranei di un magazzino abbandonato ci fornirono un riparo adeguato dal sole, anche se non era molto confortevole trovammo la cosa sufficiente per quella occasione.
Jessy ancora non si era ripresa e sia io che Ronji eravamo molto assetati, ma era tardi per uscire a "caccia" e il torpore del sonno iniziava a lambirci la mente.
Quando ripresi i sensi al tramonto successivo Jessy era accovacciata vicino a me e stava piangendo in silenzio. La sua gamba presentava un'ustione orribile che un umano non avrebbe mai potuto sopportare in quel silenzio
Aveva la testa tra le ginocchia e le braccia  le coprivano il volto, ripeteva fra sé: "il sole brucia. il sole brucia. il sole brucia."
Le parlai di Kymi. Ascoltò in silenzio tutta la storia che vomitai fuori senza omettere nulla. Sapevo di essere io il colpevole di tutto quello che era capitato a loro finora e non riuscivo più a tollerarlo, dovevo sfogarmi e quando ebbi finito Ronji ci venne vicino e gettò a terra due umani apparentemente storditi. Non disse nulla, come sempre. Lui si limitava a osservare.
Di questo gliene fui grato.
A quel punto fu lei che disse: "So dove sono andati, parlavano di un luogo fuori città in cui avrebbero portato una giovane vampira presa da Triuma." Era certamente Kymi, non vi era dubbio.

"Padron Zaghael, uno degli infanti è stato annientato, la missione è comunque riuscita su entrambi i fronti."
Un diabolico sorriso mostrò un canino acuminato come un rasoio.

 Prendemmo in prestito un autoveicolo di grandi dimensioni, il padrone aveva fatto qualche obbiezione, ma Ronji aveva risolto il problema con qualche semplice ordine a cui il camionista non aveva ribattuto. Io gli avevo gettato a terra una quantità di soldi pari al valore del veicolo, infondo odiavo rubare, Ronji come al solito aveva sputato a  terra.
Ci dirigemmo verso il luogo che ci aveva indicato Jessy mentre lei stava rannicchiata e silenziosa sul fondo del veicolo, aveva gli occhi vitrei e pareva non avesse ancora accettato la realtà. Cercai di consolarla ma pareva non sentirmi, così vi rinunciai.
Quando fummo abbastanza vicini alla costruzione la classificammo come un mulino a giudicare dalle pale che lentamente ruotavano sotto la debole spinta del vento.
Nascondemmo il furgone in poco fuori la strada principale e poi ci avvicinammo in silenzio mentre io facevo in modo di non farci scorgere usando il mio potere di oscurare la nostra presenza agli eventuali esseri di guardia.
Cautamente giungemmo fino all'ingresso, vi era silenzio assoluto, i rumori della notte come il canto delle cicale o dei gufi rompevano a tratti quella quiete totale, ma sentivo il pericolo incombere.
Il mulino era composto in parte di pietre e in parte di legno, la porticina di ingresso era in solida quercia e tutto intorno vi era una piccola palizzata di recinzione.
La palizzata.
Un lampo.
Paura.
Tempo prima, un cimitero. Una croce in legno con su scritto "Joshua".
Di nuovo la notte di fronte al mulino.
Non mi sentivo affatto tranquillo e Ronji capiva quello che provavo infatti propose di lasciare lei fuori per non farle correre inutili rischi, avrebbe atteso al sicuro sul furgoncino.
Parve d'accordo e lentamente si incamminò in silenzio sulla strada appena percorsa.
Quando fummo soli Ronji mi prese di sorpresa per la giacca e si gettò a terra sulla sua ombra, e quello che mi colpì fu il fatto che sprofondammo in essa come se li la terra non fosse mai esistita e ci trovammo proprio all'interno del mulino, dall'ultimo piano potevamo vedere ciò che ci attendeva dalla porta e non fu un gran spettacolo. Vi erano degli enormi ammassi di carne che si muovevano lentamente ma restavano in silenzio e pareva ci stessero aspettando dietro la porta.
Era una trappola, come lo avevano scoperto? Forse era solo una normale precauzione. Non riuscivo a sentire Kymi neppure qua, però da una botola al piano terra subito dietro ai due ammassi di carne sbucò all'improvviso una persona che non pareva un vampiro e sembrò dare ordini ai due "cosi".
Forse era un'accesso per una zona nascosta in cui poteva trovarsi la mia Kymi.
Ronji mi fece cenno di stare fermo e affondò le sue braccia nel muro nell'ombra di una trave e le ritrasse subito dopo sorridendo. I due mostri intanto improvvisamente sembrarono impazzire, stavano sciogliendosi in una pozza di sangue, anzi per dirla più chiaramente sudavano sangue da ogni poro del loro corpo deforme ed immenso che sembrava creato dall'unione di tanti esseri umani in modo quasi grottesco.
Persero probabilmente la ragione, dal loro corpo degli artigli composti dalle loro stesse ossa stavano colpendo il vuoto e a volte le travi stesse che reggevano la struttura del mulino, Ronji si girò mi fece cenno di andare con lui attraverso l'ombra e così ritornammo fuori dove delle urla strazianti fendevano l'aria rompendo il silenzio della notte. Sentivo il loro dolore, la morte che li divorava e loro impotenti che cercavano un nemico invisibile da distruggere per far cessare la sofferenza. Quelle urla mi tornano in mente molto spesso e popolano i miei incubi  durante il mio riposo diurno tuttora.
La struttura tremava ad ogni colpo che le bestie impazzite davano e alla fine cedette e crollò su se stessa seppellendoli, guardai Ronji e gli dissi che dovevamo entrare in quella dannata botola che ora stava sotto le macerie.

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Mi prese di nuovo e ci gettammo nuovamente nell'ombra per sbucare esattamente sotto la botola nel buio più totale, i miei occhi però si abituarono subito mentre adesso era Ronji ad avere qualche problema visto che non vedeva più nulla. Lo trascinai con me il più veloce possibile lungo il cunicolo che pareva eterno. Questo era scavato nel terreno e pareva stare su per miracolo, poi arrivammo ad una nuova botola. Ronji non mi poteva aiutare così lentamente la aprii e un rivolo di sangue colò giù dall'apertura della botola, tutto il mio orrore e il mio disgusto mi pervasero come non mai, quello che vedevo era una distesa di corpi tutti amalgamati insieme che parevano gemere in unico lamento, le pareti, il soffitto, tutto era ricoperto da un essere vivente unico che gemeva e si muoveva spasmodicamente come volesse fuggire da lì ma non poteva. Kymi.
Come una luce nella tenebra riuscii a vederla e il mio cuore penso riprese a battere per qualche istante nonostante fosse già freddo da molto tempo.
Lei era attaccata a una parete, era trattenuta da un'altra persona che la teneva le gambe contro il muro mentre le braccia erano trattenute da alcune mani che spuntavano dal muro, era vestita da un piccolo abito di seta bianca quasi trasparente che lasciava intravedere lo splendore del corpo e pareva incosciente.
Quest'essere che la tratteneva mi dava le spalle e pareva intento nel suo impegnativo lavoro che non appurai tutto subito, era vestito con un camice da dottore di cui non si vedeva più il bianco originale ricoperto da chiazze di sangue coagulato.
Spalancai la botola forte dell'effetto sorpresa nonostante Ronji non potesse essermi di grande aiuto e corsi a una velocità folle contro l'essere per colpirlo alle spalle e stordirlo per salvarla.
Quando gli fui dietro cercai di colpirlo ma i caddi rovinosamente mentre alcune mani dal pavimento trattenevano i miei piedi.
Questo si girò di scatto e si avvicinò a me sorpreso. Con tutta la forza che avevo mi liberai dalla presa del pavimento e mi alzai per fronteggiarlo ma questo parve non avere intenzione di combattere.
"Siete infine giunti nella mia camera dei trofei dunque" disse, la sua voce era qualcosa di curiosamente diverso da una voce umana, pareva fosse deformata o distorta.
"Camera dei trofei?" chiesi.
"Si, questa stanza la adibisco a ... collezione privata. Guardati intorno non sono forse delle splendide donne quelle che vedi?"
Diedi un'occhiata in giro e in effetti la stanza aveva le pareti tappezzate da corpi di donne seminude dall'aspetto sublime e Kymi era tra loro!
"Questo grottesco ammasso di corpi che pulsa e soffre tu lo chiami forse una "collezione"?"
"Io mi limito a fondere i loro corpi in un unico essere che rappresenta la perfezione estetica della donna e qui vedi le migliori ragazze che in poco tempo sono riuscito a trovare per le terre conosciute, un surrogato della perfezione. In questa stanza regna la bellezza più pura che durerà nei secoli dei secoli. Il sangue che fornisco a loro le rende immortali, statue viventi della purezza femminile."
"Tutto questo è semplicemente folle!"
"Siete venuti per lei?" chiese indicando Kymi.
"Certamente e non la lascerò qua a marcire tra i tuoi squallidi trofei alla sofferenza imolati per il tuo perverso gusto estetico."
"Quella ragazza è uno dei miei migliori elementi e non la cederò, quindi puoi anche ritornare sui tuoi passi mio piccolo patetico innamorato."
Si voltò nuovamente riprendendo la sua opera come se considerasse chiusa la questione.
Il sangue mi ribolliva nelle vene per il disgusto e con velocità gli fui addosso sferrandogli un calcio con tutta la forza che possedevo, ma questi parve neppure soffrire per il colpo, si alzò nuovamente voltandosi e questa volta con aria minacciosa disse: "Folle vuoi forse perdere anche tu la vita? Lei ora mi appartiene quindi vattene e considerati fortunato per averti risparmiato nonostante la tua insolenza!"
Le mani dal pavimento cercavano nuovamente di afferrarmi così reagii sollevandomi dal terreno di pochi centimetri librando in aria e gli sferrai nuovamente un colpo in pieno viso.
Questa volta il pugno sembrò aver avuto effetto visto che l'essere si stava tenendo il volto tra le mani, ma qualcosa non quadrava, stava aumentando di dimensioni.
Il suo corpo si stava espandendo in maniera orribile.
La sua pelle si stava squarciando come se fosse solo una copertura e ora mi sovrastava, qualcosa a metà tra un pipistrello e un gorilla ma di dimensioni enormi.
I suoi occhi erano iniettati di sangue e dalla sua bocca enorme colavano sudice bave, le sue mani avevano lunghi artigli e le sue ali erano composte di una sottile membrana, pareva uscire dall'inferno.
Non avevo mai visto nulla di così orribile, rimasi un attimo sorpreso e lui colse l'occasione per afferrarmi, la sua stretta era tremenda e sentivo il mio corpo cedere sotto la pressione, urlai.
Ronji corse verso di me anche se non sapeva bene dove fossimo perché per quanto potesse usare le ombre a suo piacimento non poteva vedere nel buio totale che riempiva la stanza che doveva rimanere celata agli occhi dei mortali.
Il risultato fu che con un movimento del braccio tirò un manrovescio che stese al suolo Ronji che lì rimase sofferente, non lo avevo mai visto in difficoltà prima d'ora.
Stringeva, sentivo le mie ossa scricchiolare, il dolore per la pressione era atroce e quel "coso" rideva con la sua bocca enorme e i suoi denti bavosi, mi avrebbe divorato.
Pensai intensamente alla spada di Ronji che giaceva a terra sottratta nello scontro precedente e questa si sollevò in volo, poi diedi col pensiero tutta la forza che potevo e la scagliai contro il braccio che mi stritolava. Caddi a terra e il braccio cadde vicino a me ormai privo di vita.
L'essere parve un attimo disorientato e sofferente, ma poi cadde su un lato con ciò che restava del suo braccio contro il pavimento sanguinolento. Le mani, gli occhi, le bocche che componevano le pareti e l'arredamento della stanza erano tutte scosse da un fremito e parevano muoversi all'impazzata come se condividessero il dolore del loro signore, la stessa Kymi si contorceva nelle mosse più grottesche per via del dolore che sentivo in lei. Le corsi vicino e notai con orrore che le sue gambe erano prive di piedi e terminavano nell'immensa carne che ricopriva la stanza, era diventata un tutt'uno con essa, come potevo liberarla senza farla patire ancora? Solo lui poteva.
Mi girai e comandai: "Liberala immediatamente se non vuoi che la prossima parte amputata sia la tua testa!"
Di tutta risposta l'essere sembrò rialzarsi lentamente, ma il suo braccio mozzato era anch'esso fuso con la carne che ricopriva il pavimento. Mentre si rialzava sembrava tirare con esso i tessuti quasi fossero elastici e quando il tiraggio raggiunse il limite sopportabile la stanza intera parve piangere dal dolore e la carne si lacerò, il braccio era di nuovo attaccato al mostro. Si poteva rigenerare! Che tremenda blasfemia, anche facendolo a pezzi si sarebbe ricomposto.
Corse verso di me come un toro impazzito che riuscii a schivare solo grazie alla mia prontezza di spirito, ma subito la mia mente corse a Kymi che giaceva appesa dietro di me incapace di scansarlo.
Un rumore sordo, tipico di quando getti una pietra nello stagno o sfondi la cassa toracica di un essere umano.

L'avevo dunque persa per sempre.
Rimasi immobile, con gli occhi rivolti al terreno piangendo lacrime amare, il mostro infuriato mi guardò con odio profondo e infine capì il mio dolore, sembrò calmarsi, ritornò ad essere l'umano di prima e se ne andò.
Rimasi immobile qualche attimo, poi col peso di tutta la solitudine mi avvicinai ai resti sanguinolenti di quella che fino a poco prima era la persona che amavo.
Le sfiorai le guance ed ebbi come la visione di tuta la sua vita precedente alla morte, era una vita di felicità e spensieratezza, una vita normale, non la vita di Kymi!
Quella non era lei!
Quella ragazza era stata modellata ad immagine di Kymi, ma era un' umana.
Dunque avevo versato lacrime prima del tempo e potevo ancora salvarla, ma mi sentivo stanco e affamato e il mostro, ovunque fosse, ora non era più nei paraggi.
Ronji si alzò in piedi a fatica e mi venne vicino, disse solo: "Andiamocene da qui, oramai non possiamo far altro."
Un lampo.
Jessy.
Stava soffrendo, qualcuno la stava torturando.
Era in pericolo.
Sarebbe morta.
Urlai: "Noooo!" verso il cielo e corsi indietro nel cunicolo di prima seguito da Ronji.
Dovevamo salvarla e diamine questa volta ce l'avrei fatta.

Corsi più veloce che potevo sentendo la mia carne dolere per lo sforzo e sfondai la botola dalla parte opposta.
Il furgone.
Pensavo solo: "Non morire, ti prego, non morire!"
La porta del furgone.
"Resisti!"